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Luglio-Agosto 2007 / Lettere e Arti
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Questioni di lingua: il virus dei referendum

“Siamo tutti latinisti”, asseriva il titolo di un bel libro di Cesare Marchi, pubblicato nel 1986. In effetti l'italiano è tutto un latinismo: in senso lato, s'intende. Il latino ci accompagna da mane a sera, in ogni luogo e circostanza. A scuola ci hanno insegnato che verba volant, scripta manent, che est modus in rebus. In tribunale troviamo il giudice a latere, negli atti giudiziari gli omissis. Allo stadio assistiamo al criterium degli assi, col medico discutiamo del virus che ci ha colpito. Seguiamo attraverso i quotidiani l'iter faticoso di una legge, apprendiamo con orrore l'improvviso raptus che ha travolto quel tale. Ci preoccupa il deficit dello Stato, l'esito della nostra domanda presentata in extremis. Si ricomincia a parlare di referendum, di par condicio. Si profila l'ennesimo casus belli in Palestina...
Ma è latino anche quando non ce ne accorgiamo: latino in abito italiano. Lo zoccolo duro della nostra lingua è uno zoccolo pomposo, formato da parole dotte. Tutt'intorno la ricchissima fioritura delle serie popolari, che hanno dato vita alle lingue neolatine: termini giunti a noi attraverso una tradizione ininterrotta. A volte una radice si è modificata nel tempo: “bestia” e “biscia” sono la stessa parola (bestia) e così “vezzo” e “vizio” (vitium), “pieve” e “plebe” (plebem), “zufolo” e “sibilo” (sibilum). In altri casi si affrontano radici diverse: “equino”, “equestre” (equus) sono voci dotte; “cavallo”, “cavaliere” (caballus) sono di derivazione popolare.
Apri il vocabolario e t'imbatti in “abbacchio”, l'agnello da latte che veniva legato sino al quarto mese ad una pertica (ad baculum), perché saltellando non si facesse male. “Cucchiaio” (cochlearium) è un antichissimo vocabolo (I secolo a. C.) che indicava un arnese originariamente usato per mangiare chiocciole e lumache. “Calcestruzzo” non ha alcuna relazione con gli struzzi, ma col latino sì. E' un materiale da costruzione costituito da un impasto di pietrisco (o sabbia, o pozzolana) e calce (o cemento). Il nome deriva dal latino calx = calce e da un derivato del verbo struere = ammassare: ammasso di calce, dunque. Questo cementante fu inventato dai Romani e rappresentò una rivoluzione nel campo dell'edilizia. E sono soltanto alcuni esempi.
Fino a che punto il latino è una lingua che non si parla più? Quello delle  locuzioni che sono entrate nel parlare comune e in larga misura nel vocabolario (opera omnia, in alto loco, pollice verso, tabula rasa, ecc.) non può essere considerato con sospetto (o con avversione?), come se fosse estraneo a noi. Non è lingua straniera, ma voce e specchio fedele della nostra tradizione. Chi preferisce aut-aut ad “alternativa obbligatoria”, non si può certo dire che rinunci all'uso dell'italiano. Altra cosa sarebbe se si scrivesse out-out, un esilarante anglo-latinismo che pure ci è capitato di leggere e che rappresenta una rinuncia non solo all'italiano, ma a qualsiasi logica.

Alfredo Prologo

 


 
 
 
 
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