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I Carabinieri: la gazzella col computer

Il tenente colonnello Stefano Fedele, nuovo comandante provinciale. A Palermo ha interrogato per ore il mafioso Giovanni Brusca: che poi si è “pentito”.
La gazzella supertecnologica che registra automaticamente, con una telecamera, le targhe di tutte le auto che incontra.

Avete notato che da parecchio tempo non si raccontano più barzellette sui carabinieri? Ormai le barzellette sui carabinieri le raccontano solo i carabinieri. Non è che siano semplicemente passate di moda. Il fatto è che, a partire dai famigerati “anni di piombo” e continuando con le imprese della grande criminalità mafiosa e della delinquenza ordinaria in servizio permanente, ci è passata a tutti la voglia di ridere su questi malpagati servitori dello Stato che spesso ci hanno lasciato anche la pelle. Circa 115 mila carabinieri (insieme alle altre Forze dell'ordine, prima fra tutte la polizia nelle sue varie articolazioni) hanno cercato di difendere, anche in quei momenti di buio, le Istituzioni e la sicurezza di 57 milioni di italiani: mentre noi commentavamo gli avvenimenti davanti al televisore del soggiorno.
Un secondo – importante – elemento che ha spazzato via le facili ironie, è stata la crescente specializzazione dell'Arma in settori di punta. Per fare solo un esempio, i militari in tuta bianca dei RIS (Reparto Investigativo Scientifico) sono diventati ormai delle star televisive: dalle loro indagini, condotte con sofisticate strumentazioni tecnologiche, ci aspettiamo le prove decisive per risolvere i più efferati delitti. Ma nell'Arma non ci sono solo i reparti di alta specializzazione come i RIS (Parma, Roma, Messina e Cagliari), i Ros (quelli che hanno catturato Totò Riina) i Gis (le “teste di cuoio”), i Nas (nucleo antisofisticazione), i Ntpc (tutela del patrimonio culturale) i Noe (nucleo ecologico); ci sono i marescialli delle 4.700 stazioni disseminate nel territorio: la più capillare struttura per l'ordine pubblico del nostro Paese. Intervengono nel 70% dei reati e spesso rappresentano, nei piccoli centri, l'unico punto di riferimento dello Stato per i cittadini e le famiglie.

La Benemerita. La loro storia comincia da molto lontano, addirittura prima della creazione del nostro Stato unitario. Infatti l'Arma è stata creata nel 1814 da Vittorio Emanuele I, re di Sardegna, come gruppo scelto dell'Esercito (sul modello napoleonico della Gendarmeria francese), con compiti di tutela dell'ordine pubblico accanto al ruolo strettamente militare. Da qualche anno hanno assunto il rango di Forza Armata e oggi il loro comandante generale proviene dall'interno dell'Arma e non dall'Esercito come è stato sempre in passato, forse per timore di un possibile colpo di Stato. Qualcuno finalmente si è accorto che un pericolo per le nostre istituzioni democratiche può venire da tutti tranne che da loro. Un gruppo di élite, selezionato anche in base alla prestanza fisica (almeno un metro e novanta di altezza) è inquadrato nel piccolo reggimento dei Corazzieri, gli addetti alla guardia personale del presidente della Repubblica.
“Usi a obbedir tacendo e tacendo morir”, “la Benemerita”, “Se ci incontrate fateci un sorriso: sarà la nostra forza”: motti e definizioni che possono apparire un po' retorici agli occhi disincantati della società odierna ma a cui hanno creduto fino in fondo uomini come Salvo d'Acquisto e tanti altri personaggi meno noti. Peraltro la simpatia della gente verso i carabinieri (testimoniata da tutti i sondaggi di opinione che li vedono sempre al primo posto) è rivelata anche dalla letteratura e dai film. Non a caso molti personaggi delle fiction si sono ispirati a figure dell'Arma: dal maresciallo Carotenuto di “Pane, amore e fantasia” (Vittorio De Sica) che furoreggiava negli anni ‘50 in coppia con la Lollobrigida; al maresciallo Rocca (Gigi Proietti) che risolve tutti i casi in un'ora e mezza, prima del telegiornale della notte; al carabiniere semplice Paola Vitali (Manuela Arcuri), da cui chiunque si farebbe arrestare senza opporre resistenza.

Il capitano Nemo. La caserma del comando provinciale di Pesaro è intitolata – con lapide all'ingresso – a Robusto Antonelli: un carabiniere di Tavullia, Medaglia d'argento della Prima guerra mondiale, caduto a Gorizia a vent'anni nel 1917. Da qualche mese il nuovo comandante è il tenente colonnello Stefano Fedele, 42 anni, un metro e novantacinque di altezza, corso all'Accademia di Modena dopo il liceo classico, due lauree (Legge e Scienza della sicurezza), brevetto di paracadutista sulla divisa. Nomen omen, dicevano i latini: nel nome c'è il presagio (è una battuta troppo facile, ma debbo anche ricordare che l'attuale capo della Polizia italiana si chiama Manganelli). Su una parete dell'ampio ufficio campeggia – in lettere maiuscole – uno dei motti più popolari dell'Arma, “Nei secoli fedele”: che in questo caso sembrerebbe promettere, o minacciare, una sua lunghissima permanenza a Pesaro. Viene da Firenze ma ha già percorso una lunga carriera in zone piuttosto calde come Palermo e Messina. La sua prima meraviglia, arrivando dalle nostre parti, è stata quella di vedere i motorini ordinatamente parcheggiati senza particolari cautele: perché in Sicilia era abituato a constatare furti di ciclomotori assicurati con due robuste catene a due diversi lampioni. Ma non si occupava soltanto di motorini, come testimonia una serie di quadretti che completano l'arredamento dell'ufficio: encomi ed elogi ufficiali per i suoi successi nell'attività investigativa. A Palermo aveva il nome in codice di “capitano Nemo” e ha interrogato per molte ore un buon numero di mafiosi, fra cui Giovanni Brusca, soprannominato “u' verru” (grosso maiale da monta): il pluriomicida che tutti ricordiamo furente – al momento della cattura – a stento trattenuto da due uomini incappucciati. Davanti agli inquirenti appariva come un uomo piccolo e mite, con occhialini da intellettuale, dal linguaggio forbito e gentile. Poi è entrato a far parte dei collaboratori di giustizia, i cosiddetti “pentiti”, facilitando l'identificazione e l'arresto di parecchi suoi compari.
A Pesaro Stefano Fedele è affiancato dal comandante del nucleo operativo, il tenente colonnello Francesco Recchia che opera naturalmente in borghese: drappeggiato in una elegante pashmina sopra il giubbotto di pelle che sottolinea la sua stazza atletica e la straordinaria somiglianza con l'attore Errol Flynn, il leggendario protagonista de La carica dei ‘600 e di Robin Hood. Il suo motto preferito è: “Tra la gente, con la gente e per la gente”. Fa parte della squadra anche il capitano Massimiliano Conti, capo di una delle quattro Compagnie (Pesaro, Fano, Urbino e Novafeltria) e figlio dell'ex comandante provinciale: perché quello di carabiniere è un lavoro che si trasmette spesso di padre in figlio, con notevole preoccupazione dei mafiosi da sempre organizzati su dinastie familiari.
Operano sul territorio 38 Stazioni che servono i 67 Comuni della provincia. Nel 2007 sono stati perseguiti complessivamente 8.543 reati ed è stato duplicato il numero di arresti rispetto all'anno precedente: un dato molto superiore alla media nazionale per i reati di furto e rapina. Merito anche dei pesaresi – ci dice il comandante – che collaborano attivamente, tenendo d'occhio tutti gli sconosciuti. In un certo senso, a Pesaro possiamo contare su 90 mila carabinieri di complemento, oltre ai 500 di ordinanza (uno ogni 760 abitanti della provincia).
A tutto questo si debbono le ultime operazioni di successo: dal “Natale sicuro”, un'attività di prevenzione che ha visto impegnate per un mese sulle strade tutte le forze disponibili, dimezzando i reati più gravi e riducendo del 30% la micro-criminalità; all'arresto in varie città del nord Italia di due pericolose bande di albanesi, responsabili di almeno dieci furti in appartamenti della nostra provincia; all'arresto in flagrante di una banda di pugliesi specializzata in assalti ai Bancomat; alla cattura di due piromani seriali (affascinati dalla vista del fuoco) che non si capisce se siano più criminali o più dementi. Hanno preso recentemente anche il maniaco sessuale di Pesaro che si denudava con entusiasmo – chissà perché – solo davanti alle postine.

La telecamera spiona. Nella grande sala operativa di Via Salvo d'Acquisto (collegata al “112”) una serie di monitor illumina il territorio, con la dislocazione e i movimenti delle pattuglie; mentre la città è divisa in due settori, dove si alternano periodicamente la polizia e i carabinieri per i servizi di pronto intervento. Il comandante mi guida poi in visita agli altri gioielli di famiglia. Nel centro investigativo viene compilata una scheda segnaletica dei sospettati (con caratteristiche e foto di faccia e di profilo) che viene istantaneamente inviata via computer a tutte le sedi italiane per un confronto con i profili già esistenti. C'è poi la valigia crimescope del reparto scientifico che viene appunto utilizzata sulla scena di un crimine: dotata di apparecchiature che – proiettando particolari fasci di luce – identificano selettivamente le tracce di sangue e di tutti gli altri liquidi biologici.
Mi mostrano infine la madre di tutte le battaglie, la gazzella supertecnologica: un'Alfa 159 semi-blindata, al comando di un giovane brigadiere, che sembra l'auto di James Bond; ha persino le cinture di sicurezza con manetta incorporata. Sul tettuccio una telecamera spiona (prodotta in Italia dalla Finmeccanica e oggi in dotazione anche a Miami e New York) registra automaticamente e silenziosamente le targhe di tutte le auto che incontra, confrontandole con un archivio centrale. In caso di riconoscimento scatta l'allarme. Se vi rubano la macchina, telefonate subito al “112”, prima ancora di fare la denuncia. La spia ingorda di targhe potrebbe ritrovarla in pochi minuti.

Alberto Angelucci


 
 
 
 
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