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I 20 punti del “Mulo”

A metà giugno se ne è andato anche Carlo Bontempi, soprannominato il Mulo: uno dei giocatori storici del basket pesarese al tempo della “Victoria Benelli” degli anni ‘50. Lo ricorda un suo più giovane compagno di squadra.

Avevano, i giocatori di bascket della Victoria degli anni ‘50, soprannomi di poca fantasia: Aido, perché più famigliare dell'impronunciable e misterioso Agide; Papà (Ragnini) per i suoi baffetti scuri e una pancetta da padre in-vacanza-al mare più che da provetto rimbalzista, rotondità che però nei salti a due usava abilmente per sbilanciare lo spilungone di turno; Formica perché proprio un gigante non era; l'Angelo Biondo perché, in effetti, biondo e riccioluto lo era; e poi perché volava sopra a tutti quando in entrata staccava il "terzo tempo"; e poi Carlo Bontempi, il Mulo, perché veniva dalla Dalmazia dove così chiamano i ragazzi. Ma per lui, il Mulo, e solo per lui, i tifosi avevano anche coniato uno slogan: "il Mulo, col culo e con i denti fa sempre punti venti", perché in campo era un lottatore e di punti ne faceva. Tanti. Così quando anch'io, anni dopo e molto più modestamente, giocai nella Vuelle, gli invidiavo quello slogan che avrei voluto ereditare, non perché fossi un campione da venti punti a partita, ma perché ero specializzato nei "rampighini": quei canestri impuri, con la palla che indugia svogliata tra ferro e tabellone e sembra non volerne sapere di entrare. Esattamente il contrario della limpida bellezza degli "spiccialosso" dei miei compagni, tiri che sono come quelle pesche nostrane che quando le apri l'osso sembra staccarsi senza neppure toccare la polpa: pluffff... che delizia! Insomma mi sarebbe piaciuto ereditare quello slogan perché il culo e i denti facevano parte integrale del mio bagaglio cestistico.
E lo ricordo così ora, con l'invidia di quel soprannome, questo campione che da ragazzino andavo a vedere al campetto scoperto, rigorosamente in cemento, di Viale della Vittoria, e che poi la vita mi ha dato la fortuna di conoscere personalmente. E il ricordo mi restituisce l'immagine di un longilineo fisico perfetto, di un viso con un profilo greco, da attore quasi , di mani lunghe e affusolate come a fermare bene la palla prima di tirare. Un bell'uomo, insomma, come dicevano le donne di casa che di basket forse non si intendevano gran che, ma di begli uomini, da brave romagnole, molto di più. Come belle erano (e sono) le sue tre sorelle che passeggiavano altere a braccetto per Via Branca e noi ragazzini le guardavamo passare ammirati e con qualche vago desiderio. Si parlava di basket con lui perché il basket lo aveva addosso come una seconda pelle. Raccontava con divertita ironia di come Aido, quando uno del quintetto base usciva per falli si girasse verso la pachina e – a mo' di incoraggiamento per chi doveva entrare – allargasse le braccia e guardandoli uno ad uno, i panchinari, sospirasse "e adess me a chi mett dentra?". O quando giocò a Napoli, dove si era trasferito per lavoro, con nome falso perché già tesserato a Pesaro e nessuno se ne accorse mai. O dei tre soli schemi che si praticavano allora: "dai e vai" contro l'uomo, "la ruota" contro la zona, e quello preferito e più comunemente utilizzato: "ragazzi, razzi nel culo e via in contropiede".
Tempi di disarmante semplicità, ma tempi di vero amore per quella squadra che era della nostra città, quando i giocatori venivano da Loreto, dal Porto e quelli di Pantano erano già quasi stranieri. Giocatori che facevano parte di Pesaro come l'Ardizio, il San Bartolo, Piazza del Popolo. Tempi e uomini diversi da quelli di oggi che arrivano, giocano, ripartono e chissà chi sono, dentro, come ci sono arrivati qui, e a chi appartengono, oltre che al procuratore, all'ingaggio e ai premi: stelle sì, ma filanti, solo per una notte e non per la stagione intera della vita. Che non potranno mai farti venire la pelle d'oca sulle braccia come invece ancora mi succede quando ripenso al Mulo, all'Aido, a Papà Ragnini...  E se il mago della lampada comparisse e mi concedesse di rivivere tre ricordi della mia città di allora, non avrei esitazioni: i bagnini sulla spiaggia che smontano i capanni di legno all'ultimo sole di settembre, le “vasche” con gli amici per Via Branca e Via Rossini ad aspettare l'ora di cena e guardar le ragazze, la "palla a due" dell'inizio di una partita nel campetto di Viale della Vittoria con il Mulo e gli altri là al centro e mio padre felice che agita un braccio verso di loro e con l'altro mi stringe forte alle spalle. E allora grazie, Mulo, di essere il mio mago della lampada.

Paolo Gaio

 


 
 
 
 
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