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Il 40° anniversario del “Sessantotto”


Riesplode la protesta?

Questo sarà l'anno del Sessantotto. A quarant'anni di distanza, sarà ricordato, spiegato, beatificato o condannato, ma inevitabilmente riempirà giornali e librerie, programmi televisivi e conferenze.
Cosa pensano e ricordano i pesaresi di quell'anno che è stato il vero spartiacque che divise il passato dal presente? Cosa pensavamo e come vivevamo noi studenti, comunisti, cattolici e fascisti di allora? Fra pochi anni, forse, stenteremo a ricordarci con quale umore ci siamo svegliati l'11 settembre 2001. Ma il 1968, essendo un anno intero, durò a lungo, i dodici mesi canonici. E' comunque piacevole portare alla mente la nostra immagine di quando eravamo giovani. Il ricordo è legato al cuore, non perché gli antichi lo ritenevano sede della memoria, ma perché con il cuore si esprimono il sentimento e le emozioni. La gioventù è la nostra breve primavera i cui umori, amori, errori e qualche volta peccati, ci forgiano per sempre. I giovani del Sessantotto presero strade ideologiche diverse: alcuni quella cattolica, altri quella socialista ed altri ancora quella comunista; qualcuno prese la strada del ritorno, quella fascista. Molti “capelloni” sessantottini di allora, oggi sessantottenni, avranno qualche problema al cuoio capelluto. Alcuni di loro, oggi degli affermati professionisti, in quegli anni si ispiravano al marxismo e contestarono. Altri il Sessantotto non lo fecero e furono spettatori e forse qualche volta testimoni rancorosi, di una sbornia ideologica che fu segnata anche da intolleranza e violenza. Forse occorrerebbe aggiornare un modo di dire, invece di quarantotto, si dovrebbe ricordare: “è successo un sessantotto!”.
Quello spartiacque storico non cambiò solo gli equilibri scolastici ed universitari ma investì il mondo del lavoro e della produzione. Ne è valsa la pena? Nella scuola, in considerazione della recente affermazione del ministro all'Istruzione Giuseppe Fioroni che è costretto ad ammettere: “C'è una emergenza educativa che riguarda il Paese”, sembrerebbe di no.
Circa un mese fa una studentessa dell'ultimo anno del liceo classico ha partecipato a “L'eredità”, quiz preserale di Raiuno. Ha risposto d'un fiato: “essi sogniano”. Il conduttore Conti le ha chiesto di individuare la grafia giusta tra “io sognio”, “noi sogniamo” e “io sogno”, “noi sognamo”. La giovane concorrente ha sparato di nuovo la risposta sbagliata. Paola Mastrocola, la professoressa autrice del best-seller La scuola raccontata al mio cane (Guanda Editore) per i suoi alunni del liceo scientifico è arrivata a ripristinare il dettato. E' di questi giorni la notizia che la maggior parte degli studenti medi inferiori e superiori non conosce la causa dell'alternarsi del giorno e della notte. Non a caso l'Ocse (Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico), dopo aver misurato la capacità di “problem solving”, cioè il saper applicare alla realtà di tutti i giorni le conoscenze sulle varie materie scolastiche, ha posto l'Italia verso il fondo della classifica europea. Forse i prossimi mesi vedremo un film già visto: scuole occupate e cortei, studenti griffati (non con l'eskimo) e poliziotti dietro gli scudi. Beata gioventù! Li invidierò.

Stefano Giampaoli

L'altra faccia del movimento

Nel 120 anniversario del 1848 si ebbe in Europa e nel mondo un simil ‘48 che va sotto il nome di ‘68. Ma se quello aveva suscitato delle aspettative contro le monarchie assolutiste, anche questo aveva suscitato speranze e aspettative: entrambi portatori di estremismo e capovolgimento totale delle istituzioni dei propri tempi.
Se si chiede a qualcuno cosa pensa del proprio ‘68, ognuno ne ha un ricordo bello e contrastante: bello perché è associato alla bellezza della propria gioventù, contrastante perché nessuno riesce quantificare che cosa abbia prodotto di positivo e di veramente progressista quel movimento confuso. Se voleva contrastare il mondo borghese di allora, in realtà ne ha creato un altro altrettanto borghese con una mancanza significativa circa la presenza di valori umani; se voleva cambiare il mondo della scuola, in realtà ha portato alla destrutturazione e all'inconsistenza della scuola di oggi.
Fra i tanti mali che il ‘68 ha prodotto su tutta la società ci soffermiamo sui danni fatti alla scuola italiana, iniziando dai decreti delegati che è il prodotto più negativo dal ‘74 in poi, fatto con l'accordo dei sindacati. Se qualcuno dovesse dare un misura della produttività sindacale, dovrebbe studiare l'apporto negativo che i sindacati hanno dato alla scuola, con governi quiescenti alle proteste e agli scioperi, il “sei politico”, e il “diciotto politico”, che tanti danni hanno fatto e continuano a fare nella scuola italiana; con l'immissione in ruolo di migliaia di docenti senza alcuna preparazione specifica – i cosiddetti precari – per cui non è mai venuto in mente a nessuno di prepararli per l'insegnamento. Oggi quando si critica la scuola non si pensa mai da dove sia partita quella crisi.
Poi ci fu un ‘68 vissuto sulle pelle degli altri, portato avanti dagli sprangatori della università statale di Milano, Capanna e Gino Strada; Franco “Bifo” Berardi a Bologna, e giù giù fino alle statali di Roma e Napoli, senza contare le università minori di provincia. Ma tutto questo movimento che cosa ha portato? Al riconoscimento di sedi universitarie in ogni angolo d'Italia, con una proliferazione di lauree e di diplomi che non hanno più alcun valore scientifico e professionale. Ancora oggi alcuni sindaci inconsapevoli si vantano di aver portato sedi universitarie in angoli di provincia, dove non ci saranno mai posti di lavoro e illudendo ancora una volta i giovani in cerca del loro destino. Nelle stesse Marche, dove con una popolazione di 1.400.000 abitanti operavano quattro sedi universitarie, ora non si contano più le sedi distaccate, i corsi e corsetti, i premi per le miglior tesi sul nulla, i diplomifici universitari che servono solo a distribuire cattedre per i protetti dei baroni che i sessantottini avevano detto di eliminare, ed a cui si sono sostituiti, trovando infine un posto di lavoro per se stessi.
L'immaginazione al potere. Adesso abbiamo capito perché avevano quello slogan. Significava in realtà che si immaginavano al potere loro stessi – come in effetti è stato – con i risultati che abbiamo sotto gli occhi tutti i giorni.

Gabriele Gerboni


 
 
 
 
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