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Personaggi allo Specchio: Giovanni Bollea

Luglio-Agosto 2000

L'AMICO DEI BAMBINI

Il miglior investimento per una comunità è mettere latte dentro i bambini. (Winston Churchill: da un discorso alla radio nel marzo 1943)

Molti anni fa un bambino pesarese delle scuole elementari cominciò a manifestare tic nervosi e disturbi di comportamento sempre più marcati: batteva gli occhi per ogni piccolo motivo di tensione, aveva continui movimenti compulsivi delle braccia e delle spalle, emetteva strani gridi gutturali. Il bambino era figlio unico in una famiglia borghese del tutto normale, era assistito da un pediatra e le analisi non mostravano problemi fisici o neurologici. "Passerà", dicevano i medici e ripetevano a se stessi i genitori, "col tempo e con la crescita tutto andrà a posto". Ma il disturbo non passava, anzi cresceva di intensità e di frequenza. Il bambino continuava ad emettere i suoi versi animaleschi facendo girare la gente per strada, nonostante l'assunzione di qualche blando sedativo. I genitori non sapevano più a che santo votarsi, finché qualcuno li consigliò di andare a Roma per un consulto col più famoso neuropsichiatra infantile del nostro Paese.

Il professore lo visitò brevemente, parlò con i genitori e col bambino, poi li congedò con una ricetta che diceva (più o meno) così: 1) Giocare a tennis; 2) Andare in bicicletta col papà per i viali di Pesaro; 3) Frequentare il più possibile gli amici boy-scout; 4) Aiutare qualche volta la mamma nelle faccende di casa; 5) Sfogliare ogni giorno un giornale insieme al padre, per commentare insieme i titoli più importanti. Non era prevista alcuna analisi neurologica, né l'assunzione di alcun farmaco.

La ricetta ricordava curiosamente un racconto dell'umorista inglese Jerome K. Jerome, dove un medico compila una prescrizione simile (integrata da bistecche e vino rosso) per un suo paziente che, dopo aver letto un trattato di medicina, aveva scoperto di avere i sintomi di tutte le malattie, tranne "il ginocchio della lavandaia". Comunque funzionò perfettamente. Quasi sempre, in questi casi, non c'è una persona da curare ma un contenitore familiare da modificare, disarmonie da correggere; anche quando esistono patologie fisiche "che sono le più facili da diagnosticare". Probabilmente il professore aveva identificato un eccesso di pressione psicologica su quel bambino, o una caduta di auto-stima o una proiezione dell'ansia dei genitori. Poco tempo dopo la ‘cura', le manifestazioni del bambino si attenuarono e poi scomparvero del tutto.

Il sogno della Montessori. Giovanni Bollea mi riceve in camiciola e blue-jeans, in una luminosa mattinata romana, nel suo grande appartamento (studio e abitazione) del quartiere Parioli: un uomo alto e magro che sorride dietro gli occhiali. E' un'autorità mondiale nel campo della neuropsichiatria infantile; è stato il primo a tradurre Jung in Italia; i giornali e la TV chiedono il suo parere ogni volta che la cronaca si occupa di storie di bambini; è amico di ministri, presidenti della Repubblica, politici di ogni colore, artisti, scrittori; come membro di commissioni ministeriali, ha partecipato alla stesura di leggi fondamentali per protezione e il reinserimento dei disabili mentali (a questo proposito esprime parole di grande apprezzamento per il lavoro svolto in quest'area dalla Sbarbati, parlamentare marchigiano, in favore della Legge 104); a dicembre, nel giorno del suo compleanno, si dà appuntamento a casa sua tutta la Roma della cultura e del potere. Ma lui, a 86 anni, dopo oltre sessant'anni di professione, continua a visitare bambini ogni pomeriggio: ne ha visti finora più di 50 mila, da quando ha creato nel 1947 il primo Centro medico-psico-pedagogico italiano e successivamente l'Istituto di neuropsichiatria infantile presso l'Università La Sapienza, in Via dei Sabelli: simbolicamente proprio nei locali che avevano ospitato il carcere minorile.

La storia comincia da Maria Montessori (prima donna medico in Italia, nata a Chiaravalle, Ancona, nel 1870 e morta in Olanda nel 1952) che in un famoso discorso del 1898 a un congresso di Pedagogia a Torino aveva indicato i ragazzi disadattati come insufficienti mentali da curare e non da rinchiudere nei riformatori. Sulla stessa linea si trovano Giuseppe Montesano e Sante De Sanctis che apre presso la clinica neuropsichiatrica di Roma il primo reparto infantile, successivamente diretto da Ugo Cerletti: il maestro di Bollea. Ha 24 anni il giovane Bollea quando, orfano di entrambi i genitori e appena laureato in medicina a Torino, si innamora di Renata Jesi: una ragazza ebrea, sorella di un futuro industriale del caffè e grande collezionista d'arte. La sposa immediatamente, prima che entrino in vigore le leggi razziali del 1938, per prevenire le inevitabili persecuzioni; e si trasferisce a Roma, in casa dei suoceri, per iniziare la carriera. Ha avuto tre figli. Il primo è a sua volta psichiatra, la seconda è docente di Scienza dell'alimentazione, il terzo è "fisico, pittore e poeta": così lo definisce, con una sfumatura di particolare tenerezza nella voce, perché anche il cuore degli scienziati batte più velocemente per l'ultimo nato. Gli hanno dato sette nipoti, di cui quattro sono medici. Quando i figli erano già grandi e sistemati, si è sposato una seconda volta con Marika, una signora del gran mondo, apprezzata scenografa e arredatrice d'interni; facendo da padre anche ai tre figli nati dal suo precedente matrimonio.

E' Cerletti a indicargli la strada della neuropsichiatria infantile, nominandolo suo assistente e inviandolo nel primo dopoguerra a seguire un seminario in Svizzera, riservato ai pedagogisti dei Paesi più colpiti dal conflitto. Sono gli anni dell'infanzia bruciata dalla guerra, degli sciuscià, della piccola delinquenza minorile. Da questa esperienza prende corpo a Roma una nuova impostazione metodologica: nasce il lavoro di equipe, che coinvolge psichiatri, psicologi e assistenti sociali. La diagnosi diventa "pluri-dimensionale" perché analizza le caratteristiche fisiche dell'individuo e l'ambiente che lo circonda; la terapia diventa "pluri-direzionale": fisica, riabilitativa, psicologica. Si avvera il sogno della Montessori.

Il mestiere di padre. E' nato a Cigliano Vercellese, un piccolo centro che gravita su Torino, e ha conservato dopo sessant'anni di frequentazioni romane non solo una lieve inflessione linguistica, ma soprattutto il carattere, il rigore, il "doverismo" dei vecchi piemontesi. Nella nostra conversazione continua ad emergere l'ombra gigantesca di suo padre, un operaio socialista che gli ha instillato il senso del dovere, permeato di idealismo e di solidarietà verso le fasce più deboli. "Fai presto tu, che hai studiato!", gli disse un giorno, dopo qualche secondo di silenzio, non riuscendo più a sostenere una discussione col figlio liceale. Credo che queste parole lo sostengano e lo commuovano ancora oggi.

Ha scritto un libro dal titolo accattivante: "Le madri non sbagliano mai", stampato nella collana economica della Feltrinelli, (a 12.000 lire), perché possano acquistarlo tutti; e imparare che "fare il genitore è bello e molto facile (…) basta la volontà di andare incontro al bambino, assicurandogli sempre la nostra presenza e il nostro sostegno". Ma nel mirino di Bollea c'è sempre la figura del padre, che a volte chiama persino "pater", solennemente, in latino; per cui ha creato un apposito decalogo di comportamento. E' lui che deve assicurare la stabilità psicologica dei figli; che deve lasciare la stanchezza e le ansie del suo lavoro cento metri prima di entrare a casa per la cena; che deve essere disponibile nel gioco, nella discussione, nell'ascolto; che deve dare esempio di autocontrollo e di intransigenza morale. La cena deve essere un momento conviviale, senza rimproveri, senza la TV accesa, in cui tutti i componenti della famiglia possano parlare liberamente, raccontando e confrontando le loro esperienze.

Ma nel libro c'è anche un decalogo dei diritti dei figli, da seguire quando il matrimonio si sfascia, che il giudice dovrebbe consegnare ai genitori perché lo appendano nella camera da letto per leggerlo ogni sera; e agli stessi bambini al compimento dei sei anni. Ve ne proponiamo una sintesi: Genitori, nonni e parenti non debbono mai criticare, né offendere, né denigrare l'altro coniuge in presenza dei figli; il bambino deve avere in camera la foto del genitore non affidatario e una foto della famiglia unita prima della separazione; a 14 anni i figli potranno leggere la domanda di separazione dei genitori e gli accordi economici sottoscritti; i genitori separati dovrebbero pranzare o cenare insieme ai loro figli almeno una volta al mese e prendere insieme le decisioni più importanti del momento (il tipo di scuola, i viaggi, gli sport); il bambino deve continuare a mantenere rapporti col genitore non affidatario, conversare con lui con amore, direttamente o al telefono.

Tutto questo per salvaguardare il diritto dei figli a una minore sofferenza, di imprimere nel loro inconscio la sicurezza dell'amore dei genitori nei loro confronti: "perché la separazione è sempre un fattore a rischio psico-patologico per i figli, rischio relativamente alto nei due terzi dei casi". Il ‘decalogo' di Bollea è composto di nove punti, lasciando aperto il decimo alla libera interpretazione degli interessati. Un suo piccolo paziente gli ha suggerito un giorno il punto finale: in caso di separazione, il giudice deve chiedere ai figli se sono d'accordo. "In quella frase c'era tutta la sua disperazione".

Alberi per la vita. Questo piemontese doverista e intransigente è anche un uomo di straordinaria dolcezza, che gli permette di entrare subito in contatto con i bambini. Ha imparato dal suo maestro Cerletti (sicuramente l'uomo più importante nella sua vita, dopo suo padre) che lo scienziato deve conservare un certo grado di fantasia, al limite della logica, per ampliare la sua visione del mondo. Si definisce "un ribelle e un utopista" e si batte per tutte le cause che riguardano i bambini, e non solo loro. Ha proposto alla Moratti, allora presidente della RAI, di riservare un canale televisivo solo per i bambini; ha chiesto al nuovo presidente Zaccaria di pubblicare almeno una guida con appositi simboli, nei programmi televisivi di ogni giorno, per aiutare bambini e genitori a scegliere i programmi più adatti; vorrebbe bandire gli spot pubblicitari da tutti i programmi per i bambini, anche, e soprattutto, se riguardano prodotti per l'infanzia. Sostiene che il "Terzo Mondo" non è debitore nei nostri confronti, ma è creditore per tutto l'ossigeno prodotto dalle foreste dell'Africa e dell'Amazzonia e che noi consumiamo; anzi, la sua fonte di lavoro e di benessere dovrebbe essere proprio quella di produrre ossigeno attraverso la cura e l'incremento del suo patrimonio naturale. Ha creato l'AL.VI. (Alberi per la Vita): un'associazione che si propone il rimboschimento del territorio e l'inserimento lavorativo dei disabili nei vivai, nei parchi e nei giardini del Paese.

Bollea è tutto questo. Ma è anche l'uomo che, a 86 anni, può scrivere questa frase: "Alla mia età sono felice al mattino quando mi alzo e realizzo che sono uno psichiatra infantile: che vedrò bambini e farò sorridere qualche madre".

Alberto Angelucci

P.S. La lettura del libro di Bollea ha confermato una mia antica convinzione: che, per evitare disastri, prima di avere dei figli bisognerebbe prendere una patente di genitore. Nella vita ci chiedono di sostenere esami per tutto, anche per andare in barca a vela; ma non per sposarsi e fare figli. Il problema è quello di trovare gli esaminatori giusti per rilasciare questo tipo di patente. Ma forse è meglio non cercarli; perché altrimenti l'umanità si estinguerebbe in breve tempo per eccesso di bocciature.

La neuropsichiatria infantile
nel nostro territorio

A Fano, presso l'Ospedale dei bambini di Via Tazzoli, opera il Reparto di Neuropsichiatria Infantile e il Centro Regionale per lo screening neo-natale. Pubblicheremo nel prossimo numero un'intervista col dott. Massimo Burroni, direttore di questa struttura.


 
 
 
 
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