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Pillole di storia: Rommel e Messe in Tunisia

Giovanni Messe e Erwin Rommel, due protagonisti della guerra d’Africa.

Amici di mia figlia sono tornati dal capodanno trascorso in Tunisia e le hanno regalato squisiti datteri. Incuriosito dai loro racconti, ho chiesto quale fosse stato l'itinerario del viaggio e essi mi hanno sciorinato fotografie fra le quali ho intravisto una bella oasi ed un passo di montagna. Ho chiesto i nomi delle località ed ho provato un certa emozione nel sentirmi dire: Gafsa e Kasserine. Ma null'altro, oltre quei nomi. Ed allora ho raccontato io cosa dovrebbero evocare; ed essi, ragazzi e ragazze degli anni 2000, sono stati ad ascoltarmi con grande interesse, quasi che fossi stato io il viaggiatore e loro a casa.
Dunque, c'era una volta, ma… nel febbraio del lontano 1943, dopo lo sbarco alleato in Marocco e la presa dell'Algeria, era ormai chiaro a tutti che il prossimo obiettivo sarebbe stato l'invasione dell'Italia. Mussolini ed i nostri capi militari sapevano perfettamente, nonostante le roboanti dichiarazioni pubbliche (il famoso discorso “del bagnasciuga”) che la popolazione era allo stremo e poco o nulla avrebbe resistito se alle truppe alleate fosse stato consentito di mettere piede “sul sacro suolo patrio”. Ma non sapevano che gli Alleati cercavano di evitare o rimandare lo scontro sul terreno con le temutissime truppe tedesche e perciò cominciarono ad elaborare piani e tattiche di penetrazione alternativa. Proprio in febbraio, per esempio, giunsero in Algeria agenti segreti americani (dai nomi inconfondibili, come Max Corvo, Victor Anfuso e Vincent Scamporino) reclutati fra i mafiosi di Brooklyn con la collaborazione di elementi di spicco della mafia italo-americana fra cui Lucky Luciano, che sarebbero poi stati infiltrati in Sicilia per facilitare lo sbarco. E diedero inizio a quella campagna terroristica di bombardamenti a tappeto delle maggiori città, fossero o meno sedi di impianti industriali o militari: ricordiamo fra tutte Palermo e Napoli il 15 febbraio, Messina il 23, Cagliari il 26. E tutto questo perché in Africa Settentrionale avevano ricevuto una sonora lezione. Da un lato, l'VIII^ Armata britannica del Maresciallo Montgomery ormai dilaga senza incontrare più resistenza ed avanza sulla costiera libica: dopo la caduta di Tripoli (23 gennaio) raggiunge la frontiera libico-tunisina ai primi di febbraio. Ma in Tunisia ci sono ancora eccellenti truppe italo-tedesche, con linee di rifornimento molto corte (in una notte si va dalla Sicilia a Tunisi) e soprattutto con eccellenti comandanti. L'Afrika Korps, conclusa la ritirata da El Alamein al riparo della linea organizzata del Mareth, ha ancora alla sua testa il Feldmaresciallo Rommel; la V^ Panzer Armee ha il generale Hans Jurgen Von Arnim; ed a comandare la 1^ Armata italiana Mussolini ha inviato il 1° febbraio il generale Messe, con l'ordine preciso di “resistere ad ogni costo, fino all'estremo, per ritardare l'attacco all'Italia che seguirà fatalmente alla caduta delle nostre posizioni africane”.
Rommel, il più esperto generale in terra d'Africa, comprende che la situazione sul terreno è favorevole a un tentativo offensivo per scardinare il fronte nord, tenuto da britannici ed americani, così da giungere alle loro spalle ed accerchiarli. Senza frapporre indugi o attendere ulteriori rifornimenti, il 14 febbraio le unità corazzate di Rommel (la 10^ e 21^ panzer) si lanciano all'attacco, Rommel in persona alla testa, cogliendo di sorpresa ed assolutamente impreparate le avanzanti forze americane, fino a giungere a Gafsa. Anche von Arnim scatta dalle sue posizioni ed occupa, in poche ore, la piana strategica di Sidi Bou Zid. Ingenti quantitativi di armi, munizioni ed un numero impressionante di prigionieri, soprattutto statunitensi, cadono nelle mani delle truppe italo-tedesche che, il 20 febbraio, conquistano il Passo di Kasserine, nella catena montuosa dell'Atlante tunisino, che fu così testimone del primo, vero scontro fra le giovani ed inesperte truppe americane e le veterane forze dell'Asse: le prime subirono un umiliante smacco e dovettero retrocedere di 80 chilometri ad ovest del passo Faid. In questi combattimenti, ancora una volta, dobbiamo riportare l'esaltante comportamento del soldato italiano. Basti per tutti ricordare il 7° Reggimento Bersaglieri, che impegnò il nemico in un serrato corpo-a-corpo nel quale cadde anche il suo comandante, il colonnello Bonfatti, mentre guidava i suoi bersaglieri all'attacco delle posizioni nemiche suscitando l'ammirazione ed il riconoscimento dello stesso Rommel. Il morale delle truppe alleate era crollato improvvisamente, di nuovo Rommel riprese a turbare i sonni dei generali nemici. Migliaia di soldati si sbandarono, abbandonando le posizioni: moltissimi finirono preda dei beduini. Dopo avere sfondato le difese del passo, le forze italo-tedesche si divisero in due gruppi, diretti rispettivamente verso Thala e verso Haidra dove però furono arrestate da una impressionante barriera di fuoco delle artiglierie americane e britanniche.
Eisenhower aveva esonerato il comandante del Corpo, Lloyd S. Fredendall, e lo aveva sostituito con George S. Patton. Ma il vero motivo dell'arresto dell'offensiva è da individuare nel pericolo che l'altro nemico, Montgomery, finora fermo sul fronte del Mareth, terminato il rifornimento, percepito che quel settore era stato sguarnito delle migliori truppe, vi si lanciasse nuovamente all'attacco. Così Rommel, giudicata inutile ogni ulteriore avanzata, il 23 febbraio diede l'ordine di fermare la marcia ed il 25 anche la stretta di Kasserine era ripassata. L'offensiva aveva inflitto perdite gravissime al nemico ma soprattutto gli aveva mostrato che aveva di fronte un esercito combattivo e grintoso, che gli avrebbe fatto pagare a caro prezzo ogni metro di terreno. Davvero una realtà assai diversa dalla passeggiata che la propaganda alleata aveva sbandierato e che gettò nella preoccupazione i condottieri alleati in vista dell'assalto a quella “Fortezza Europa” di cui l'Italia avrebbe dovuto ben rappresentare il primo bastione.

Paolo Pagnottella


 
 
 
 
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