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Lucia Penazzi: aiutatemi a rivedere mio figlio!

Yesser

Recentemente le cronache locali si sono occupate del caso di una donna di origine fanese che sta conducendo da anni la sua battaglia per riavere il figlio portato in Libano dal suo ex marito. Grazie all'aiuto di un'associazione di Modena (www.bambinirubati.org) è riuscita ad ottenere un'efficace tutela legale e una pronuncia del tribunale a suo favore; ma la strada da percorrere sarà ancora lunga, difficile e costosa per poter arrivare all'esecuzione del provvedimento.

Nel novembre 2002 si è costituito a Fano un "Comitato in favore di mamma Lucia", composto dall'assessore ai Servizi sociali Rosetta Fulvi, dal presidente del Consiglio comunale Massimo Seri e da tutte le donne assessore, per raccogliere fondi a suo favore. Le stesse colleghe dell'Ipercoop di Pesaro, dove la signora lavora attualmente come cassiera con un contratto a termine, hanno promosso una sottoscrizione. Siamo certi che anche i lettori dello Specchio vorranno dare il loro contributo (di qualunque entità) per favorire la soluzione definitiva del caso. Le offerte possono essere versate sul conto corrente postale n. 36522381. Per comunicazioni dirette con l'interessata: telefono 335 295144; e.mail: lucia.penazzi@libero.it.

Pubblichiamo questa dolorosa testimonianza, consapevoli che si tratta di una versione di parte; anche se avvalorata da un'ampia documentazione medica e legale.


Mi chiamo Lucia Penazzi e vivo a Fano. Sono nata in Svizzera a Schwyz nel 1966 da genitori italiani che vi risiedevano come emigranti per lavoro e ho passato tutta la mia giovinezza in Svizzera, facendovi anche gli studi obbligatori e le scuole professionali per il diploma di segretaria. Nel 1989 i miei genitori e la mia sorella minore hanno deciso di fare rientro a Fano per godersi la loro meritata pensione e per dare a mia sorella l'opportunità di crearsi una famiglia in Italia, visto anche che aveva un fidanzato italiano. Io invece decisi di rimanere in Svizzera in quanto già 23enne e già impiegata con un buon lavoro.

Nella primavera del 1991 conosco Hussein Younes, un ragazzo libanese residente in Svizzera per lavoro: era operaio presso la stessa fabbrica dove io ero impiegata come segretaria. Dopo un breve periodo di fidanzamento, il 18 ottobre 1991 ci siamo sposati. Il matrimonio così veloce si spiega col fatto che Hussein rischiava di essere rimpatriato in Libano se non si regolarizzava al più presto per rimanere in Svizzera. Mi diceva sempre: "Tanto se non è quest'anno è il prossimo, quindi prima ci sposiamo prima possiamo sistemarci". Maledetto il giorno che ho accettato!

Già nei primi mesi del 1992 ha iniziato con l'elargirmi ogni tanto qualche schiaffo, ma diceva che il suo comportamento era dovuto soprattutto allo stress causato dal lavoro. Quasi immediatamente sono rimasta incinta di mio figlio. Speravo che cambiasse e mettesse la testa a posto; e invece da quel momento ha iniziato con vere e proprie percosse, compreso un tentativo di investirmi con l'auto durante la gravidanza. Ho subìto tutto questo perché speravo che con la nascita del bambino ritornasse il bravo ragazzo di prima; ma purtroppo non è stato così.

Il viaggio in Libano

Dopo la nascita di nostro figlio, avvenuta a Menziken il 15 gennaio 1993, ha iniziato con il cambiare il nome del bambino: nome che in precedenza avevamo deciso insieme. Infatti dopo il parto per taglio cesareo, mentre io ero ancora in stato di semi-incoscienza, lui ha provveduto a registrarlo con un nome diverso da quello stabilito (Karim) dandogli il nome di Yesser; e lo ha registrato in Comune solo come cittadino libanese negandogli la cittadinanza italiana cui avrebbe avuto diritto. Ho scoperto il cambio di nome al momento dell'allattamento, notando un nome diverso sul braccialetto. Quando gli ho chiesto spiegazioni, mi ha detto che questo era il nome di un suo avo ed era anche quello del leader palestinese Arafat; e che per quanto riguarda la cittadinanza era lui, come padre, a decidere. Ho accettato, anche perché in quel momento non potevo farci più niente; e poi perché era più importante la salute del bambino (buona) e la mia (purtroppo con leggere complicazioni dopo parto). Solo dopo più di un anno, e grazie all'aiuto di mio padre, sono almeno riuscita a fare avere a mio figlio anche il passaporto italiano. Nello stesso periodo mio marito ha praticamente smesso di lavorare e ha iniziato a dilapidare tutti i miei risparmi, oltre che a picchiarmi sempre più forte, fino a farmi anche ricorrere a cure sanitarie. Non ho mai ho fatto denunce in quanto ero sempre sotto minacce fisiche e morali, e inoltre speravo sempre in un suo cambiamento.

Nel dicembre del '93, quando il bambino aveva quasi un anno, ha voluto fare un viaggio in Libano per farlo vedere ai suoi genitori e zii vari. Il paese di origine di mio marito, dove tuttora abitano i suoi parenti, si chiama Koleile (Qlaile) e si trova in provincia di Tyr (Sur) nel Sud del Libano, in pieno territorio occupato dagli israeliani, e fino a un anno fa sotto controllo delle forze ONU. L'accoglienza dei parenti è stata molto calorosa in quanto il bambino era il primo nipote, ma io sono stata praticamente subito messa in disparte in quanto non ero pura per la loro religione. Non mi era permesso niente: mio figlio veniva presentato a tutti, ma io molte volte non dovevo nemmeno essere presente. Comunque il 2 gennaio 1994 mio marito mi ha portato presso un centro Islamico Sciita dove mi ha fatto contrarre matrimonio anche per la legge locale. Poi, al momento di fare rientro in Svizzera, ha cominciato a dire che il bambino sarebbe rimasto in Libano perché, per la loro religione, doveva fare il suo primo compleanno con i nonni e gli zii paterni: così siamo rientrati in Svizzera solo io e mio marito; è andato a riprendere il bambino solo ai primi di marzo. Poco dopo ho scoperto che mio marito faceva anche uso di droghe. Una sera rientrando a casa ha usato il tavolino di marmo del salotto come base per appoggiare la cocaina per poi aspirarla con il naso: il tutto davanti a nostro figlio che con il suo ciuccio stava girando per il salotto. Ho cercato di dirgli che non doveva farlo; e invece di fermarsi mi ha picchiato scaraventandomi sul tavolino dove mi sono lesionata alcune costole del torace (come ha constatato il medico).

La separazione e il "rapimento"

Dalla primavera del '94 fino al febbraio '96 è stato tutto un susseguirsi di violenze vere e proprie; per tutto questo periodo mio figlio è stato per la maggior parte del tempo in Libano dai nonni in quanto mio marito lo faceva restare là, in modo che noi due potessimo lavorare liberamente senza pagare baby sitter o asili vari, ma erano solo scuse. Mio marito non ha mai praticamente lavorato in quel periodo, ma ha solo fatto lavori saltuari e di dubbia serietà; io invece ho dovuto sempre lavorare e tutti i miei soldi venivano impiegati da lui come voleva. Più volte siamo stati in crisi economica e, a causa di vari mancati pagamenti, il tribunale svizzero ha fatto contro di noi una notifica di fallimento famigliare; diverse volte ho dovuto chiedere denaro ad alcuni miei parenti residenti in Svizzera. Nel '95 ha fatto restare mio figlio in Libano per ben 8 mesi senza mai farlo tornare in Svizzera; quando è tornato, ho trovato mio figlio molto cambiato e non parlava più il tedesco (la nostra lingua in Svizzera), anzi gli era vietato dal padre. Anche a me era vietato parlare tedesco o italiano in casa: voleva che il bambino crescesse come un buon musulmano, iniziando dalla religione e dalla lingua. La sera stessa del rientro in Svizzera ho notato che il bambino era stato operato al pene (circoncisione) senza che io ne fossi informata. Pochi giorni dopo sono fuggita di casa andando a risiedere presso un centro per ragazze madri insieme a mio figlio e, nel febbraio '96 ho chiesto la separazione.

Dal febbraio '96 al dicembre '96 ho vissuto in una casa di accoglienza per bambini in difficoltà e sotto tutela del tribunale, dove svolgevo lavori regolarmente pagati: il tribunale aveva sancito la separazione, affidando il bambino a me con un diritto di visita per il padre di 2 giorni al mese, purché la visita si svolgesse col controllo di un osservatore dei servizi sociali. Nel novembre '96 quest'uomo mi comunica l'intenzione di portare Yesser in Libano per le feste natalizie perché la madre era gravemente ammalata. Ho telefonato a un medico del Libano (il numero me lo ha dato mio marito) e ho sentito cosa ne pensava il mio avvocato: il medico ha detto che la donna era grave e l'avvocato mi ha detto che era diritto del padre portare il bambino in Libano per non più di 10 giorni; quindi ho acconsentito. Purtroppo è stato l'inizio del mio inferno: infatti già il giorno dopo la partenza vengo informata che avevano avuto un incidente in auto e che Yesser era in condizioni gravi. Cerco di informarmi, ma tutti i telefoni libanesi sembrano muti; mi chiede soldi per i medici (che io invio), poi comincio a sospettare che non sia vero niente: sia la polizia dove ho fatto denuncia di rapimento, sia l'assicurazione dove avevo fatto richiesta per l'assistenza all'infortunio di un famigliare, mi fanno sapere che le loro ricerche erano state vane, che in pratica mio figlio non era in nessun ospedale (meglio così, ma dove era?). Passa un po' di tempo e vengo a sapere dall'ambasciata italiana a Berna che mio marito aveva fatto rientro in Svizzera; allora parto io per il Libano cercando di riprendere mio figlio, ma arrivata là, e dopo essere stata presso l'ambasciata italiana a Beirut, mi trasferisco a casa dei suoceri per stare vicino al bambino e in attesa che la nostra ambasciata (come mi aveva promesso) risolva il caso. Nel frattempo vengo pressata dai parenti libanesi perché accetti la richiesta di ritirare la separazione in Svizzera e così permettere il rientro di mio figlio. Non vedendo altra soluzione torno in Svizzera per ritirare la separazione e accordarmi sul futuro: praticamente decidiamo di fare ognuno la propria vita ma di rimanere sotto lo stesso tetto per il bene di Yesser.

I giorni della violenza

Invece dopo pochi giorni mio marito rientra nella camera presa in affitto e inizia a colpirmi con violenza inaudita insultandomi per il fatto che durante la separazione ho per un breve periodo frequentato un altro ragazzo (lui aveva già un'altra donna): mi ha insultato, mi ha fatto spogliare, mi ha sputato, pretendeva rapporti sessuali, ma nel frattempo continuava a picchiarmi con violenza inaudita, mi ha strappato capelli e peli, mi ha buttato a terra dandomi calci al ventre e alla testa, mi ha frustato con la cinta dei pantaloni, mi ha minacciato con un frammento di vetro. Alla fine, per salvarmi la vita, sono saltata da una finestra del secondo piano e nella caduta ho rotto il piede destro. In ospedale ho fatto denuncia e mio marito è stato arrestato e poi rilasciato in attesa di altre prove, e per permettere alla polizia di fare i vari rilevamenti nella camera. Purtroppo mio figlio era ancora in Libano e mio marito mi ha chiesto di ritirare la denuncia (quando fossi uscita dall'ospedale), altrimenti lui non andava a riprendere il bambino.

Esco dall'ospedale e ritiro la denuncia. Lui parte per andare a prendere Yesser, ma dopo pochi giorni mi telefona e mi dice che non avrebbero fatto rientro in Svizzera. Chiedo informazioni e vengo anche a sapere che a mio marito era scaduto il permesso di soggiorno e che difficilmente gli sarebbe stato rinnovato anche a causa di numerose altre denunce contro di lui. Mi chiede di raccogliere più denaro possibile e andare da lui in Libano per permettergli di farsi una nuova vita laggiù: permetteva anche a me di restare lì, in modo di accudire il bambino. Io volevo mio figlio, volevo stargli accanto e crescerlo; decido così di farmi liquidare la parte pensionistica dei versamenti e di partire. Ma al mio arrivo in Libano mi si presenta una realtà molto diversa, sapevo a cosa andavo incontro ma speravo che avrei sopportato per mio figlio; ho sopportato per mesi e mesi violenze fisiche e morali inaudite, mi era vietato tutto, anche il mangiare, ma in particolare mi era vietato crescere mio figlio. Non ero pura e non potevo né fargli da mangiare, né uscire sola con lui, tutte cose riservate ai suoi familiari.

Nell'autunno '98 riesco finalmente a parlare liberamente con mia madre; le urlo tutte le mie paure e le chiedo di aiutarmi: "O mi salvate voi o qui ho solo due soluzioni: o mi ammazza lui o mi ammazzo io". Mia madre, mio padre e mia sorella telefonano sempre più spesso a Hussein chiedendogli di mandare in Italia me e mio figlio per una visita, promettendogli che mi avrebbero portata in Svizzera a ritirare gli ultimi soldi della liquidazione e che il viaggio lo avrebbero pagato loro. Inviano il biglietto per l'aereo e sento dire da mio marito che presto sarei rientrata in Italia, ma solo per 10 giorni e da sola: anzi mi costringe a firmare diversi fogli in cui confermavo il mio rientro in Libano altrimenti mi avrebbe negato il figlio. Così il 31 gennaio '99, dopo aver accompagnato il bambino a scuola, mi portano in auto a Beirut e praticamente mi spediscono in Italia. E qui inizia l'inferno italiano.

Il balletto dei tribunali

Mi sistemo a Fano a casa dei miei genitori e poco dopo, non sapendo niente dell'Italia, quasi neanche l'italiano, mi rivolgo alla stazione dei carabinieri, al tribunale, a uno studio legale di Pesaro. Il 15 luglio 2000 il giudice emette la sua sentenza: il bambino veniva affidato al padre e a me veniva riservato uno scarno diritto di visita. Mi dicono di non preoccuparmi in quanto la sentenza era solo provvisoria e che per la prossima udienza avrebbero preparato memorie più complete. Invece purtroppo la sentenza del 20 ottobre 2001 conferma la prima.

A questo punto un mio amico fanese d'infanzia, Mauro Guidi, mi prende praticamente per mano e mi porta da un consulente di Modena (specializzato in questa materia) che mi indirizza a un'avvocatessa di Bologna. Il 24 gennaio 2002 vengono presentate in tribunale nuove prove: rapporti della polizia con descrizione accurata delle violenze subite; certificati medici delle fratture subite; certificato medico che conferma l'uso di droghe da parte di mio marito; atti della separazione fatta in Svizzera; rapporti consolari con dichiarazioni varie sulle violenze di mio marito. Il giudice si riserva ancora di decidere e finalmente il 4 aprile 2002 ottengo in via provvisoria dal tribunale l'affidamento di mio figlio, in attesa della sentenza definitiva.

Dopo un po' di tempo chiedo ulteriori informazioni su come comportarmi per riavere il bambino, e il ministero degli Esteri mi dice che dovrò iniziare una azione legale in Libano, recandomi personalmente sul posto. Visto il mio stato di salute, visto il fatto che non ho più possibilità economiche, visto il fatto che mio marito mi minaccia continuamente di morte, chiedo al ministero di provvedere loro all'avvio dell'azione legale e di sostenere le relative spese; infatti lo stesso ministero è già intervenuto in vari modi, anche economici, per casi simili al mio. L'unica risposta alle mie numerose richieste è stata un elenco di avvocati libanesi che parlano italiano e che dovrei contattare io direttamente. Ho anche incontrato Mirko Tremaglia, ministro degli italiani all'estero, che si sta interessando al mio caso.

Purtroppo, dopo tutto questo girare di pratiche e di persone, in quasi quattro anni ho potuto parlare con mio figlio solo al telefono (quando me lo hanno concesso, per pochi secondi); e ho potuto rivederlo per qualche giorno solo nell'ottobre scorso, quando sono riuscita a tornare in Libano sotto la protezione della nostra ambasciata che mi ha fatto ospitare da un convento di Beirut.

Lo so che sono tante le richieste di aiuto, e che sarà difficile che prendiate in considerazione anche la mia, ma per me è quasi un'ultima spiaggia. Dopo i fatti dell'11 Settembre non vivo più, anche perché mio cognato è un esponente Yasbollha e temo che mio figlio venga educato nelle scuole del fondamentalismo islamico. La zona dove risiede mio figlio è a 15 chilometri dal confine con Israele; ho constatato di persona che c'è la guerra, e so che vivono con elicotteri e aerei che sorvolano le case lanciando bombe verso il confine, con i mortai alloggiati nei cortili delle case.

- Voglio che mio figlio venga in Italia da me per avere un futuro vero e onesto
- Voglio che mio figlio cresca in un ambiente fatto di libri, studio e lavoro e non di guerra e terrorismo
- Voglio che mio figlio sappia che non l'ho abbandonato per mia volontà
- Voglio che sappia che non l'ho dimenticato mai
- Voglio che sappia che lo sto cercando
- Voglio che sappia che è sempre nel mio cuore
- Voglio che sappia che lo voglio riabbracciare
- Voglio che conosca la verità
- Voglio fare la mamma perché sono una mamma, anzi sono "la mamma".

Lucia Penazzi


 
 
 
 
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