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L'amante di Carolina di Brunswick

Ritratto di Bartolomeo Pergami.

Su Bartolomeo Pergami, l'amante della principessa Carolina di Brunswick, moglie separata dell'erede al trono d'Inghilterra, il poeta dialettale milanese Carlo Porta scrisse nel 1816 quattro sonetti satirici, piuttosto salaci, in cui ne esaltava la prestanza fisica che gli aveva fatto conquistare il cuore di Carolina e, assieme, una baronia e una Croce di cavaliere di Malta. Ecco un brano significativo: “Ma el Bergom saravel ricch, saravel cavalier, se non gh'avess avuu quel tocch d'usell?” Il poeta storpia volutamente il cognome del barone in Bergomi (anche gli inglesi lo conoscevano con questo cognome) e si chiede se mai sarebbe stato fatto cavaliere qualora la natura non l'avesse tanto dotato.
In volontario esilio in Italia, a Milano nel 1814, Carolina aveva conosciuto Bartolomeo Pergami, un sottufficiale nativo di Crema, bell'uomo alto e baffuto di circa trent'anni d'età. Cacciato dall'esercito austriaco, a ragione dell'uccisione in duello di un superiore, accettò volentieri l'incarico di corriere per la principessa: precedeva cioè con un piccolo drappello di cavalleggeri la carovana di carrozze di Carolina nei suoi vari spostamenti. Per i detrattori poco più di uno stalliere, per Carolina e sostenitori, invece, di nobile casato decaduto. Carolina era bassa e rotondetta ed esibiva due grandi seni provocanti. Era istintiva, mediocremente istruita, poco incline alla pulizia, frivola. Cresciuta in una corte dove i genitori si portavano gli amanti in casa, si dice che avesse perso l'illibatezza molto precocemente. Pergami è invece così descritto: “una specie di Apollo, di aspetto maestoso e superbo, alto più di 6 piedi (1 metro e 90): la sua bellezza fisica dà nell'occhio a tutti”.
Dopo aver viaggiato in lungo e in largo per i vari paesi del Mediterraneo, sempre accompagnata dal Pergami, nell'estate del 1817 Carolina da Roma si portò a Senigallia per la famosa Fiera e s'innamorò della costa marchigiana. Si trasferì così a Pesaro, accolta generosamente dal gonfaloniere Antaldo Antaldi che colse al balzo l'occasione “regale” per la città, e si stabilì dapprima a Villa Caprile, messale a disposizione dai marchesi Mosca e poco dopo acquistò la vicina e più modesta Villa Gherardesca. La fece modificare su progetto dell'architetto Andrea Antaldi, fratello di Antaldo al quale doveva riconoscenza, e decorare di stucchi da Raimondo Trentanove. La chiamò Villa Vittoria e la donò a Vittorina, la figlia del Pergami, per il quale ottenne da papa Pio VII la bella rendita della concessione enfiteutica della costa ravennate. Pare che il Pergami volesse in un primo tempo trasformare in reggia di Carolina l'ex convento delle clarisse del Corpus Domini, soppresso da Napoleone, nel centro della città, e lo acquistò, ma Carolina preferì la villa più defilata, fuori città e protetta da un boschetto. Nella piccola Pesaro le spie inglesi, che la controllavano, non sarebbero passate inosservate e, comunque, il Segretario di Stato del papa, cardinal Consalvi, aveva dato precise disposizioni al comandante Bischi, capo della polizia locale, di proteggere in ogni modo la principessa, per evitare incidenti diplomatici e perché, non si sa mai, Carolina avrebbe potuto anche salire, prima o poi, sul trono. Ormai in un porto sicuro la principessa così scriveva ad un'amica “Sono così felice, tranquilla e rispettata qui. Presto sarò nonna; confido che allora tutte le calunnie sul mio conto verranno messe a tacere. Diverrò una vecchia signora rispettata e, finalmente, non sarò più oggetto di scandali”. Purtroppo la felicità fu subito interrotta dall'improvvisa morte del nipotino e della figlia Carlotta. Nel frattempo la piccola corte inglese del suo seguito l'abbandonò, irritata dai modi del Pergami che la faceva da padrone in casa, permettendosi intimità sempre più sconvenienti con la principessa. Ormai solo i parenti e gli amici del Pergami vivevano a Villa Vittoria. Un visitatore inglese, James Brougham, fratello dell'avvocato londinese che patrocinava Carolina, scrive al fratello che il barone Pergami si comportava da padrone, tutta la sua famiglia era alloggiata a spese della principessa che si faceva comprare dal Pergami “persino le cuffie da notte”. In casa c'erano suoi ritratti dovunque e i piatti di ceramica su cui essi pranzavano (probabilmente della manifattura pesarese Casali e Calegari), avevano dipinte le sue insegne gentilizie, ovviamente inventate, come inventato era il suo titolo baronale. Il Pergami, baffuto e con vistose basette, era un buon cacciatore e amava il mare. Passava prevalentemente il tempo con gli amici a sparare alle anatre nei guazzi di Soria e a pescare dalla tartana “San Terenzio”, sotto le ripe profumate di ginestre del colle San Bartolo. Alla sera balli, giochi, recite e ricevimenti sfarzosi e piccanti erano d'abitudine alla villa, arredata alla moda orientale.
Testa calda, il Pergami aveva assalito, la sera del 23 maggio 1819, durante una rappresentazione al Teatro Nuovo, Gioachino Rossini, a causa di un presunto sgarbo alla principessa. Il Maestro fu minacciato dal Pergami e da alcuni facinorosi da lui armati di pistole e coltelli, e si dovette nascondere nel palco dei conti Belluzzi. Da allora non rimise più piede a Pesaro. Il Pergami, ironia della sorte, si imparentò poi proprio con i Belluzzi, perché la figlia Vittoria sposò il conte Gaetano Belluzzi, patrizio sammarinese, residente da tempo a Pesaro. I conti Belluzzi da allora si chiamarono Pergami Belluzzi. Il monastero del Corpus Domini acquistato dal Pergami, andò in eredità alla figlia Vittoria. Il marito di questa, Gaetano Belluzzi, vi si stabilì portandovi, come afferma Vanzolini nella sua Guida di Pesaro del 1864, il suo pregevole archivio con 350 pergamene e molti documenti antichi e moderni relativi ai duchi di Pesaro. Nelle stanze si trovavano i busti marmorei di Napoleone I, di Carolina, del Pergami “tutti della scuola di Canova, due ritratti in tela della principessa lavoro dell'Appiani, l'uno dei quali non compiuto. Vi si ammira la spada di Murat coi ritratti di famiglia in corallo, comprata in Pizzo (Pizzo Calabro, dove Murat fu fucilato) dal Barone Pergami poco dopo la morte di quell'infelice”. Tutto il ricco materiale fu poi disperso dai Belluzzi e sarebbe bello rintracciarli. Oggi sul luogo del monastero del Corpus Domini sorgono gli edifici della Amministrazione provinciale di Pesaro e Urbino. Una piazzetta dei pressi prese il nome popolare di “El spiazz del baron”.
Dopo lo scontro con Rossini, Carolina e il Pergami persero il favore della città, che fu ben lieta di vederli partire. La morte del suocero Giorgio III, nel gennaio 1820, infatti, riaprì il dissidio con il marito, in quanto Carolina reclamò i suoi diritti di regina, ma dovette tornare a Londra per difendersi dalle accuse di adulterio che il marito, ora Giorgio IV, le rivolgeva per divorziare e fare decadere le sue aspirazioni al trono. Fece i bagagli portando via da Pesaro tutti gli oggetti preziosi (gioielli, argenteria, vestiti), pensando di non rimettere più piede a Villa Vittoria. Si separò ovviamente dal Pergami a Calais e non lo rivedrà più. Opportunamente Pergami rifiutò l'offerta, ben pagata, di incontrare in un salotto di Londra i lord inglesi, curiosi di vedere il poderoso amante della regina, come se il nostro “latin lover” fosse un animale da circo equestre. I benevoli rapporti di Carolina con Pesaro continuarono anche dall'Inghilterra, ma il processo intentatole dal marito la provò duramente, si disse fino a favorirne la morte il 7 agosto 1821. Tre giorni prima di morire scrisse alla figlia del Pergami, che considerava come sua figlia: “Al mondo non ho amato che te, dolce Vittorina. Io muoio con te”.
Il Pergami visse agiatamente fino al 1842 (morì di un colpo apoplettico sulla Flaminia dopo Fossombrone) e in quei vent'anni chissà quante volte avrà pensato alla strana vicenda che gli aveva portato tra le braccia la passionale principessa Carolina, mancata regina d'Inghilterra. Per completare il quadro di Carolina e Giorgio IV non si deve dimenticare che Gioachino Rossini, di cui è stata sottolineata l'antipatia per Carolina, fu a Londra con la Colbran dal dicembre 1823 al luglio 1824, ospite del re, il quale amava esibirsi al canto come basso con Rossini, che suonava il pianoforte e cantava da tenore o da sopranista. Tutto ciò con grande scandalo dei conservatori che volevano bandire le voci dei sopranisti come offesa al pudore, ma anche dei repubblicani i quali avrebbero preferito che il re avesse alzato la sua voce a favore dei sudditi, invece che per cantare canzonette.

Luciano Baffioni Venturi


 
 
 
 
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