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Profilo di un Vescovo: Bonaventura Porta


Monsignor Bonaventura Porta venne a Pesaro l'antivigilia di Natale del 1917 (l'anno più scuro e triste della guerra del Piave); era quasi buio, nevicava, proprio tempo da lupi. Veniva da un borgo rodigino dell'Alto Polesine, dopo essere stato a Città di Castello a fianco del grande Vescovo Carlo Liviero, ora Servo di Dio. Famiglia povera con altri due fratelli preti e due suore; il Papa Benedetto XV lo mandava a Pesaro, dopo la morte di Monsignor Paolo Marco Tei, il Vescovo Cappuccino. Ma quel rodigino, piccolo di statura, era altissimo d'ingegno e nello sguardo aveva la dolcezza e il dolore di tutti i poveri.

Ci piace rinverdire questa figura pastorale anche a mezzo di aneddoti e testimonianze poco conosciute. Ci raccontò il suo infermiere, Mario Sabbatini, che quando si recava dal presule per curare e medicare la sua gamba malata, non lo trovava quasi mai in quanto era intento a pregare nella cappella. Il Sabbatini esortava Monsignor Porta a non stare troppo a lungo in ginocchio per la sua malattia, ma egli asseriva che pregare in ginocchio faceva male al corpo ma ne traeva beneficio l'anima. Un altro episodio racconta che i canonici della Cattedrale si lamentavano per il troppo consumo di energia elettrica dovuto al lungo pregare del Vescovo; da quel giorno Monsignor Porta, con santa pazienza, poneva sul genuflessorio dei moccoli di candela, protetti da una scatola di lucido "Brill". A chi invece gli faceva osservare che doveva prendersi un po' di riposo, rispondeva che non aveva tempo e comunque ci sarebbe stata l'eternità per riposare; credo che mai si sia concesso un giorno di riposo. Risulta confermato che in 60 anni di sacerdozio mai ha tralasciato, neppure per un giorno, di celebrare la Santa Messa. Durante l'Anno Santo 1950, a Roma, Monsignor Ferri, allora Vicario Generale, ci ha confidato che quando salì nella cameretta ove era alloggiato, lo trovò seduto con la corona in mano in preghiera; notò che il letto era rimasto intatto come la sera prima, segno evidente che il Vescovo aveva pregato tutta la notte su una sedia e non è da escludere che avesse riposato, se così si può dire, sul nudo pavimento.

A scuola con lo scaldino

Senza dubbio era un Vescovo santo e tale lo chiamava il suo popolo. Il suo lungo episcopato fu improntato da grande pastoralità e zelo evangelico. Il nuovo Codice di Diritto Canonico, allora promulgato, imponeva un rinnovamento della Pastorale e Monsignor Porta, a Rovigo prima e a Città di Castello poi, se ne era fatto precorritore. Anche a Pesaro emanava sagge disposizioni: che il catechismo fosse insegnato anche agli adulti; che il Vangelo fosse spiegato in ogni Messa festiva; che nelle associazioni cattoliche fosse data la preferenza alla cultura religiosa. Egli stesso si faceva catechista in Cattedrale, le sue omelie erano vive e ricche e così la sua illustrazione mensile della Bibbia. Della liturgia era appassionatissimo: esigeva vesti e suppellettili dignitose e autentiche, bandendo giustamente il ciarpame allora di moda. Era apostolo nel canto gregoriano che voleva rendere popolare; per questo si faceva perfino maestro cantore ai suoi seminaristi, nonostante che fosse vistosamente stonato.

Cultore d'arte, tra le tante cure pastorali non disdegnava né la stecca né il pennello. Non faceva pesare il suo non comune sapere, l'intelligenza profonda e la vasta cultura. Al Seminario regionale di Fano dagli studenti era desiderato per i suoi solidi discorsi (quando era preside aveva come alunni: il cardinale Pietro Palazzini e Monsignor Romolo Carboni, arcivescovo, già Nunzio apostolico per l'Italia); anche gli studenti del nostro Liceo classico lo apprezzavano e lo ricercavano per le sue lezioni di filosofia che impartiva gratuitamente in Episcopio; allora quelle stanze erano gelide, senza alcun riscaldamento. Monsignor Porta aveva solo uno scaldino. La francescana umiltà del Vescovo si è ancor più rilevata quando, venuto Monsignor Borromeo nel marzo 1953, dall'Episcopio dovette trasferirsi in stanzette basse e ristrette, nel mezzanino del vecchio Seminario davanti alla sua Cattedrale. E lì la vecchia Argia, fedele domestica, quante acrobazie – lo si è saputo poi – non doveva fare per mettere insieme i pasti principali, i cui piatti fondamentali erano sempre polenta e verdura.

La Seconda Guerra Mondiale, tutto travolgendo alla rovina, costrinse anche il Vescovo allo sfollamento. Ecco la testimonianza di Suor Gina Fidanza delle Maestre Pie Venerini: "Eravamo sfollate a Sant'Angelo in Lizzola quando una sera venne a trovarci il Vescovo Porta, il quale ci esortò a lasciare l'abitazione perché si correva pericolo. Abbandonammo il luogo ove eravamo ricoverate per rifugiarci altrove; avemmo salva la vita perché il complesso venne bombardato e danneggiato seriamente". In questa occasione il Vescovo fu profeta. Al ritorno in Diocesi, era il mese di settembre del 1944, fu uno dei primi a rientrare in città per iniziare con i suoi sacerdoti e con un generoso laicato cattolico la nuova organizzazione della Diocesi pesarese. Giunto a 86 anni, ancora lucidissimo, presentava al Papa Pio XII la richiesta di rinuncia al governo della Diocesi.

La sera del 18 marzo 1953, a capo del suo popolo, accoglieva il nuovo Vescovo, Luigi Carlo Borromeo, usando quella umanissima espressione "esser lieto di considerarsi d'ora in poi il nonno dei suoi fedeli". E tale ormai appariva la sua figura curva, sotto il gran mantello nero estremamente liso, in giro per la città, rasente ai muri delle case, come per non disturbare; o quando attraversava Via Rossini, immancabilmente ogni mattina, attendendo talvolta che si aprisse la sua Cattedrale per pregare nella Cappella del Santissimo Sacramento.

La richiesta di beatificazione

Quando la mattina del 15 dicembre 1953, alle ore 8 circa, solo come Giovanni Paolo I, morì in una cameretta dell'Ospedale San Salvatore e si sparse la notizia della morte del Vescovo, tutta la città si commosse. Il pellegrinaggio continuo alla salma esposta in Vescovado, le migliaia di firme raccolte, le numerosissime offerte per opere di bene, i numerosi manifesti di cordoglio ed infine l'interminabile corteo funebre fra due fitte ali di popolo, nonostante la grigia e fredda giornata di dicembre, hanno dato la testimonianza di che cosa fosse Monsignor Porta per Pesaro.

Monsignor Porta era considerato un Santo Pastore, venerato (è la parola esatta) dovunque egli comparisse. In pubblico era sempre circondato dalla gente del popolo che gli si faceva attorno per salutarlo, mentre rifuggiva ritraendo la mano dal lasciarsi baciare il sacro anello. Umile Pastore, aveva però come Vescovo una fermezza sui principi che non conosceva esitazioni, incertezze, titubanze. Dopo la morte non si trovò nulla lasciato da lui; tutto il denaro che riceveva in beneficenza passava fugacemente per le sue mani per finire ai bisognosi (Don Gaudiano, il prete della carità, in una sua circostanziata testimonianza attesta che il presule consegnava a lui buste chiuse senza conoscerne il contenuto). Il denaro per lui era cosa secondaria, appena il necessario al sostentamento, anche meno; il superfluo per lui non esisteva: "quello che ho, non mi è mai appartenuto; ho ricevuto tanto; tutto appartiene a chi ne ha bisogno". I pesaresi ricordano questo loro Pastore come l'immagine del cristiano che manifesta il suo sorriso e la sua gioia, ma in lui traspare spesso l'amarezza e la sofferenza di chi porta la Croce del Pastore, che ha sulle spalle il peso di guidare il gregge in un momento tanto difficile. I pesaresi lo ricordano ancora oggi, a 47 anni dalla morte, come il Presule dal volto splendente di santità.

Diverse persone, già da tempo hanno sottoscritto una petizione per l'inizio di un processo di beatificazione, auspicando che ciò avvenga entro il corrente Anno Santo. Analogamente è stata presentata al Sindaco una petizione con centinaia di firme, per intestare una via cittadina al nome dell'illustre Presule.

Maria Teresa Badioli
Pio Manzetti


 
 
 
 
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