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Luglio-Agosto 2006 / Lettere e Arti
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Le donne di Pascoli


I 150 anni dalla nascita di Giovanni Pascoli saranno commemorati nel corso di tutto il 2006: perché il poeta nacque proprio allo spirare del 1855. Una celebrazione in anteprima si è avuta durante il concerto di fine anno che il Quirinale offre alla città di Roma: in quella occasione una giovane attrice recitò la poesia L'Aquilone che – come sappiamo – si ambienta in Urbino, dove Giovanni Pascoli frequentò giovinetto il collegio degli Scolopi. Lì sarebbe dovuto ritornare per un raduno di ex compagni di studi, ma non poté perché trattenuto a Bologna, professore di letteratura italiana alla cattedra che era stata del Carducci. Ne aveva fatta di strada! Il suo dispiacere è tutto questo frammento di lettera, datato Bologna 24 febbraio 1910 (due anni dopo sarebbe morto aggredito da un male incurabile, a 57 anni): “O mia Urbino! O mio collegio! O miei compagni! O miei maestri! O mia felicità!…”.
Nell'Aquilone il poeta diceva che è preferibile morire fanciulli, come era morto uno dei compagni che non avrebbe ritrovato. Ma morire con la mamma accanto al guanciale, che poi ti possa acconciare per la morte, ravviandoti i capelli… Voglio dire che in questa poesia è presente il tema fertile, nella sua produzione, della Madre che è utile, che è indispensabile, che ti forma. Ma che a lui mancò presto, a 13 anni soltanto! Il terzo grande lutto nella famiglia sul finire del 1868, dopo la morte del padre Ruggero Pascoli, ucciso per mano di ignoti, dopo la morte della primogenita 17enne Margherita, tutti eventi a distanza di mesi. Sistemate le due sorelle piccolissime, Ida e Maria, dapprima presso una zia e poi in un collegio di suore, lui e i fratelli vissero in una casa senza una presenza femminile che non fosse quella di una servente. Veri traguardi negli studi non li raggiunsero i due fratelli. Un grande traguardo lo raggiungerà solo lui, Giovanni… ma a qual prezzo! Nella poesia La Picozza della raccolta “Odi ed Inni” dirà: “Per me non c'era bacio, né lagrima, né caro capo chino su l'omero a lungo, né voce pregante, né segno di croce. Non c'eri…”.
Non c'era sua madre! Ma non per questo sarà un fallito, come oggi si direbbe. “Ascesi senza mano che valida mi sorreggesse… da me, da solo, solo con l'anima, con la picozza l'acciar ceruleo, sù lento, sù anelo, sù sempre…”. Dicevamo non fu un fallito, ma certamente non fu veramente sereno… Sappiamo che i rapporti da adulto con le sorelle Maria e Ida, che lui volle tenere presso di sé, si complicarono in un nodo di amore convulso. Le amò da padre, senza esserlo. Le amò dimenticando se stesso. Sarebbe stato meglio, lo leggiamo in una lettera, se si fosse sposato prima lui per poi badare alle sorelle: la mamma dal cielo avrebbe approvato. Ma non c'era sua madre! Ida si sposerà trovandoselo da sola il marito… Maria dolce e possessiva preferirà restargli accanto, bloccandolo però! Ma dovremmo dire che anche lui, via via che si dileguarono incontri e progetti matrimoniali, non vedrà altra alternativa che lei: “L'unico palpito della mia vita”. E questo sia quando era lontano, sia quando l'aveva in casa. Patetica è la letterina che le scrisse una sera, mentre era malata, augurandole la buona notte, una letterina con sulla busta un francobollo disegnato fanciullescamente. Le lettere a Maria le chiudeva con pensierini, vezzeggiativi e baci sentendola sorella e mamma e figlia ad un tempo. Ritornava la percezione di una maternità mancata, finita innanzi tempo. Questa madre compare spesso nella sua poesia e non il padre. Che direbbero gli psicologi? Compare in situazioni che pencolano tra il vissuto e il sogno o l'immaginazione… “Ora è là al piè del treno piccola scarna con un pallido sorriso che saluta e piange” (dalle Poesie inedite). Ora è dietro ad un cancello in Casa mia della raccolta “I Canti di Castelvecchio” che gli racconta (ma lei è già morta!) il loro quotidiano arrangiarsi dopo la morte del padre: “Sai dopo la disgrazia, ci restringemmo un po', fanno per casa le tue sorelle tutto…”. Nella poesia La mia sera dai “Canti di Castelvecchio” c'è il ricordo di un suono, non più di campana, un fonema musicale, una cantilena di mamma che lo faceva precipitare da bambino nel sonno, nella tenebra azzurra, un tempo ristoratrice sempre…
Ma io ho trovato nelle Poesie inedite anche una raffigurazione orrorosa: la madre morta chiama la sua bambina, ma questa dice che è notte e non può venire. Ma la madre insiste: “Sarai ripagata. Fa' presto che non ci ho più le gambe, quanti vermi quaggiù sotterra!”. Sicché in Nebbia dai “Canti di Castelvecchio” invoca la nebbia a nascondergli le cose lontane, le cose che sanno di morte… Dobbiamo sapere che l'accettazione della cattedra universitaria a Bologna lo fece soffrire perché avrebbe dovuto lasciare quella di Pisa, dove era universalmente stimato ed amato per affrontare a Bologna il confronto con il Carducci e anche con tanti invidiosi e detrattori. A risolversi lo aiutò la sensazione che a chiamarlo a Bologna fossero segretamente anche i suoi morti, in primo luogo la madre – Lo possiamo dubitare? – perché così lo avrebbero più frequentemente rivisto e poi perché tra loro avrebbe trovato un giorno l'ultimo riposo… Ma le cose andarono diversamente. Maria, raffreddatasi con i sammauresi, provvide che la sepoltura del fratello avvenisse a Castelvecchio, in quel di Lucca, dove da decenni avevano una casetta. Ida, sembra, trafugò reliquie dall'ossario di San Mauro, per portarle in quell'altro posto, perché anche là si ricostituisse la famiglia. Oh la vita familiare che non poté vivere a pieno o nel modo giusto!… Nel 1899, a 44 anni, così scrisse: “C'è un gran dolore e un gran mistero nel mondo, ma nella vita semplice e familiare e nella contemplazione della natura, specialmente in campagna, c'è una gran consolazione, la quale però… non basta a liberarci dall'immutabile destino”.

Alessandro Casavola

 


 
 
 
 
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