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  *

'I Mesi' di Fabio Tombari: Luglio e Agosto

Il sole d'oro delle vacanze

Penetrare ciò che di solare vive dietro la luce nel fasto del cosmo, nei miti; ciò che stimola i pesci, i granchi di scoglio, gli uccelli migranti; quel che d'influssi s'esercita dai pianeti e dalle stelle fisse sulle pietre e sull'erbe virtuose, sugli animali, sugli uomini; nel moto dei venti, fra gli astri: da Sirio che tramonta ad Antares che sorge, da Petrarca che si ritrae a Cavour che s'accende.

* * *

Quinto dei mesi, Luglio, fu dai Romani chiamato Julius in omaggio a Giulio Cesare che nacque il 12, ed era dagli antichi sottoposto all'influsso di Giove, pianeta di qualità calda e umida, considerato benefico alle operazioni del mietere, della battitura, alla maturazione delle susine, dei cocomeri, delle albicocche, delle pesche, dei fichi, dell'uva lugliatica: astro che insieme col malinconico Saturno ha influenze benefiche sul riso, i meli, le aquile, i buoi, filosofi e delfini. Il Sole che irrompe in Leone segna una nuova triplicità ignea, calda e secca all'eccesso, causa d'insolazioni, di putrefazione dei frutti, nociva alle foglie, al prezzemolo, alle fanciulle e alle rose che brucia col suo fiato pesante.

* * *

Il giorno 21 nasce la stella chiamata Sirio che è nella bocca del Cane Maggiore, la quale stella associata con la Luna presagisce ai cacciatori di balene e ai pastori d'Islanda e ai lapponi le loro venture di mare e di terraferma. Così se all'apparire di Sirio la Luna è in Ariete, minaccerà di morte il bestiame grosso, i capi di renna più forti, farà scoppiare le balene incinte; se in Toro denoterà fortune in mare, trombe marine, uragani, ripristino di vulcani spenti, malumore nei piloti; se in Gemini penuria di baccalà, di frumento, di orsi, di foche; se in Cancro gran siccità per le valli, occhi-pollini, amori contrastati; se in Leone abbondanza d'olio di fegato di merluzzo, di aurore boreali; se in Capricorno utile ai commerci di pelli, ai lunghi viaggi, alla caccia grossa; se in Acquario sarà causa d'indigestioni, di apparizione di anime, di ruggine, di umidità nelle polveri da sparo. Consigliabile ai pastori negli ultimi dieci giorni, di condurre le greggi col tergo al Sole, affinché la troppa luce non le ferisca agli occhi, e perciò alla mattina converrà andare da Oriente ad Occidente, e alla sera al contrario.

* * *

Da noi è il mese in cui le scolaresche esplodono per schizzar via da porte e finestre incontro al Sole d'oro delle vacanze, allora che i bambini lasciano il gatto di casa e l'inchiostro per trastullarsi col mare e sporcarsi di sole. Come è piacevole allora per gli uomini spogliarsi della propria sapienza, dei propri abiti e delle convenzioni sociali e rotolarsi sulle spiagge, nudi e idioti come cetacei fuor d'acqua! Nei giorni della canicola tutta l'umanità anche quella più contristata, anche quella rimandata agli esami diviene fatalista, quasi per adagiarsi nella più flemmatica fra le religioni.

- Che caldo! - L'idea del caldo è la sola idea originale e un po' chiara che gli uomini hanno di questo mondo in cui sembrano caduti fra uno sbadiglio e l'altro. Nessuna conversazione elevata. E' troppo pesante l'afa del giorno per i grandi ragionamenti, la metafisica e le somme speculazioni. Tutto ciò che questa gente sapeva è rimasto appeso ai propri vestiti - le loro vere spoglie - sugli attaccapanni dei camerini. Nessuna distinzione sociale fra quegli esseri così modesti nella loro nudità e tutti alla stessa altezza sul livello del mare. Nessuna bellezza all'infuori di quella un poco mongolica, un poco pelosa che può offrire la carne. Neppure l'amore, così soave in primavera, così sentimentale in autunno, così profondamente patriarcale in inverno, riesce più a dire sul serio, a diventare passione: si limita al flirt, ai piccoli scandali da operetta. Inutilmente le donne accusano ogni tanto d'aver sete per fingersi Isotte al cavaliere che le accompagna: il filtro che Tristano offre, pagando sempre di propria tasca come ai tempi in cui le donne non erano emancipate, non è che acqua impura e impotabile come tutte le bibite.

La stessa arte rinuncia ai grandi temi di amore e di morte per trastullarsi coi soliti motivetti umoristici, innocenti nella loro immoralità, come sketch d'arte varia. Carducci si addormenta su Omero. E il mare, come anch'esso è pigro e mediocre! Quel mare che in altri mesi non ha mai permesso a Magellano di doppiare Capo Horn, a Noè di passare indisturbato col suo pesante carico di contrabbando, né a Ulisse di varcare impunito le soglie di Gibilterra, giace disteso e sfinito, il ventre tuttora pieno e risonante di scheletri, la bava alle labbra, permettendo a chiunque, anche ai bambini, anche ai vecchi e ai sedentari di giocarvi sopra, come un povero orco schiacciato e assopito. Quasi che il mondo, vecchia carcassa sotto i tropici, abbia affondato l'ancora per attendere il primo soffio di vento della sera, la prima stella su cui puntare la prua.

Ma le notti di Luglio, in quale voragine si inabissa la Terra! La Vergine, Arturo, Vega e Altair punteggiano lo stellato, mentre Capra ed Antares ne tracciano il meridiano. Inutilmente gli ultimi astrologhi, con gli occhiali sul naso e l'astrolabio in mano, vorrebbero fermarle. L'universo avanza e ne sorgono dappertutto: da dietro i pagliai, oltre le montagne, sopra gli altari. Agli occhiali, i cannocchiali, il sestante, l'ottante, i prismi, i telescopi; ma invano: il gettito d'oro continua: fulgidissime, azzurre, pullulano sulle case, sui transatlantici, sulle carovane dei deserti. Alcune isolate rosse e tremanti quali lumi nelle stalle; altre a gruppi, quasi nidi, pulviscoli, cittadine del firmamento. Più le ricerche accaniscono e l'insondabile è esplorato, e più l'abisso sprofonda. E quelle infittiscono. Ai pianeti i satelliti, alle fisse le erranti, gli asterismi, le coppie: la pulcherrima d'Arturo, l'oro e zaffiro d'Albireo, la smeraldina di Ercole: turchesi, rubini, lapislazzuli erompono dai tesori del cielo, gemme, diademi, splendori di scrigni in un fiume di perle. Alle comete gli asteroidi, alle costellazioni le nebulose. Si specchiano sui mari, sui laghi, negli occhi dei cervi, nei gioielli delle dame.

Inutilmente gli ultimi poeti rimasti rivanno il senso del perduto: la rigidità dell'indagine s'impone, il pessimismo invade anche i pastori erranti nell'Asia. L'astrologia si fa astronomia e i nomi propri non bastano: tocca ricorrere ai comuni: cocchiere, squadra, freccia, triangolo; alle bestie: il lupo, giraffa, mosca, camaleonte; e infine ai numeri, agli zeri: decametri di zeri. E i miti ammutoliscono. Pegaso, Cassiopea, Ercole, Andromeda cantavano di visioni, di sogni sublimi. Ora non più: gli eroi cedono il posto ai sapienti, i sapienti ai pedanti; l'Olimpo diviene un distretto, la plaga una mappa. Ciò che si ispirava alla Vergine, al Presepe, ai Gemelli, alla Greppia, si informa al Compasso, al Fornello, al Reticolo, al Cavalletto, alla Macchina pneumatica; e il censimento continua. Quanto era stato seminato regalmente, a spaglio, viene classificato, spettrografato, schedato; l'immagine divina rischia di diventare una sigla, una pubblicità luminosa. Più gli strumenti si potenziano e la Terra sprofonda, più lo sciame s'avanza, e la ressa continua ad affollar gli obiettivi, le macchine da presa, le lastre cinematografiche. Tutte, tranne Regolo, mentre altre, stanche d'aspettare, si gettano a capofitto nel buio, con la noncuranza di una cicca qualsiasi. L'indagine si fa inchiesta, inquisitoria. Fisici, matematici, filosofi, fotografi, tutti ugualmente ossessionati dal vuoto, fuori e dentro di loro, mobilitati a sorvegliare, perlustrare, a fissare ogni traccia, ogni indizio: è Vega che fra 12.000 anni soppianterà la Polare; è la temporaria di Ofiuco apparsa a Keplero e fuggitiva da rintracciarsi. A una religiosa rivelazione, la più fredda inchiesta; all'Epifania, la polizia scientifica. Lo spirito non c'è più, c'è solo materia; e l'universo non è che vuoto. Ed ecco, spettrale, prender forma la tenebra e avanzare a tenaglia: la Testa del Cavallo, il Sacco del Carbone: ombre, larve, fantasmi: negativi, inconsci, vengono da distanze infinite, da universi falliti e spenti, senza gloria; vani, senz'orbita. A mezzanotte lo Scorpione rade la Terra. Ma un Uomo è insorto e il cielo si spalanca. Il Cigno che sale allo zenit porta al sommo Vega: guizzano i Pesci, scende Perseo. L'Aquila che sul finir del giorno ha dispiegato i suoi vanni, già a mezzanotte ha sorvolato il meridiano e caccia il Serpente. Ecco l'Ariete, ecco il Toro, e lo Scorpione è fuggito. Orione avanza coi Gemelli reso perlaceo dall'alba: la Testa del Cavallo non è che un trofeo al suo cinto, il Sacco del Carbone un inganno. E l'Aquila che si ritira all'apparire del Sole, vede già Sirio all'orizzonte impallidire all'aurora e dietro il Sole il Leone.


 
 
 
 
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