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Marcinelle: l'inferno dei “macaronì”

Un buco nero. Un inferno profondo 1.600 metri. Tre gallerie alte appena sessanta centimetri pronte a trasformarsi in loculi. L'ultima benedizione di un prete (un vescovo) in una grigia mattina battuta dal vento.
I più giovani non sanno, ma nel lontano 8 agosto 1956 perirono in una catastrofe mineraria in Belgio, a Bois du Casier di Marcinelle, 262 lavoratori, dei quali 139 nostri connazionali, compresi 9 della provincia di Pesaro. Quella tragedia colpì in modo particolare l'Italia e fu un pesante tributo che assolutamente non dobbiamo dimenticare, anche se sono passati cinquant'anni.
Erano scesi nei pozzi la mattina presto, come ogni giorno, gli uomini del “Bois du Casier”, miniera di Marcinelle, nel distretto belga di Charleroi, giù per novecento metri nelle viscere della terra, a scavare carbone e a respirare polvere nera. Quando ci fu l'esplosione di grisù, alle 8,15, nelle gallerie c'erano 270 adulti e 6 ragazzi di quattordici, quindici e sedici anni. Si salvarono in 25. Tutti gli altri restarono bloccati là sotto. Le sirene della miniera continuarono a lanciare il disperato allarme: il prolungato, lacerante suono trasmetteva agli abitanti di Marcinelle la tragica notizia. Le squadre di soccorso lottavano disperatamente per aprire una via d'uscita ai compagni, ma dopo molte ore nessuno era riuscito a raggiungere o ad avvicinarsi sensibilmente al luogo del disastro. Andare avanti era impossibile: il fumo andava crescendo d'intensità, il calore si faceva sempre più insopportabile; tuttavia non era possibile usare getti d'acqua, sia per evitare il pericolo di allagamento, sia perché a contatto con le fiamme e con le pareti roventi, l'acqua avrebbe aumentato i vapori venefici: e l'aria era già irrespirabile. Il disastro era compiuto e un laconico comunicato confermava le cifre ufficiali della tragedia. La sciagura colpiva ancora una volta, in modo feroce, gli emigranti italiani in Belgio, chiamati con un certo dileggio macaroní, e le loro famiglie.
Se i più giovani non sanno, è bene ricordare loro che la nostra generazione, i nostri nonni, i nostri padri, i nostri fratelli hanno varcato negli anni i confini dell'Italia per guadagnarsi un pezzo di pane in Paesi più ricchi. Noi vogliamo ricordare, anche se lo facciamo con angoscia, quanti hanno dato la vita per aiutare notevolmente, con le loro “rimesse”, la sempre traballante finanza italiana.  Non possiamo poi esimerci dal ricordare, accomunandoli a tutti i morti di Marcinelle, i tanti giovani pesaresi che combatterono ed operarono nella propria patria e che, dopo aver fatto enormi sacrifici per conquistare la libertà ed un futuro migliore, furono costretti ad emigrare in altri Paesi per guadagnarsi da vivere e morire fuori dalla propria nazione. Ai giovani (e ai meno giovani) che non sanno, dedichiamo queste parole. Sono passati cinquant'anni da quel maledetto giorno al Bois du Casier di Marcinelle. In fondo non sono tanti. Ma il nostro Paese ha scarsa memoria. Quanti ricordano quella tragedia e quei morti? Se ci si ricordasse di loro, di quei poveri uomini partiti per il Belgio, con le valigie di cartone legate con lo spago, alla ricerca di un lavoro che non trovavano in Italia, se ci si ricordasse delle loro povere donne, in attesa disperata, impietrite, ai cancelli della miniera, forse in giro ci sarebbe meno voglia di cacciare chi oggi cerca disperatamente la sopravvivenza nel nostro Paese.

Angelo Ceripa

 


 
 
 
 
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