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Rom, immigrati e insediamenti abusivi

Ci vuole altro che la carità!
Nel suo articolo sullo Specchio di giugno (“La caccia al Rom”), il dottor Baffioni Venturi fa alcune osservazioni indignate, fra cui: “una retata di polacchi che vivevano come topi in un tunnel di fronte al Vaticano. Stavano lì da un anno, lo sapevano anche gli alti prelati”; “neppure i Miserabili di Victor Hugo furono cacciati dalle fogne di Parigi”; “a Fano sloggiato un gruppo di Rom che dormivano in un casello ferroviario abbandonato”; “a Pesaro sloggiata una ventina di Rom con donne e bambini: vivevano da vari mesi in una catapecchia ai margini del parco Miralfiore, una topaia piena di panni sporchi, avanzi di cucina, senza acqua e senza gabinetti e senza dare alcun fastidio; “Il Comune di Pesaro non ha accampamenti per nomadi Rom né è attrezzato per ospitarli, quindi la sosta dei Rom non è ammessa. Comodo no?”; “La carità è la virtù del buon cristiano”.
Io invece sono indignato che ci siano voluti tanti mesi per questi sloggiamenti. Se non si dà fastidio, è legittimo vivere come topi in un tunnel, o nelle fogne di Parigi o in catapecchie senza luce né cessi? Chiudere un occhio su queste cose fa parte della carità cristiana? Dunque dobbiamo accettare che il modello di vita raggiunto in Europa da qualche secolo debba ormai cedere il passo ad un livello di degrado progressivo, circondandoci di bidonville intorno ad ogni città? Cosa dovrebbe fare la pubblica amministrazione e il Comune di Pesaro in particolare? Costruire case popolari numerose e gratuite, per tutti quelli che entrano senza mezzi nel suolo italiano o vi transitano per un certo periodo? Sarebbe socialmente sostenibile? Allestire grandi campeggi attrezzati con acqua, luce, servizi igienici, suppellettili, gratuiti per tutti? Consentire l'allestimento di catapecchie ai margini delle città? Ovviamente non ci sono solo Rom, ma anche magrebini, africani, slavi, indiani, cinesi: un sicuro invito a convergere tutti qui.
Ancora una domanda: queste persone, evidentemente senza lavoro, che alloggiano in questo modo, dove alloggiavano prima? Se non facevano niente, perché sono venuti a non farlo qui? Di fronte ad un fenomeno che assumerà proporzioni oceaniche la carità mi sembra fuori luogo. Non mi risulta che gli “alti prelati” abbiano fatto qualcosa per mettere a disposizione i numerosi monasteri e le migliaia di chiese vuote per riparare nomadi e clandestini da tutto il mondo. Invece di appellarci alla virtù della carità, non sarebbe meglio affrontare a monte il fenomeno mondiale cui stiamo assistendo, facendo uno sforzo congiunto, consapevoli che non ci saranno tempi brevi? In Europa pochi secoli fa c'erano isolati castelli o borghi attrezzati, ed intorno una folla sterminata di affamati, senza dimora, analfabeti, accattoni che vivevano – o meglio morivano – di carità. Vogliamo tornare al modello di vita medioevale? Ci sono voluti secoli per uscire da questa condizione.
Cominciamo dai nomadi: un problema che non esiste. Veramente il fenomeno dei nomadi è così importante a livello europeo da suscitare l'attenzione legislativa a loro favore? Nella nostra epoca non esiste alcun luogo del mondo dove uno possa sopravvivere girovagando senza fare nulla. A tutti noi piacerebbe viaggiare, ma è noto che non si può viaggiare a lungo se non con le tasche piene di soldi: a meno di delinquere o accattonare. Con la solita ipocrisia, irresponsabilmente buonista, molti fingono di credere che costoro possano trovare lavoro sul posto di volta in volta. Ma se questo fosse vero, si tratterebbe di un normale trasferimento per ragioni di lavoro; il problema dell'alloggio non esisterebbe (ci sono camping e appartamenti a stufo). In altri Paesi europei (per esempio in Svezia e persino in Romania!) i Rom sono considerati come qualunque altro cittadino senza lavoro, senza particolari protezioni.
Veniamo agli immigrati. Il primo problema è che siamo troppi su questo pianeta e il fenomeno non si fermerà da solo ma andrà aumentando a dismisura. Ma la smetterei di parlare di emigrazione. Questa è sempre stata un fenomeno regolato da accordi politici, per favorire l'occupazione dove c'erano settori scoperti o carenti di manodopera. In Europa non sentiamo alcuna mancanza di venditori di accendini, di posteggiatori e di lavavetri. Qui, viceversa, si tratta di un vero fenomeno di invasione, causata dalla speranza di una vita migliore in aree più ricche, indifferenti alle inevitabili conseguenze. I governi dovrebbero smettere di pagare migliaia di miliardi a fantocci del Terzo mondo in cambio di petrolio, minerali, legnami, senza la garanzia che la maggior parte non si fermi nelle loro tasche, come invece avviene (la Nigeria è il dodicesimo esportatore mondiale di petrolio, ma le nigeriane vengono a prostituirsi qui). Il problema di coloro che accudiscono gli anziani (orribile la parola “badante”!) sarebbe di facile soluzione con l'ausilio dei computer e di leggi più ragionevoli per chi utilizza personale ad uso familiare e non ad uso imprenditoriale. Peraltro in vari Paesi nordici hanno realizzato da tempo case per anziani (anche non autosufficienti); addirittura interi villaggi in Spagna e Tunisia. Non hanno bisogno di importare “badanti”…
Una possibile strada per contenere l'immigrazione verso l'Europa potrebbe essere quella di spostare nei Paesi più svantaggiati la produzione industriale che impiega tecnologie semplici: impiegando quindi manodopera locale e diffondendo conoscenza e organizzazione. Inoltre si potrebbe promuovere una vera emigrazione di maestranze e professionisti, dall'Europa affollata verso le aree povere ma a bassa densità di popolazione (come sembra stiano facendo i cinesi). Ciò consentirebbe anche di esportare cultura e sistemi di vita più avanzati.
Tutto questo comporta volontà, impegno, spese, ma sarei contentissimo che si facesse con i miei soldi, con le mie tasse magari raddoppiate, piuttosto che rassegnarmi ad andare a fondo in una lancia di salvataggio agguantata da migliaia di persone. Caro dottor Baffioni, la soluzione basata sulla sola carità mi sembra folle, nonostante l'invito evangelico.

Giuliano di Santa Colomba

Il rispetto delle regole

Caro dott. Baffioni Venturi, mi dispiace doverla contraddire, poiché sono convinta anch'io che sarebbe ideale che i Rom si integrassero nei luoghi dove vogliono vivere, ma il fatto è che non si possono obbligare. Se riesce ad avere confidenza con qualcuno di loro, le diranno che vogliono mantenere il loro genere di vita e le loro usanze secolari. E quand'anche ciò fosse vero soltanto per qualcuno di loro, resta il fatto che non è giusto e neppure corretto fare i buoni ad oltranza perché così facendo non avrebbe più senso la legge, la quale non è atta a perseguitare chicchessia ma ad indicare e verificare le regole del vivere comune. Non c'è niente di anticristiano nel chiedere a chi viene da fuori (e anche a chi è nato e cresciuto qui!) il rispetto delle persone e delle cose.
Se abbiamo raggiunto la frantumazione di tanti valori lo dobbiamo proprio alla mancanza di quell'autorità (anche familiare) che incute la persona onesta e di buon senso. Quelli che lei chiama “zelanti tutori dell'ordine” vogliono e devono garantire la vivibilità di certe zone compromesse e sono deputati a questo. Quanto alla zingarella di Ponticelli, non sta a me giudicare, anche se è facile per me poiché non mi è accaduto di persona. Devo dire però che la moglie di un professore di Urbino che insegnava a S. Leo era stata rapita da una zingara all'età di tre anni nella spiaggia di Cesenatico e ritrovata dopo più di un'ora per merito di giovani bagnanti e bagnini. Sono al corrente d'altri casi realmente accaduti, non ultimo ciò che è capitato a me qualche mese fa: mi sono ritrovata la casa in un subbuglio inimmaginabile, tutto l'oro della mia assistente scomparso, per non parlare di ciò che hanno rubato a me. Non dico che hanno “preso”, ma hanno “rubato”, perché è ora di chiamare le cose con il loro vero nome. Certo, vivo lo stesso senza quegli ori e quei gioielli; alla mia età non ci si proietta verso sogni di consumo, verso ricette mercantili. Ma i ricordi sono sacri, sono testimonianza del vissuto, di momenti importanti, del risultato dei tanti anni di duro e difficile lavoro; perché è il sacrificio di tanto lavoro che mi ha dato la casa, non il Comune.
Come vede, dottore, i Rom sono come un sesterzio di “Giano bifronte” il quale non ha una faccia sola. Bisogna vedere quale delle due sia la più vera o, almeno, la più somigliante.

Anna Mici


 
 
 
 
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