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Personaggi allo Specchio:
Renata Tebaldi

Dicembre 1999

LA 'VOCE D'ANGELO' DI TOSCANINI

Signora, dove c'è musica non ci può essere nulla di cattivo.

(Miguel de Cervantes, 1547-1616, nel Don Chisciotte)

L'appuntamento con Arturo Toscanini alla Scala era stato fissato per le dieci del mattino. La ragazza si alzò alle sei, si preparò con cura e lasciò con troppo anticipo la piccola pensione di Milano, nei pressi di Corso Buenos Aires, per raggiungere a piedi il teatro. Ovviamente arrivò un'ora prima del previsto. Cominciò a gironzolare in Galleria, poi comprò dei giornali all'edicola e si mise a leggerli nella sala d'aspetto del Maestro, dove già si trovavano gli altri cantanti convocati per l'audizione. Toscanini, appena rientrato dagli Stati Uniti dopo la caduta del fascismo e la fine della guerra, stava preparando il grande concerto per la riapertura della Scala nel maggio del 1946, in un'Italia che risorgeva dalle macerie. Gli avevano segnalato questa giovane cantante emergente e voleva ascoltare anche lei fra i tanti che stava selezionando per quello storico evento.

Venne il suo turno e, alle dieci in punto, si trovò al cospetto del Maestro, burbero e accigliato come sempre, seduto dietro un gran tavolo, accanto al figlio Walter e al sovrintendente Ghiringhelli. Le chiese di dove venisse e cosa avesse fatto fino ad allora. Lei spiegò che aveva studiato al Conservatorio di Pesaro con Carmen Melis: e già questo nome le fece guadagnare parecchi punti agli occhi del Maestro. Poi, accompagnata da un pianista, cominciò a cantare: la romanza "La mamma morta" dall'Andrea Chénier e "La canzone del salice" dall'Otello. Le dieci del mattino non sono proprio l'ora ideale per un cantante, ma non dimenticate che lei si era alzata alle sei, si sentiva bene ed era già calda e in forma. "Brava, brava!", disse semplicemente Toscanini quando arrivò alla fine dei brani prescelti. Poi la congedò e, mentre usciva, disse a Ghiringhelli: "Si tenga a mente il nome di questa ragazza perché farà una grande carriera".

Tre giorni dopo fu chiamata dal Teatro che la invitava a firmare il contratto per il concerto. Doveva cantare solo due brani: uno tratto dal Mosè di Rossini e uno dal Te Deum di Verdi. Fu durante le prove di quest'ultimo brano (voce sola, in mezzo a un coro di donne) che Toscanini si spazientì per la coreografia che non dava abbastanza risalto all'interprete della "voce sola": nonostante il suo metro e settantacinque di altezza, la solista non si distingueva abbastanza dal coro. "Dovete metterla più in alto", ordinò, "Quella voce d'angelo me la dovete far venire dal cielo!" (come da copione). Forse fu soltanto una bizza di regia del Maestro. Ma da quell'istante la ragazza fu per tutti, e per sempre, "la voce d'angelo". Era nato un mito della lirica: destinato a durare per trentadue anni.

A Milano, una sera. Renata Tebaldi, una delle più grandi soprano del secolo, da molti considerata altera, determinata e autoritaria ("La vol cmandèer lè, anca quand la bala!", aveva detto Negri, sovrintendente del Regio di Parma, dopo un giro di valzer con lei), accoglie nella sua casa il direttore di questo piccolo giornale di provincia con la stessa cortesia e disponibilità con cui avrebbe ricevuto l'inviato del New York Times o di Time magazine: la più importante rivista americana, che nel 1958 le dedicò la copertina dopo una trionfale edizione della Tosca al Metropolitan. E' vero che il giornale è stampato a Pesaro, ma di questo parleremo più avanti. Le chiedo un autografo per i lettori dello Specchio della città e lei si siede allo scrittoio per compilarlo col calma, accuratamente, come una scolaretta diligente.

L'appartamento al centro di Milano, acquistato tanti anni fa quando faceva la spola con gli Stati Uniti, è ubicato in un condominio signorile ma non lussuoso, con un piccolo giardino interno. Quando era in Italia, e provava in casa le arie delle sue romanze con le finestre aperte, in questo giardinetto si radunava una piccola folla di vicini per ascoltare (gratis) la sua voce in diretta. Al secondo piano c'è il suo appartamento: il grande soggiorno con un'allegra moquette color salmone, la luce discreta degli abat-jour, i mobili in stile Luigi XVI, il pianoforte coperto di fotografie ricordo di grandi artisti (scorgo la foto con dedica di Riccardo Muti: "A Renata Tebaldi, con ammirazione profonda"), la collezione di dischi con tutte le opere da lei interpretate e riascoltate di tanto in tanto, il barboncino grigio, New, che ci gira intorno: il quarto con questo nome nella vita della cantante, dopo il primo cagnolino acquistato nel New Jersey, da cui prese il nome.

Nel pomeriggio di un mite sabato di novembre, mentre avanza la sera, mi racconta come una favola gli anni della sua giovinezza, con la sua bella voce calda e una leggerissima inflessione milanese che le deriva dalla lunga consuetudine di vita con questa città. Di tanto in tanto, ricordando gli episodi più insoliti o divertenti, o semplicemente quando dice "la mamma", assume una di quelle piccole espressioni di bambina che rendono incantevoli le donne. Quando rievoca il suo primo incontro con Toscanini, la voce assume una diversa coloritura e mi sembra di scorgere dietro i suoi occhiali sfumati la breve luminosità di una lacrima (sarebbe proprio il caso di dire: "una furtiva lacrima"); ma si tratta solo di un istante perché una grande interprete non deve mai cedere alla commozione. In quel momento, anche se in un'atmosfera cordiale e affettuosa, io sono il suo pubblico, uno dei suoi innumerevoli fan. L'aiuta a riprendere il controllo della situazione l'ingresso di Tina, la sua governante, segretaria, amica, sorella di una vita. Ci porta i caffè. "Questo senza zucchero è per lei, signorina Tebaldi, e questo è per il dottore". Ma a questa donna bisogna dedicare un capitolo a parte.

La crestina da cameriera. Tina (al secolo: Ernestina Viganò), dieci anni più giovane della cantante, era una ragazza di Monza, fidanzata in attesa delle nozze, pasticciera, appassionata di lirica e pittrice di miniature, quando fu fulminata sulla via della Tebaldi. Andava a vedere, dal loggione, tutte le repliche dei suoi spettacoli: sempre a Milano ma qualche volta anche a Torino, Firenze, Napoli. Andava a trovare lei e la mamma nei camerini dei teatri, con un unico pensiero fisso: quello di mettersi al suo servizio, di vivere accanto a lei.

La madre della Tebaldi non era il tipo da accettare con piacere l'idea di una dama di compagnia per la figlia, ma cominciò man mano ad affezionarsi a questa ragazza di commovente dedizione. Finché un giorno Renata, che cominciava a preoccuparsi per tutto il lavoro svolto dalla mamma per accudirla in giro per il mondo, scrisse alla Tina una lettera da Rio de Janeiro, chiedendole se era disposta a trasferirsi con loro per sempre. La risposta arrivò attraverso una fotografia che ritraeva la ragazza con il grembiulino e la crestina bianca da cameriera e la scritta: "Questo è il mio sogno". Poi lasciò baracca e burattini e partì per le Americhe. Correva l'anno 1957: le due donne non si sono più lasciate da quarantadue anni, la Tina ha condiviso tutte le vicende liete e tristi del suo idolo; quando Renata non ricorda una circostanza o un nome o una data, chiama ad alta voce la Tina perché le faccia memoria. Ma l'altro giorno la Tina le ha portato il caffè dicendole: "Questo è per lei, signorina Tebaldi".

Un bel dì vedremo. E' nata a Pesaro il primo febbraio, sotto il segno dell'Acquario: non importa l'anno perché i miti sono senza età. Suo padre si chiamava Teobaldo Tebaldi, violoncellista, uomo seducente e di successo, imparentato con la famiglia Alberini (proprio quelli della celebre pasticceria del Corso) attraverso sua sorella Giovanna, seconda moglie di Costante Alberini. La madre di Renata, Giuseppina Barbieri, veniva da Langhirano, vicino a Parma, paese noto a tutti per la dolcezza dei suoi prosciutti. Lì conobbe Teobaldo, giovane ufficiale dei granatieri, in convalescenza per una ferita di guerra, più giovane di sei anni; se ne innamorò e lo sposò, andando a vivere a Pesaro in casa dei suoi parenti. Non durò a lungo: dopo pochi mesi era già di ritorno a Langhirano, con la bambina al seguito. Un breve periodo di riappacificazione e di convivenza qualche anno dopo, poi il distacco definitivo. Giuseppina si dedicò solo alla figlia per il resto della sua vita, continuando a nutrirla col prosciutto portato da casa anche nei lunghi soggiorni americani, quando era già una stella del Metropolitan. (Morirà in un albergo di New York, a 68 anni, per una trombosi coronarica. Renata accetterà di rivedere il padre, ormai vecchio, solo molti anni dopo la morte della madre).

La ragazza crebbe a Langhirano, tornando a Pesaro solo per le vacanze estive, ospite della zia Giovanna e dei cugini, fra cui l'amica e coetanea Vilmen che oggi vive a Fano. Dopo le scuole riuscì ad evitare un'onesta carriera di impiegata delle Poste, dove lavoravano quasi tutti i suoi parenti emiliani, grazie alla precoce attitudine per la musica: ascoltava incantata i dischi di Caruso, Gigli, Tito Schipa, suonati in piazza nel giorno del mercato, imitava i ruoli da tenore mentre aiutava la mamma nelle faccende di casa, si esibiva a grande richiesta come "voce sola" nel coro della chiesa. Andò a studiare pianoforte a Parma, ma lei voleva solo cantare: contro il parere della madre che non vedeva di buon occhio un mestiere poco raccomandabile come quello della cantante. Fu un'altra zia, con precedenti musicali, a spianarle la strada con le prime audizioni, fino all'incontro al Conservatorio di Pesaro con Carmen Melis (grande soprano di inizio secolo e direttrice della scuola di canto) e col direttore Riccardo Zandonai. Dopo averla ascoltata nella romanza "Un bel dì vedremo" dalla Butterfly, suo cavallo di battaglia fin dall'adolescenza, Zandonai (parafrasando una famosa affermazione di Talleyrand su Napoleone) disse, rivolto alla madre: "Non far cantare questa ragazza non sarebbe un errore, sarebbe un delitto". Con questo caddero anche le ultime resistenze e Renata si stabilì a Pesaro negli anni intorno alla guerra per frequentare il Conservatorio. Poi un periodo di sfollamento a Cartoceto, il ritorno a Parma, una prima esibizione con la Bohème al Teatro Ducale della città; e infine il debutto ufficiale al Teatro di Rovigo, nella stagione 1944, con Il Mefistofele di Boito.

Il mondo come palcoscenico. Dopo una rappresentazione dell'Aida nel 1959 a Parigi (dove sarà poi insignita con la Legion d'Honneur), André Malraux, grande intellettuale e ministro della cultura con De Gaulle, le disse: "Signora, vi porgo i complimenti della Francia intera". Il quotidiano francese France Soir scrisse: "La Tebaldi non è nata a Milano, bensì nel piccolo villaggio di Pisaro". A sua volta commentò Le Figaro, con una suggestiva incoerenza linguistica: "La Callas ha lasciato il ricordo di una presenza indimenticabile, ma la Tebaldi ha fatto dimenticare la Callas". La storica rivalità con Maria Callas, è stata sicuramente enfatizzata (ma non inventata) dai giornali: una volta Renata andò su tutte le furie, quando uno sprovveduto redattore del settimanale Oggi indicò il nome Callas in tutti i titoli e le didascalie di un ampio servizio dedicato alla Tebaldi. La definitiva riappacificazione con la grande collega avvenne a New York, dopo una delle sue trionfali recite al Metropolitan, con un abbraccio sul palcoscenico (a sipario abbassato): mediatore Rudolf Bing, americano di origine austriaca, sovrintendente del Teatro dal 1950 e uno dei più grandi manager musicali del secolo.

E' impossibile ripercorrere nello spazio di un articolo (anche di un lungo articolo) le vicende di una straordinaria carriera artistica, svolta in tutti i principali teatri del pianeta, con un repertorio di 33 opere. La grande star partiva in transatlantico da Genova o da Napoli, con un seguito di almeno venti valigie e bauli che contenevano gli abiti di cerimonia e di scena; e tornava in Italia solo per alcuni spettacoli e per le vacanze estive: due mesi di sosta, a riprender fiato. Fra gli episodi della sua sterminata aneddotica, mi racconta che nella prima opera interpretata al Lirico di Milano, perse il cachet dello spettacolo a causa del tram che doveva riportarla a casa. Bisogna sapere che, secondo un'antica tradizione che probabilmente risale ai tempi della Commedia dell'arte (quando a volte gli impresari scappavano con la cassa), gli artisti sono ancora pagati nell'intervallo fra il primo e secondo tempo o al massimo alla fine dello spettacolo. Ma quella volta Renata aveva paura di perdere l'ultimo tram e se ne andò subito, contando di ricevere il compenso con la seconda recita: il giorno dopo l'impresario era già fallito.

Gli stivali di Del Monaco. Sulla scena la figlia del granatiere pesarese faceva sfigurare tutti i tenori con la sua figura imponente, tranne l'anconitano Franco Corelli che aveva un adeguato physique du role; e che una volta, dopo l'esecuzione del Trovatore a Napoli, si diresse minacciosamente, brandendo la spada, verso un palco del San Carlo da cui aveva sentito provenire un improvvido dissenso. Mario Del Monaco andava a controllare ogni volta nel suo camerino l'altezza dei tacchi delle sue scarpe per riequilibrare la situazione con generosi rialzi all'interno degli stivali. All'Arena di Verona, durante le prove di Otello, il cileno Ramon Vinay strapazzò così realisticamente Desdemona nella scena della gelosia, da incrinarle una vertebra; forse una specie di nèmesi per questa soprano che nella Tosca pugnalava i baritoni con preoccupante verosimiglianza. Pasquale Di Costanzo, sovrintendente del San Carlo di Napoli, e segretamente innamorato di lei, fece allestire un sipario di camelie vere per la sua Traviata. In Argentina gli emigrati italiani andavano a baciarle le mani come a una santa; e, prima della partenza, si fermavano ad accarezzare la nave. Al Metropolitan di New York si scorgevano nel buio della platea i lumini dei melomani, gli studenti, i compositori, che seguivano sullo spartito le note incantate delle sue romanze. Nei teatri americani era soprannominata "Miss Sold-Out" (Miss Tutto Esaurito); e negli Stati Uniti, dove nel 1974 ha interpretato per l'ultima volta l'Otello e il Falstaff (con la regia di Franco Zeffirelli), c'è addirittura una piazza intitolata al suo nome ad Hartford (Connecticut). Il suo nome figura in tutte le enciclopedie e in centinaia di siti Internet.

Ha lasciato le scene a 54 anni, nel 1976, con un ultimo trionfale concerto per beneficenza alla Scala per i terremotati del Friuli: esattamente trentadue anni dopo il suo debutto. Si è fermata improvvisamente, all'apice della carriera, prima che la sua voce potesse mostrare anche la minima incrinatura. "Non volevo finire come i boxeur", mi ha detto sorridendo, "con un colpo di spugna dall'angolo, che cancella in un attimo una vita di lavoro".

Il castello di Gradara. Leggo nel libro scritto dalla sua biografa Carlamaria Casanova (da cui ho attinto molte informazioni per questo articolo) una frase illuminante: "Se non mi amano non posso cantare". Questa non è la frase che può essere inventata da un abile ufficio stampa; e non è neanche la sintesi poetica del rapporto d'amore che si crea, nei casi più felici, fra il palcoscenico e il pubblico. E' un grido che viene dalle viscere, che rivela la commovente fragilità di una donna nonostante la valanga di applausi e di onori che ha accompagnato la sua esistenza. Tutti abbiamo bisogno di essere amati, ma per Renata Tebaldi questo sembra un bisogno assoluto.

Ha detto una volta che se fosse vissuta all'epoca di Puccini sarebbe sicuramente diventata la sua amante: perché nessuno ha capito le donne come il compositore toscano. Non si è mai sposata, e forse non ha avuto molta fortuna con gli uomini della sua vita. Ma, non a caso, aveva scelto una piccola casa estiva a Gabicce, dalle cui finestre poteva vedere il castello di Paolo e Francesca: gli amanti-simbolo della nostra civiltà.

Alla fine dell'intervista, mi congedo baciandole la mano. Non è stato solo un gesto formale.

Alberto Angelucci

POST-SCRIPTUM

Questa donna nata a Pesaro, da padre pesarese, pronipote di Edwige Tebaldi (soprano dell'epoca di Mascagni), che ha studiato al Conservatorio di Pesaro, che qui ha passato le sue vacanze di giovinetta, che ha ancora dei parenti a Pesaro, che ha cantato la Tosca e l'Andrea Chénier al Teatro Rossini negli anni 1947-48, che ha sempre dichiarato la sua origine pesarese in innumerevoli interviste, che insomma ha contribuito a far conoscere il nome di Pesaro nel mondo, non è stata cercata dalla sua città dopo il ritiro dalle scene: è cittadina onoraria di Gabicce. E' venuta un paio di volte al Rossini Opera Festival, pagandosi il biglietto come una spettatrice qualsiasi, senza omaggi e senza fotografi; poi è tornata solo per i funerali di Mario Del Monaco nel 1982. Probabilmente i nostri giovani delle discoteche (speriamo non quelli del Conservatorio) non conoscono neppure il suo nome.

Diceva Balzac che la massima aspirazione per uno scrittore è quella di essere riconosciuto dai suoi concittadini (e non c'è riuscito neanche lui). Forse è scattata anche nel suo caso la regola perversa del "Nemo propheta in patria". Non sappiamo se ci siano stati in passato particolari motivi di incomprensione. In ogni caso questo giornale, nel suo piccolo, rivolge un appello a tutte le autorità politiche, culturali e musicali della nostra provincia perché promuovano le opportune iniziative per un doveroso riavvicinamento fra la Tebaldi e la sua città di origine. Dovrebbe richiederlo la grande tradizione musicale della nostra terra, oltre che il comune buon senso.

A.A.

IL REPERTORIO

Opere

BOITO Mefistofele (2 ruoli)

CASAVOLA Salammbò

CATALANI La Wally

CIAIKOVSKIJ Eugenio Oneghin

CILEA Adriana Lecouvreur

GIORDANO Andrea Chénier, Fedora

GOUNOD Faust

HÄNDEL Giulio Cesare

MASCAGNI L'amico Fritz

MOZART Don Giovanni, Le nozze di Figaro

PONCHIELLI La Gioconda

PUCCINI La Bohème, La fanciulla del West, Madama Butterfly, Manon Lescaut, Tosca

REFICE Cecilia

ROSSINI L'assedio di Corinto, Guglielmo Tell

SPONTINI Fernando Cortez, Olimpia

VERDI Aida, Falstaff, La Forza del Destino, Giovanna D'Arco, Otello, Simon Boccanegra, La Traviata

WAGNER Lohengrin, I Maestri Cantori di Norimberga, Tannhäuser

Oratori, cantate, pezzi sacri ecc.

BACH La Passione secondo San Matteo

MOZART Requiem

ROSSINI Stabat Mater

VERDI Requiem, Te Deum


 
 
 
 
   
 

Tutti hanno il diritto di manifestare il proprio pensiero con le parole, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione.

(Costituzione della Repubblica italiana, art.21)
 
 
 
 
 
 
 
Lo Specchio della Città - periodico per la Provincia di Pesaro e Urbino - Redazione: tel. 0721/67511 - fax.0721/30668 - E-mail:info@lospecchiodellacitta.it

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