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Luglio-Agosto 2008 / Lettere e Arti
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Questioni di lingua: Un attimino lungo

Ci sono delle parole che preferiremmo ascoltare meno frequentemente nel parlato quotidiano: o perché ormai logorate dall'uso, o perché il loro impiego (spesso, ahimé, dilagante) corrisponde a vere mode o tic linguistici. E obiettivamente stancano.
Gli anni '90 ci hanno regalato parole come “spalmare”, “inciucio”, “buonismo”, “solare”… Oggi è il turno di “ciao”. E' una delle parole più conosciute e familiari all'estero, la formula di saluto più diffusa nell'italiano d'oggi: un saluto amichevole e confidenziale, che però nel nostro tempo – specialmente per influenza della televisione – è divenuto un saluto di gruppo, indifferenziato. Quasi un vezzo, che oscura voci ugualmente se non meglio praticabili come “a presto!”, “arrivederci!”. E' immaginabile rivolgere un familiare “ciao” a un capufficio, a una persona autorevole, a chi non ci conosce o non conosciamo e che non ha alcuna voglia di instaurare con noi un rapporto confidenziale? Eppure accade. L'evoluzione della parola è legata alla democratizzazione del costume sociale, che è una caratteristica del Novecento. E' voce veneta, dal veneziano “schiao” (da leggersi “s-ciao”), forma sincopata di “schiavo”: come a dire “servo tuo (vostro)”, “al tuo (vostro) servizio”.
Nella graduatoria delle parole più fastidiose ed esasperanti per il grande uso che se n'è fatto negli ultimi anni del secolo scorso e che tuttora se ne fa, “attimino” si collocherebbe ai primi posti. La parola sembra non avere nulla di sbagliato se non l'uso ripetuto e automatico. Attenzione, però. Fino a quando ci limitiamo a circoscriverne l'impiego alle espressioni di tempo (“Attenda un attimino!”), esiste un senso. Decisamente da evitare, invece, frasi nelle quali si trasforma “attimino” in espressione di modo o di quantità: “Questo abito mi sembra un attimino stretto”, “Si può spostare un attimino più in là?”.
Un altro rilievo è da fare: il termine in sé è poco logico. “Attimino” rientra nell'uso, oggi frequente nell'italiano parlato colloquiale, di diminutivi con valore attenuativo: aiutino, momentino, salutino, regalino… Non si bada però al fatto che l'attimo è uno spazio brevissimo di tempo, che non si può ulteriormente frazionare. Il nome deriva dal greco antico “àtomos = quantità indivisibile”. Il diminutivo è dunque inutile e improprio: che cosa può durare meno di un attimo?
Sono rilievi che richiedono un minimo di riflessione, sufficiente a farci concludere che sarebbe bene ridurre, se non eliminare, la presenza degli “attimini” nel nostro discorso. Insomma, tenersene “un attimino” lontani!

Alfredo Prologo


 
 
 
 
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