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I mille volti di Garibaldi

Giuseppe Garibaldi con la figlia Clelia.

Giuseppe Garibaldi, tra il 28 e il 29 luglio 1849, fu qui tra noi percorrendo il territorio marchigiano della Valle del Metauro: in fuga dopo il crollo della Repubblica Romana. Sant'Angelo in Vado ha già ricordato il pernottamento. Così pure Pian di Pietra, un sobborgo vicino, con una targa ha eternato il sacrificio di un pugno di giovani garibaldini all'avvicinarsi dei soldati austriaci; il che permetterà a Garibaldi di allontanarsi e di salvarsi, sconfinando nelle Romagne. Destinazione? Se Dio lo avesse aiutato, Venezia dove resisteva ancora Daniele Manin.
Gli era vicino Anita, la sua sposa che moriva poco dopo nelle paludi di Comacchio, colta da febbri e incinta. Altro compagno di fuga il barnabita Ugo Bassi, che a Roma aveva benedetto i patrioti moribondi a Villa Glori, al Gianicolo. Identificato assieme al rivoltoso Ciceruacchio, fu impiccato a Ravenna. Tante strade di città marchigiane gli sono state intestate. La commemorazione di Garibaldi promette bene: l'Istituto per il Risorgimento della Provincia, già nel marzo scorso, ha promosso un concorso per gli studenti delle scuole superiori: “I Mille volti di Garibaldi”. Nel convincimento che soprattutto nei giovani, che continueranno la vita dopo di noi, devono fissarsi pensieri ed emozioni sul passato. La premiazione è avvenuta nel Collegio Raffaello di Urbino alla presenza – nientemeno – che di una pronipote, in discendenza diretta dell'Eroe, la signora Anita Garibaldi Hibbert.
Tutti ricordiamo la sposa di lui, anche gli studenti di scuola, con quei particolari sulla sua fine a cui abbiamo accennato. E nulla più... Anita, Garibaldi l'aveva conosciuta nel 1839 nel porto di Laguna, in Brasile, quando approdò in Sud America per mettersi al servizio dei popoli ingiustamente trattati, trascinato da idealismo ma anche da foga bellicosa, da capacità che credeva di avere, indifferentemente, di soldato e di marinaio. Anita diciannovenne, brasiliana per metà perché di padre portoghese, restò fulminata dal fascino di questo focoso europeo che, dopo averla notata col binocolo dalla nave, gli si era presentato dicendole: “Tu devi essere mia”. Anita aveva occhi a mandorla, capigliatura fluente e nera, seni forti, un viso ovale un po' immobile, forse senza una mimica leggibile: nel complesso attraente. Non la sposerà subito, perché già maritata. Gli innamoramenti del Generale furono però tanti: in America, in Inghilterra, in Italia. Decisi sempre da una montata di sangue caldo. Un suo biografo, il Guerzoni, scriverà: “La natura gli fece nel sangue, più acre che mai, l'imperfezione della sensualità”. Ma Garibaldi, se costellò la sua vita di donne, le mise di contorno ad alcune figure più importanti: la prima, come abbiamo detto, fu Anita fascinosa anche se semianalfabeta, ardente, capace di identificarsi negli interessi del marito. Nel 1849 doveva con i due figlioletti avuti nel frattempo, portarsi a Nizza (la città natale di lui) e forse aspettarlo nella casa dei genitori. Invece Garibaldi se la vide arrivare a Roma. E lui quando la vide disse ai suoi: “E' arrivata mia moglie, il nostro manipolo aumenta di una unità combattente”. Poi, negli anni che vanno dal 1850 al 1860, assidua fu la presenza presso di lui di una giovane ragazza: Jessie White, che aveva conosciuto come bambinaia nella casa di una aristocratica inglese. Su suo consiglio abbandonerà nientemeno che gli studi di filosofia iniziati alla Sorbona per diventare un'infermiera di prim'ordine. In questo ruolo sarà presente nella impresa dei Mille. Lei silenziosamente lo amò non corrisposta. Il Generale la cercò sempre: forse per un arricchimento intellettuale e di maniere, che gli era mancato, e che lei gli offriva. Secondo Montanelli, Garibaldi era rozzo non villano, di grande pulizia morale nonostante “quel sangue acre” di cui si è detto, capace di riflettere sulla onnipotenza di Dio. Si dice che si spinse a battezzare dei bambini, su richiesta dei genitori, nel “nome di Gesù legislatore del mondo”. Parlava bene in francese, con difficoltà l'inglese. In società, silenzioso ma attento, seguiva i discorsi degli altri e guardava l'interlocutore con i suoi occhi azzurri. Quando parlava la sua pronunzia era lenta, il tono suadente, non rifuggiva a volte dall'invito a cantare.
Dopo la disavventura matrimoniale con la marchesina Giuseppina Raimondi che si concludeva con un annullamento, Garibaldi chiuderà la sua vita a Caprera con Francesca Armosino, semianalfabeta come la prima, semplice, povera, buona. Era un ritorno alle sue più profonde radici. A fargli compagnia la visita più che dei  maggiorenti d'Italia, dei patrioti che lo avevano adorato o dei curiosi, dei turisti a spasso per l'isola. Gli fu vicino in particolare la figlioletta Clelia (scomparsa nel 1959) che vediamo in una foto ricordo stringersi al padre già tanto vecchio, che sembra un nonno, con una manina sulla spalla quasi a non farselo portar via. Clelia vivrà a lungo e curerà le memorie del padre e pure la pubblicazione di alcuni romanzi, scritti alla buona per affrontare i debiti: perché Garibaldi non fu mai ricco. Nato a Nizza il 4 luglio 1807, morirà a Caprera il 2 giugno del 1882, a 75 anni. Avremmo voluto vivesse più a lungo, che invecchiasse più lentamente. Invece una vita incomparabile vissuta sin da giovane tra scomodità militari, pericoli, attese e delusioni, lo piegherà innanzitempo. A Caprera tra i cimeli un tavolino carico di flaconi variopinti di medicine, con cui tentava di rallentare la morsa paralizzante dell'artrosi che lo costringerà alla fine alla carrozzella: la carrozzella donatagli da Margherita, la Regina d'Italia. Chissà se il pensarlo gli desse un istante di sollievo...

Alessandro Casavola

 


 
 
 
 
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