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Olympe Pélissier: una parigina all'odor di giaggiolo

Luglio-agosto 2000

L'ultima compagna di Rossini

Ivana Baldassarri ha tenuto il 15 giugno a Pesaro una "conversazione" organizzata dall'ANDE (Associazione Nazionale Donne Elettrici) sul tema: "Olympe Pélissier: la compagna del silenzio". Questo articolo contiene una sintesi del suo intervento.

Nel gran trionfo iconografico rossiniano è difficilissimo trovare immagini, stampe, fotografie che riproducano con certezza l'aspetto fisico di Olympe Pélissier, sua seconda moglie. Affidiamoci ai due quadri di Orace Vernet (esposti a Pesaro nel corso della mostra di Palazzo Antaldi del 1992 per il bicentenario rossiniano) e ad un'altra immagine edita dal Radiciotti con la didascalia "Ritratto di Olympe Pélissier - Museo Rossiniano di Pesaro", oggi introvabile. Il primo quadro le ritrae il viso e il busto: è bellissima, bruna e giovane, ha capelli raccolti sulla testa, l'espressione è dolce, lo sguardo determinato. L'altro quadro la ritrae nei gloriosi panni di Giuditta; fra damaschi barbarici di una tenda nemica sorgono le spalle, le braccia, la testa dell'eroina ebrea: bella e indomita, l'incarnato è morbido e ambrato. La terza immagine ce la offre senza più le glorie di una trasfigurazione artistica e amorosa (Vernet era al tempo dei due primi ritratti il suo amante), ma ridimensionata a dolce figura femminile di delicata e sobria gradevolezza.

Olympe Pélissier nacque a Parigi il 9 maggio 1797: sua madre, una certa Adelaide Descuillier, "donna comunissima" dice il Radiciotti per cercare di addolcire una squallida e volgare verità, vendette la bambina ad un duca per 4000 franchi. Quando il duca, che pur le aveva approntato un grazioso appartamento con un salottino tutto foderato di raso rosa, si rese conto che la bambina era troppo piccola per accogliere quell'educazione sentimentale a cui lui stesso voleva applicarsi, la restituì alla madre che la passò subito ad un ricchissimo e anziano anglo-americano che le si affezionò paternamente e le costituì una rendita di 25.000 franchi. Fu questo lo squallido avvio di una carriera di demi-mondain. Quando Olympe fu in grado di prendere da sola le sue decisioni, scelse di vivere con Horace Vernet (l'autore dei quadri) e, finché durò, fu un vero amore. Poi ci fu un banchiere, che le lasciò un ricco vitalizio; poi il dissoluto romanziere Eugene Sue, che la lancerà nel bel mondo parigino; infine il turbolento Honoré de Balzac. Olympe impara intelligentemente ad apprezzare il valore del denaro come strumento per conquistare la libertà, mettendo in conto anche i silenzi, le umiliazioni, gli abbandoni e la disponibilità senza limite che il suo ruolo le impone. Olympe è bella, sa vestire bene, fa parte di un ambiente cultural-chic nel quale sa muoversi con ironia e misura, partecipa a feste, ricevimenti e pranzi come quello del 9 novembre 1823, quando il tout Paris intellettuale e mondano si dà convegno al "Veau qui tette", un ristorante di grido, per festeggiare Gioacchino Rossini che fa tappa a Parigi prima d'andare, con sua moglie, la celebre cantante Isabella Colbran, a Londra. Nella gran kermesse di artisti, dandies, politici, aristocratici e banchieri, Olympe Pélissier viene presentata alla celebre coppia di musicisti e per un attimo il fato trasmette ai loro diversi destini, misteriosi messaggi.

Due incontri dell'anno 1832 possono essere stati invece determinanti nella vita di Olympe e di Rossini: in gennaio una cena parigina con Balzac, al quale Olympe era in quel momento legata, e la breve vacanza a Aix-les-Bains nel settembre dello stesso anno. Balzac sa che la vera celebrità del momento è proprio Rossini e, da sfrenato esibizionista qual è, sa che bisogna farsi vedere insieme all'italiano nei posti giusti. L'invito a cena in un ristorante alla moda è l'occasione che cerca Balzac, ma sarà anche un incontro fatale fra Rossini e Olympe. Al gran parlare concitato e volgare dello scrittore fa da contraltare la compostezza, la calcolata modestia, la gentile disponibilità di Olympe. A Rossini, abituato alle intemperanze caratteriali delle donne di teatro, piace questa parigina che "manda un dolce odor di giaggiolo". Olympe non è più giovanissima, ha 35 anni e dietro l'aria serena e misurata, la sua bellezza appare capace di sorprese: Rossini intuisce che per lui ci potrebbe essere la possibilità di essere accolto nel pacato cerchio dei suoi silenzi, dei suoi sorrisi e delle sue carezze.

A settembre Olympe e Rossini si rincontrano ad Aix-les-Bains: Rossini sente di essere sempre più ammalato. Isabella lo ha lasciato ed ora è a Castenaso a litigare con suo padre Vivazza; il musicista si sente disperatamente solo, deluso e svuotato. Anche Olympe è in crisi: ha la consapevolezza di essere una "demi-mondaine" smessa e vorrebbe tanto trasformare il suo equivoco presente in un futuro di serena stabilità. Olympe e Rossini s'intendono immediatamente e non si lasceranno mai più. Il loro non è un romantico e travolgente amore di giovinezza: il loro progetto di vivere insieme è nutrito da un'altissima strategia studiata da due diversi egoismi. Ma Olympe, che è donna intimamente rispettabile, intende intraprendere il rapporto con il pesarese con il massimo dell'impegno, della fedeltà e della dedizione temperate dall'obbedienza. Sarà un ottimo rapporto. Nel 1837 Rossini e Olympe sono a Bologna, il maestro pensa che sia per sempre, ma né onori, né l'alta considerazione di cui è oggetto, né i bagni di Lucca, né i frequenti viaggi a Milano, Napoli e Firenze placano le sue crescenti angosce esistenziali. Il 21 agosto Rossini e Olympe si sposano (la Colbran era morta l'anno prima): finalmente il ruolo di Olympe è chiarito e i pettegolezzi dei bolognesi dovranno coniugarsi solo al passato. La presenza intelligente, organizzativa e discreta della parigina diventa l'unico punto di riferimento per un Rossini sempre più ammalato. Sarà proprio lei, che sfuggita agli ambigui lucori del demi-monde parigino assumerà tutte le incombenze di una vita che Rossini non riesce più a dominare.

Nel 1855 i Rossini tornano in Francia perché Olympe è disperata, non si fida dei dottori italiani e neppure la situazione politica la tranquillizza. A Parigi, come Olympe aveva sperato, Rossini piano piano riacquista le forze, anche grazie alle attentissime cure di sua moglie che gli organizza la vita in maniera ferrea in modo tale da essere preservato da ogni emozione e da ogni stravizio anche alimentare. Ogni mattina alle otto in punto, Olympe assiste alla toeletta del suo veneré marì e ogni giorno sente con gioia l'evidenza della ripresa di Rossini: dopo essersi fatto radere, il maestro consuma una leggera colazione: una tazza di latte e caffè e un panino piccolo. Quasi un rito sotto gli occhi dolcissimi di una copia della Madonna di Leonardo Da Vinci e proprio di fronte al grande armadio dove sono custoditi tutti i suoi spartiti. E' Olympe che sceglie ogni giorno una parrucca leggera dei Fratelli Normandine, l'abito di "Palais de Cristal", le scarpe "Roché": poi gli allaccia la catena d'oro con l'orologio e gli appunta, sulla cravatta, la spilla con l'effigie di Haendel; un ultimo sguardo, un colpetto compiaciuto sul panciotto prima della rituale passeggiata da solo, a piedi, nel boulevard. Fra loro poche le parole, ma intensa la confidenza. Olympe è orgogliosissima perché Rossini ha ricominciato a scrivere musica e desidera ricevere gli amici: il 15 agosto 1857, giorno del suo onomastico, ella mostra a tutti il manoscritto della "Musique Anodine" sul quale Rossini ha scritto di suo pugno: "Offro queste modeste melodie alla mia cara donna Olympe quale semplice testimonianza di riconoscenza per le cure affettuose e intelligenti che ella mi ha prodigato durante la mia troppo lunga e terribile malattia (obbrobrio delle facoltà)".

Olympe ha conquistato con grande dignità quella rispettabile dimensione a cui anelava: ora ne è quasi inebriata tanto da confondere disponibilità con autocompiacimento; ora è lei a dirigere tutto il caravanserraglio che gira attorno a loro, metafora di quel teatro fantastico del quale il maestro non si sa se conservi paura o nostalgia. Per lunghi anni i Rossini vivranno a Parigi con "larghezza d'avarizia fastosa" come scrive acido Bacchelli; due anziani ex-naufraghi in un transatlantico di lusso. Celeberrime le "Soirées Musicales" di casa Rossini a Parigi e a Passy. Il maestro per perfezionare i rituali della sua esibizione domestica, vero capolavoro di teatralità fra insofferenza e ospitalità, non siede nella sala grande con gli ospiti: rimane in una saletta vicina, con le porte aperte e riceve un ospite alla volta. E' Olympe che regola e smista ospiti, allievi, ammiratori e musicisti, diventando la protagonista discreta e autorevole di ogni serata, anche se è lui che sta sul suo palcoscenico privato a recitare o a vivere il ruolo straniato del genio conteso fra una naturale anarchia e la paura dei mutamenti che da questa potrebbero derivare. Non appena qualcosa lo turba, Rossini cerca con gli occhi Olympe che accorre, lo accompagna in un'altra stanza e comunica agli ospiti che il maestro non si sente bene.

Nei primi mesi del 1868 i malanni di Rossini si aggravano: viene colpito da un tumore al retto che non lo perdonerà. Sono lunghi i mesi d'angoscia e di dolori che Olympe cerca di alleviare. Anche lei è anziana, ha quasi 70 anni, ma senza mai né un lamento né una stanchezza, indossa il suo sorriso più rassicurante e da sola, perché Rossini non permetterà a nessun altro di farlo, lo medica, lo pulisce, lo assiste giorno e notte, inventando miglioramenti e trasmettendo speranze. E' la sera tardi del 13 novembre 1868, quando tra l'affanno di una respirazione faticosa, Rossini pronuncia chiaramente un nome: Olympe. E poi più nulla.

Ivana Baldassarri


 
 
 
 
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