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Gennaio 2003 / Lettere e Arti
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Mario Melani: una vita per il canto


L'Accademia Internazionale di Canto "Città di Pesaro" è l'ultima creatura del Maestro Mario Melani, che insegna canto da sessant'anni. Mario Melani è il direttore artistico dell'Accademia; presidente è Alberto Del Monaco, fratello del grande tenore.

Partiamo dall'Accademia Internazionale, che dovrebbe divenire un centro per la vocalità. Negli intenti degli organizzatori vi è anche un progetto di collaborazione con il "Rossini Opera Festival" e le varie Istituzioni musicali.

Certamente l'Accademia Internazionale di Canto "Città di Pesaro", recentemente inaugurata, è una nuova realtà che si sta sviluppando nel contesto culturale e musicale cittadino. Pesaro, come altre città marchigiane, ha bisogno di un centro didattico permanente che curi la vocalità, proprio perché da Pesaro sono nate delle voci importantissime nella storia della lirica: Del Monaco, Tebaldi e Corelli.

Ripercorriamo i suoi sessant'anni di vita per il canto. Iniziamo dalla sua infanzia e i suoi studi…

Ho iniziato a cantare a 18 anni come allievo del Conservatorio di Pesaro sotto la guida del Maestro Arturo Melocchi, che è stato poi l'insegnante di Del Monaco, Corelli e di tanti altri importanti cantanti. In quel tempo i maestri insegnavano solo ai cantanti di vocalità maschile (tenori e bassi), mentre insegnanti come Carmen Melis, che ha guidato nei primi anni Renata Tebaldi e Marcella Poppe, seguivano soltanto voci femminili (soprano e contralto). Era quindi ben diverso dalla didattica che si usa attualmente e che, naturalmente, si rivolge ad entrambi i sessi. Ma già da bambino avevo la vocazione per il canto. Fu mio padre che scoprì la mia voce una sera nella nostra casa sopra il Bar "Polo", dove ho vissuto tutta la mia gioventù. Mio padre mi portò dal Maestro Melocchi per un'audizione, anche se io non ero molto convinto di questo indirizzo artistico, in quanto amavo molto il teatro e la prosa in particolare. Ebbi a questo proposito un'esperienza teatrale a Pesaro con Annibale Ninchi con cui feci "Il Cardinale Lambertini" al Teatro Rossini, ed io interpretai l'Arlecchino. Un ricordo particolare va all'amico fraterno Giuseppe Attili con cui vissi molte esperienze artistiche nel periodo della giovinezza. Un altro ricordo incancellabile è legato a Giorgio Strehler, che – sedicenne – venne a Pesaro per due anni. Si parlava sempre di teatro e di letteratura ed è nata un'amicizia che è durata nel tempo. Ma tornando all'audizione dal M° Melocchi, ricordo che mi trovai di fronte ad un'artista dotato di profonda umanità, una cultura non solo musicale e grande generosità. Purtroppo le sue vicissitudini politiche hanno offuscato la sua immagine di grande musicista in maniera ingiusta. Vivevamo in un clima dittatoriale e le persone, non potevano esporre le proprie convinzioni antifasciste. Melocchi ha dato tutto per i suoi allievi ed è vissuto in povertà e nel silenzio. Mi fece cantare l'ultima canzone di Tosti e rivolgendosi a mio padre disse: "E' una voce in formazione, ma molto interessante".

Quindi, dopo l'esame di ammissione, inizia gli studi in Conservatorio e conosce Mario Del Monaco.

Va fatta una premessa: la vocazione artistica di quel tempo era condizionata dalla situazione economica. Con Mario abbiamo vissuto dei momenti magici. Poi abbiamo avuto la grande occasione al terzo anno di Conservatorio, in quanto siamo stati scelti per partecipare al concorso per il Bicentenario di Paisiello a Taranto con l'orchestra del Conservatorio "Rossini" diretta da Amilcare Zanella.

Poi finiti gli studi, le strade di Melani e Del Monaco si separano. Ci parli di quel periodo.

Il destino è stato più severo nei miei confronti rispetto a Mario, che trovò nel comandante Ninchi a Milano un estimatore e un sostenitore per il prosieguo della carriera di cantante lirico. Mentre io, purtroppo, ho subìto le vicende belliche: sono andato a combattere in Jugoslavia ed ho raggiunto il momento critico l'8 Settembre quando fui deportato in un campo di concentramento in Germania. Per due anni ho vissuto in questo lager e poi in un campo a Colonia, sotto i bombardamenti incessanti. I miei occhi hanno convissuto con la distruzione e la morte. Ritornai a Pesaro che pesavo 42 chili e per un lungo periodo ho sofferto di depressioni. Poi la mia vita ha avuto una svolta: mio fratello che si trovava in Argentina mi chiamò in quel lontano Paese e mi organizzò un concerto a Mar de Plata, dove mi fu poi stipulato un contratto con una grande emittente radiofonica.

Ma l'Argentina ha significato anche l'amore per lei. Infatti a Buenos Aires ha conosciuto sua moglie Maria Clara Ziegler, cantante e poi per tanti anni insegnante al Conservatorio "Rossini".

Certamente l'incontro con Maria Clara è stato fondamentale per la mia carriera artistica come cantante lirico e poi come insegnante. Vorrei ricordare che mia moglie debuttò giovanissima al Teatro "Colon" di Buenos Aires e poi ha avuto una lunga carriera artistica a livello internazionale. Nel periodo argentino formai una scuola di allievi e poi fui insegnante dello stesso prestigioso teatro, da cui uscirono dei grandissimi artisti.

Poi l'esperienza coreana.

In Argentina sviluppai una metodologia che si basava sul fatto di non dedicarsi esclusivamente alle opere dei grandi compositori ma anche ai musicisti meno conosciuti. Questa esperienza didattica la portai anche in Giappone, Corea del Sud e Costa Rica, dove tenni numerosi corsi di perfezionamento.

Poi di nuovo in Italia e l'Accademia d'arte lirica di Osimo.

Ho lavorato molto per l'Accademia di Osimo accanto ad Alberto Zedda. Ma vorrei ricordare che fu Marcello Abbado a richiamarmi in Italia per affidarmi dapprima la cattedra di canto al Conservatorio "Rossini" per due anni, per poi passare all'Accademia di Osimo. Vorrei concludere questa intervista con una riflessione: ho incontrato tanti giovani nella mia vita, e credo che proprio da loro possa venire un futuro migliore.

Paolo Montanari


 
 
 
 
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