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Loreno Sguanci: sotto il cielo del Furlo

Settembre 2001
Una lezione di arte contemporanea, passeggiando con Loreno Sguanci

Uscendo a Calmazzo, dalla superstrada per Roma, si sale subito verso la gola del Furlo, percorsa dall'antica galleria romana che risuona di echi antichi. Qui inizia la suggestiva esposizione estiva di scultura contemporanea, ideata dall'Assessorato alla cultura della Provincia di Pesaro Urbino e realizzata grazie all'impegno diretto di Paolo Sorcinelli e del suo staff: Claudio Giardini, Roberta Ridolfi, Silvia Melini e Brunella Paolini. Rimarrà allestita, sfidando le prime intemperie stagionali, fino al 30 settembre. Abbiamo avuto il privilegio di visitarla con l'assistenza di una guida eccezionale: Loreno Sguanci, scultore di successo, già professore dell'Istituto d'arte di Pesaro, assessore comunale e direttore della “Pescheria”. E' stata una vera lezione peripatetica, come quelle che teneva Aristotele, passeggiando nel giardino del liceo di Atene, con notevoli vantaggi sia per la mente, sia per il sistema cardiocircolatorio dei suoi allievi. Anche se in tempi moderni il termine “peripatetico” ha assunto una connotazione meno nobile e piuttosto lontana dalla cultura.
Sguanci, oltre ad esporre due sue opere, ha collaborato attivamente nei mesi scorsi alla definizione del progetto attraverso una serie di incontri insieme agli altri artisti invitati e agli organizzatori. L'idea è stata quella di collocare delle opere che si integrassero con un paesaggio aspro, di pietra e di tinte forti, in un luogo “pieno di presenze misteriose, di suggestioni, di memorie, di aggressioni, di storia”. Ne è nato un percorso espositivo che, seguendo il tracciato della galleria romana, sale verso l'abitato e il fiume Candigliano, fino a sfociare nell'abbazia di San Vincenzo e nel vasto prato antistante. In totale sono esposte ventidue opere di undici scultori, tutti collegati in qualche modo alla cultura del nostro territorio.

Le forme e i simboli

In un anfratto naturale, una specie di nicchia della galleria, c'è la prima opera di Sguanci: “Presenza”, realizzata appositamente per questa mostra. E' una struttura semicircolare in ferro, di color ruggine (anzi, proprio lasciata arrugginire in modo controllato) nella parte centrale e di color rosso-minio nelle punte aggressive. Potrebbe essere la stilizzazione di uno scorpione o di qualche altro animale misterioso annidato nella roccia. Più avanti, attorno all'abitato, si staglia una figura col braccio alzato, in marmo bianco, di Claudio Cesarini; che fronteggia una struttura leggera in filo metallico di Giuseppe Papagni. Sul greto del fiume si specchia la grossa pietra bianca con maniglie d'acciaio di Paolo Icaro; poco più in là galleggia il letto di Giovanni Termini.
Attorno alla chiesa romanica, e sul prato verde, sono allineate con dissonante armonia tutte le altre opere: le due strutture in legno di Rocco Natale che evocano l'uomo e i suoi attrezzi di lavoro; il blocco di pietra di Icaro, tagliato a croce, che stringe lastre di piombo; le nitide geometrie metalliche di Carlo Lorenzetti; gli imponenti “Testimoni” in legno di Sguanci, che si stagliano come totem o sagome di guerrieri omerici; l'albero drappeggiato di stoffa rossa dall'artista di origine tedesca Gesine Arps; il busto inquietante di bronzo di Cesarini; il “Polifemo” di Papagni con l'occhio di vetro chiaro; le macchine misteriose di Fulvio Ligi. All'interno della chiesa, due opere di Eliseo Mattiacci: un grande recipiente circolare colmo di palline metalliche e due binari rampanti in ferro, che si appoggiano sul piano altare. Duetta a breve distanza con la scala di Termini, ornata di contenitori in vetro; e a una donna-angelo o forse un crocifisso, dipinto su una tavola di legno dalla Arps. Nella cripta, il San Sebastiano di Gianluigi Antonelli, un corpo bianco inclinato in avanti che oscilla sotto la pressione della mano, come se fosse in procinto di cadere, deturpato di bubboni neri: forse i fori di ingresso delle pallottole o forse, secondo alcuni, i punti di attacco dell'Aids sul corpo umano. Più in là, dopo il sacrificio, si distendono sulla parete i brandelli ricostruiti della sua pelle.
A parte Cesarini, tutti questi scultori sono esponenti dell'arte astratta, ricercatori della forma, al di là dei significati simbolici e dei richiami antropomorfici.

La scintilla dell'uomo

Loreno Sguanci è il profeta della scultura astratta, oltre che autore di molte opere di vario tipo collocate anche a Pesaro e dintorni: dalla “Porta a mare” di viale Trieste, alla “Croce” della chiesa di via Lubiana; dalla fontanella piramidale di piazzale 1° Maggio, al crocefisso della chiesa di Cristo Re, alla statua di padre Kolbe a Casteldimezzo, ai monumenti ai Caduti di Montelabbate e di Gabicce. Ha persino scolpito in legno il “capione zoomorfico” (una testa di ariete) sulla prua della Stele di Novilara: l'antica imbarcazione picena che sta cominciando a navigare su un mare di polemiche. Come direttore della “Pescheria”, il Centro di arte contemporanea da lui creato, ha cercato di valorizzare, e di divulgare, ogni tipo di ricerca in questo campo; non sempre capito e assecondato dalla gente e dallo stesso establishment artistico-mondano della città. Ha deciso di lasciare, con un po' di amarezza, perché non condivideva certi orientamenti delle istituzioni e certe interferenze sulla linea culturale da lui tracciata e seguita coerentemente.
Citiamo a ruota libera, senza pretese di completezza e di fedeltà letterale, le considerazioni di Sguanci durante la lezione peripatetica del Furlo. Per lui l'arte, nelle sue molteplici forme espressive (figurativa, astratta, concettuale, costruttivista, e via definendo), è sempre un modo per trasmettere un'intuizione, una scintilla di vitalità, un'emozione che va oltre la materia impiegata. Di certo non si limita alla semplice riproduzione della realtà, perché questo ormai non lo fanno più neppure i fotografi quando fermano un attimo di luce che corrisponde a una scelta estetica. Cita a memoria una frase di Lucio Fontana che scriveva, più o meno: “Io sono nato a Rosario di Santa Fè. Mio padre era pittore, mio nonno era scultore e a me sarebbe piaciuto essere l'uno e l'altro. Però una farfalla che vola eccita la mia fantasia e io mi perdo coi sogni nello spazio”. Questo può spiegare perché Fontana, nato come figurativo, ha sentito anche il bisogno di esprimere questa leggerezza: magari tagliando una tela dipinta di blu, per entrare in un altro spazio. I morbidi corpi femminili di Canova non erano quelli delle sue modelle, ma quelli dell'ideale di donna da lui sognato e sublimato. La Cappella Sistina, al di là della perfezione delle immagini, continua a trasmettere a tutte le successive generazioni l'energia nascosta di Michelangelo, la sensazione di dolcezza, di forza, di potenza. Una piramide egiziana può essere una forma quasi banale, fuori dal suo contesto: ma in quella dimensione, e in rapporto a quello spazio, comunica un messaggio grandioso che travalica le civiltà e i linguaggi. Una collina, guardata contro l'orizzonte, può essere bella come un seno.
Naturalmente non tutto quello che viene prodotto dall'arte contemporanea rimarrà nel tempo; ci penserà la storia a selezionare e a far sopravvivere le testimonianze più valide. Ma in tutte le opere realizzate c'è una scintilla di verità per qualcuno.

A.A.


 
 
 
 
   
 

Tutti hanno il diritto di manifestare il proprio pensiero con le parole, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione.

(Costituzione della Repubblica italiana, art.21)
 
 
 
 
 
 
 
Lo Specchio della Città - periodico per la Provincia di Pesaro e Urbino - Redazione: tel. 0721/67511 - fax.0721/30668 - E-mail:info@lospecchiodellacitta.it

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