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I sessant'anni del Movimento Sociale Italiano

Sessant'anni fa nasceva il Movimento Sociale Italiano: un partito che si proponeva di ridare voce e dignità civile agli ex rappresentanti della Repubblica Sociale Italiana e a tutti coloro che avevano aderito al passato regime. La costituzione del partito riportava inoltre nelle regole del sistema democratico i gruppi clandestini di matrice fascista che potevano costituire un pericolo per le nuove istituzioni della Repubblica. Un'operazione analoga, sul versante opposto, era stata condotta dal Partito Comunista Italiano, rispetto alle frange rivoluzionare e tendenzialmente extra parlamentari che erano presenti tra i suoi seguaci. Nel giugno 1946 la lungimirante amnistia per gli ex fascisti promossa da Togliatti (allora ministro della Giustizia) aveva già chiuso in qualche modo i conti di una vera e propria guerra civile.
Nell'anniversario della fondazione del MSI nella nostra provincia, Lo Specchio della città ha chiesto la testimonianza di alcuni personaggi “storici”: Leonardo Della Chiara, Giuseppe Rubinacci e Corrado Masetti, che – accanto a Walter Cecchini – hanno vissuto in prima persona le vicende di quel partito negli anni del dopoguerra.

La costituzione del partito

La sera del 26 dicembre 1946, nello studio dell'assicuratore Arturo Michelini a Roma, nacque il Movimento Sociale Italiano.  Oltre a Michelini erano presenti Pino Romualdi, Giorgio Almirante, Giorgio Pini, Giovanni Tonelli, Valerio Pignatelli, Roberto Mieville, Biagio Pace, Francesco Galanti, Gian Luigi Gatti e Nicola Foschini.
I primi atti politici del Movimento furono l' “Appello agli italiani” e i “Dieci punti programmatici”. Con il primo si chiamarono a raccolta gli italiani che non avevano rinnegato il loro passato. Con il secondo documento si fissò la linea politica. In politica estera si rivendicava l'unità, l'integrità e l'indipendenza nazionale e si auspicava la nascita di una Unione europea su basi di parità e di giustizia; in politica interna si richiedeva il ristabilimento dell'autorità dello Stato, la soppressione della legislazione eccezionale e il rispetto dei Patti lateranensi; sul piano economico-sociale si riconosceva la proprietà privata e si auspicava la partecipazione dei lavoratori alla gestione e agli utili dell'azienda.
Dopo qualche mese i “costituenti” nominarono Segretario nazionale Giorgio Almirante. L'appello agli italiani fu raccolto da quegli uomini che rifiutavano la sconfitta e che, sfidando la violenza fisica e la minaccia del carcere, costituirono nei primi mesi del 1947, le sezioni periferiche del M.S.I.
A Pesaro l'appello fu raccolto da un gruppo di giovani (Giuseppe De Angelis, Antonio Figuccio, Elpidio Filippucci, Salvatore Gennari, Paolo Sacco e il sottoscritto) che il 1° febbraio del 1947 costituirono la sezione, formarono la prima giunta provinciale e nominarono segretario Elpidio Filippucci. Nella nostra provincia sorsero numerose sezioni a Fano, a Pergola, a Montelabbate, ad Urbania, a Urbino, a Cagli e in altri centri. Dopo Filippucci ricoprirono la carica di Segretario provinciale Antonio Figuccio, Arrigo Fantozzi, Eugenio Grappelli, Walter Cecchini e Corrado Masetti. Cecchini, reduce dal “Fascist's criminal camp” texano di Hereford, dove era stato prigioniero tra gli “irriducibili” non cooperatori, è stato il fulcro ed il massimo animatore del partito nella provincia di Pesaro.
Poco dopo la costituzione del partito nacque il sindacato Cisnal. Nella provincia di Pesaro fu attivo soprattutto a Perticara, ottenendo voti e seggi fra i lavoratori della miniera di zolfo della Montecatini.
La Federazione di Pesaro è stata sempre saldamente almirantiana ed iniziò a contare veramente nello scenario politico quando, nel 1979, entrò in Parlamento Giuseppe Rubinacci. Poco tempo dopo, entrato a far parte dell'esecutivo nazionale, Almirante lo nominò Segretario nazionale amministrativo.

Leonardo Della Chiara

Contro il capitalismo e il marxismo

Il Movimento Sociale Italiano fu concepito come unione di uomini che si opponevano alla demonizzazione del passato e intendevano raccogliere la memoria di chi aveva dedicato la propria vita ad un ideale e voleva testimoniare la volontà di servire la Nazione nei suoi profondi valori: un programma umano e politico caratterizzato da una forte componente sociale, che sarebbe stato combattuto con violenza dall'antifascismo salito al potere dopo la guerra. Questi
uomini contrastavano sulla piazza la violenza degli avversari, per riaffermare i loro principi, celebrare le loro memorie, proclamare la propria fede, rifiutare la sconfitta. Nei loro pensieri e nelle loro scelte non vi era nostalgia, ma difesa di coloro che avevano creduto con immensi sacrifici (e anche pagando con la vita) nel sogno di una Patria giusta nelle sue leggi, sicura nei suoi confini, partecipe con il lavoro e con la sua cultura millenaria al divenire moderno dell'Europa e del mondo.
Il MSI, sin dall'inizio, rivendicò nella sua azione politica le ragioni storiche dell'opposizione ai vincitori, ovvero al capitalismo ed al marxismo. Rivendicò i valori morali, l'ordine, la giustizia, il lavoro, senza i quali un popolo perde la sua identità storica: un progetto che si scontrò con le finalità dichiarate ed occulte del potere in atto, rappresentato dalla Democrazia Cristiana e dal “Fronte popolare” costituito dal Partito Comunista e dal Partito Socialista. La legittimazione istituzionale del MSI si ebbe con le elezioni politiche del 18 aprile 1948, dove ottenne 525.498 voti e sei deputati alla Camera: Giorgio Almirante, Arturo Michelini, Gianni Roberti, Roberto Mieville, Russo Perez e Luigi Filosa; e 244.646 voti al Senato, con l'elezione del senatore Enea Franza. Due mesi dopo, il 27 giugno 1948, al primo Congresso tenuto a Napoli col motto “Né rinnegare né restaurare”, Almirante  fu riconfermato Segretario nazionale e il partito si diede una salda struttura organizzativa.
Allora gli altri partiti si rifiutavano di accettarne la presenza e il confronto politico, mettendo in opera una autentica persecuzione che coniugava MSI e fascismo. Era considerato “fascismo” il coraggio e la responsabilità di rivendicare tutto il passato degli italiani, di parlare di Patria, di Nazione, di Stato, di tradizione, di ordine. Si arrivò persino all'invenzione del cosiddetto “arco costituzionale” per discriminare il MSI rispetto alle altre forze politiche. Ma il partito, senza mai arretrare dalla sua linea di condotta e dalla dignitosa rivendicazione di “tutto” il passato (e senza mai distogliersi dall'idea che il valore di fondo di una società moderna sia nella Nazione e nella partecipazione),  offrì disinteressatamente il suo appoggio alle coalizioni di governo ogni qualvolta fu necessario sostenere una azione politica per la sicurezza dei nostri confini e per la stabilità interna. Lo fece con il governo Pella nel 1953, con il governo Zoli nel 1957 e con l'appoggio esterno al governo Tambroni nel 1960: quando questi si presentò alla Camera con un programma di autonomia rispetto alla sinistra, di fedeltà agli impegni atlantici, di superamento di una logica degli schieramenti dettata da incostituzionali preclusioni ideologiche.
Il governo Tambroni coincise con il congresso del MSI che doveva celebrarsi a Genova il 2 luglio del 1960 e che avrebbe dovuto sancire la disponibilità del partito a garantire gli impegni internazionali assunti, il metodo democratico nella lotta politica e un'azione di governo autonoma dalla sinistra. Ma il PCI avvertì il pericolo di questa svolta nella politica italiana e reagì con estrema violenza con la mobilitazione della piazza. Ci furono scontri cruenti con le forze dell'ordine e i moti si propagarono a Roma, Modena e Reggio Emilia dove vi furono morti e feriti. Il Congresso di Genova fu annullato e il governo Tambroni si dimise il successivo 19 luglio. Da questi episodi ebbe origine la demonizzazione del MSI e un clima di caccia al missino, alimentata anche dalla stampa e dalla Rai-TV.
Nonostante ciò, alle elezioni del 7 maggio del 1972 il MSI portò in Parlamento 82 eletti tra deputati e senatori. Quella vittoria allarmò fortemente il potere che organizzò, con la complicità di alcuni delicati organi dello Stato, una grande campagna di diffamazione addossando al MSI la responsabilità di attentati odiosi per diffondere nel Paese la psicosi del “fascista terrorista”. Questo clima consentì alla DC, dopo le elezioni politiche del giugno 1976, di portare a fondo il progetto della eliminazione del nostro partito, facendo persino balenare la possibilità di governare con la destra purché non avesse nulla a che fare con il MSI. Grazie a coloro che cedettero a questa lusinga, il partito conobbe il trauma della scissione che si consumò il 21 dicembre 1976: con metà del suo gruppo parlamentare che diede vita ad una nuova formazione politica, “Democrazia Nazionale”. Ma il riscatto da quella oscura e tormentata vicenda fu ottenuto con le elezioni politiche del 7 giugno 1979, quando la scissione fu cancellata dal voto popolare: nessuno dei transfughi ottenne il quoziente per essere eletto. Il MSI riprese la sua marcia con rinnovata energia e continuò la sua lotta contro una classe politica che in tanti anni di potere aveva scavato un solco profondo tra il popolo e le istituzioni, provocando nella coscienza della gente lo sdegno e la rabbia per gli esempi di corruzione e di malcostume. E rivendicando la sua totale estraneità alle ragioni politiche ed ideologiche che diedero vita ai governi precedenti, avanzò nel decennio che va dall'85 al '95 il progetto di Nuova Repubblica: nella consapevolezza che l'avvenire del popolo italiano potesse avere un senso solo se vi fosse stata identificazione tra le sue speranze ed i valori spirituali che hanno nei secoli presieduto alla nascita della Nazione.
Questo progetto, insieme ad una organizzazione capillare sull'intero territorio nazionale, e a una forza parlamentare di 109 deputati e di 48 senatori, è stato consegnato alle nuove generazioni con il XVII Congresso tenuto a Fiuggi il 25 gennaio 1995. Da quel congresso nacque Alleanza Nazionale

Giuseppe Rubinacci

Perché ho aderito al MSI

Dopo la partecipazione alla guerra come volontario con il 111° Battaglione Camicie Nere “Pesaro” sul fronte greco-albanese e l'adesione alla Repubblica Sociale Italiana, avevo attraversato un lungo periodo di latitanza fino a che, nel novembre del 1947, mi costituii in carcere a Urbino, affrontando dopo sei mesi un processo alla Corte d'Assise de L'Aquila, dal quale uscii pienamente assolto. Dopo oltre tre anni dalla fine della guerra, potei tornare a casa nel giugno del 1948.
Per cinque anni mantenni la promessa, fatta a mio padre, di non occuparmi più di politica. Ma una domenica, tornando da una gita con amici sul monte San Bartolo, commisi l'imprudenza di entrare nella Casa del Popolo di Santa Maria delle Fabbrecce, dove molti giovani stavano ballando. Qualcuno mi riconobbe, mi intimarono di uscire, ne nacque una discussione che finì a pugni. Presi un sacco di botte e tornai a casa con il viso tumefatto. Ne dedussi che non si poteva subire rassegnati le violenze fisiche e, il giorno dopo, mi presentai alla sede del MSI e chiesi la tessera. Era un lunedì mattina del 1950, il mio esordio in politica. Dal 1950 al 1970 la mia attività si limitò alla organizzazione e alla propaganda. Mi fu affidato l'incarico di addetto stampa della Federazione provinciale e di corrispondente da Pesaro del Secolo d'Italia.
Nel 1970 mi presentai alle elezioni amministrative e fui eletto consigliere provinciale; fui poi rieletto nel 1975, nel 1980 e nel 1985. Ho partecipato come delegato a molti congressi nazionali e, nel 1987, fui eletto segretario provinciale, rieletto nel 1989. Al congresso nazionale di Sorrento ho votato per Gianfranco Fini e, nel 1995, al congresso di Fiuggi – con sofferta decisione – ho aderito ad Alleanza Nazionale.

Corrado Masetti

Nelle foto (dall'alto):

1) Leonardo Della Chiara, Corrado Masetti, Walter Cecchini e Giuseppe Rubinacci al 10° Congresso nazionale di Roma del gennaio 1973.
2)Walter Cecchini, al centro, fra Elpidio Filippucci e il grande pittore Alberto Burri, suo compagno di prigionia di Hereford.
3) Il Segretario del partito Giorgio Almirante con Walter Cecchini durante una visita a Pesaro nel 1986.

 


 
 
 
 
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