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Fano nella letteratura: “I coniugi Allori”

Ancora Fano nella nostra letteratura moderna! E' la città in cui è ambientato il romanzo I coniugi Allori di Marino Moretti, poeta, narratore e drammaturgo fra i più celebrati durante la prima metà del secolo scorso. Vissuto durante i secondi quarantacinque anni della sua lunga esistenza (1885-1975) nella nativa Cesenatico, Marino Moretti fu scrittore molto prolifico e uno dei più assidui nella “terza pagina” letteraria del Corriere della Sera e in quella de La Nuova Antologia, la storica e tuttora attiva rivista che ebbe come direttore anche Giovanni Spadolini. Proprio in La Nuova Antologia il romanzo fanese di Moretti uscì in sette puntate – dal 16 maggio al 16 agosto 1943 – e dopo la guerra (1946) pubblicato dall'editore Arnoldo Mondadori nella prestigiosa collana “La medusa degli Italiani”.
C'è tutta Fano con palazzi, monumenti, chiese, istituzioni e scorci caratteristici: Arco d'Augusto, Porta Maggiore, Teatro della Fortuna, Bastione Sangallo, San Paterniano, Duomo, Madonna di piazza, San Pier Vescovile, Stabilimento Balneare, Monte Giove, Politeama Cesare Rossi, l'istituto Maestre Pie Venerini, il collegio Sant'Arcangelo e le novità degli anni Trenta, il Pincetto e Metaurilia. C'è, nel suo nome di allora, il Trebbio (trivium), che oggi tutti chiamano Piazza Costanzi. Non potevano mancare la Liscia e i Piattelletti! Citato spesso, quale scenario delle vicende narrate, è il palazzo Montevecchio e il campanile di San Paterniano con le attribuzioni: del primo al Vanvitelli e del secondo al Sansovino (ambedue smentite dallo storico Franco Battistelli sulla base di sue ricerche archivistiche). Altro scenario è quello dei pressi di S. Maria Nuova con l'Albergo-Ristorante “La Fortuna” all'angolo fra via De' Pili e via Alavolini, poi scomparso nel dopoguerra. Come scomparso è il ricordato Pozzetto (el Pussét) con le abitazioni dei marinai più poveri; era nell'area oggi compresa fra via 1° Maggio (la Nazionale verso Pesaro) e via Castellani. Il porto è descritto dall'autore come una città a sé stante rispetto al centro storico, e al tempo dei coniugi Allori era così.
E la statua della Fortuna? Certamente. E' ritratta più volte non senza toni un po' caricaturali. «Emergeva essa – scrive Moretti – nuda e non bella, maculata e impassibile, coi seni appena accennati, i ginocchi un po' duri e i polpacci forti e quasi maschili; più dolce e femminile il ventre, e il fianco di una soavissima puerilità», mentre «l'enorme voluta d'un velo troppo massiccio trattenuto con una mano al di sopra d'una testina un po' piccola a cui i capelli facevan come un'arguta cresta, aveva alcunché della vela che si gonfia a un colpo di vento».
Il periodo storico di questa Fano morettiana è quello della marineria, che nelle barche lasciava le vele e introduceva i motori; è quello del campo d'aviazione e della Scuola allievi sottufficiali piloti, dei melodrammi ascoltati al Teatro della Fortuna e poi cantati dai cittadini per le strade e piazze, dagli spettacoli di varietà al Politeama e delle “canzonette” di successo, (oh, ziki-paki, ziki-pu e ciribiribìn, che bel faccìn) e della pizza che tutti chiamavano “crescia”. «Così stavano le cose – scrive Moretti –, cioè un mediocre benessere ch'era quasi una mezza povertà». Lo stesso tenore di vita dei coniugi Allori, vecchi ambedue: lui, Paterniano, di anni 83, e la moglie Carolina nata Casagrande di 81; ma tutti e due arzilli, gagliardi, intraprendenti, soddisfatti del loro aspetto da anziani-giovani. Vivevano anche orgogliosi del loro figlio Orso (nome di uno dei quattro patroni della città), diventato medico e cattedratico universitario, e chiamato dai suoi concittadini per qualche consulto. Bravo il prof. Orso Allori, ma vanitosissimo, dalle grandi arie e con frasi latine nel parlare; soprattutto avarissimo e susssiegoso.
Il romanzo morettiano è stato apprezzato dalla critica, come lo è dagli storici della nostra letteratura, perché va al di là dei soliti tipi piccoli-borghesi, amanti delle abitudini personali e frequentatori di ambienti limitati; come era il loro autore, legato alla sua terra, contento di andare solitario “sotto il piovoso cielo di Cesena” o “nelle consuete vie di Cesenatico”, specie quelle del porto-canale dove abitava. Così lo ritrae il letteratissimo diplomatico Paolo Vita Finzi in una delle sue famose parodie di scrittori e poeti (Bompiani, 1978). Per lo storico della letteratura Vittorio Rossi è “il più pascoliano dei crepuscolari”. La vecchiaia degli Allori non è la senectus ipsa morbus dei latini. Basta viverla come se si fosse ancora giovani, come hanno saputo fare loro. I vecchi sono gli altri, quelli che salgono a fatica sul nuovo Pincetto. «Noi – dice Paterniano alla sua Carolina – al confronto siamo come ragazzi». «Sono – scrive Moretti – le innocenti follie che tengono in vita», anche se «la tenacia degli Allori è il primo dei loro difetti, il più scandaloso dei loro morbi». E' un difetto al quale non rinuncia Carolina nemmeno quando resta vedova, sempre pronta a «decidere qualche cosa per l'avvenire».
E la trama del romanzo? Questa la lascio al mio lettore incuriosito, che potrà leggere il libro sugli Allori di Fano nella nostra Biblioteca Federiciana.

Antonio Glauco Casanova


 
 
 
 
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