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Febbraio 2007 / Opinioni e Commenti
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Pillole di storia: Il mito di Gabriele D'Annunzio


Si è chiusa lo scorso 14 gennaio, al Palazzo Reale di Milano, la straordinaria mostra su Tamara de Lempicka, una delle ultime, vere “divine” (altro che Kate Moss o Monica Bellucci!) dalla vita e dal carattere stravagante ed unico. Soleva dire: “Io non seguo la moda, la faccio”.
Cosmopolita, pittrice di talento, icona dell'Art Déco parigina, protagonista della mondanità europea, donna sensuale ed aristocratica, trasgressiva e piccante, rappresentò negli anni Venti-Trenta del secolo scorso l'antesignana della donna trasgressiva e libera, emancipata ed ammaliatrice, eroticamente ambigua, avvolta dal mistero. Mi ha particolarmente attratto il periodo dei suoi incontri al “Vittoriale degli Italiani” con l'altro grande, contemporaneo “divino”, il poeta, il vate, l'eroe Gabriele D'Annunzio: di cui sembrava destinata fatalmente a divenire una delle “magnifiche prede”, ma con il quale si narra solamente di furibondi scontri dai quali la polacca dagli occhi d'acciaio emerge vincente e dominante, forse l'unica donna ad avergli detto di no. Eppure D'Annunzio era il mito dell'epoca, “il punto di svolta della modernità” nel campo letterario, teatrale e poetico, l'eroe della guerra vittoriosa. Fiumi di inchiostro erano già stati spesi dagli esaltatori e dai detrattori ed altrettanti ne vengono periodicamente sparsi, perché la sua fu veramente una “vita inimitabile”, come amava definirla, una vita costruita come opera d'arte e monumento di sé. Difficile racchiudere D'Annunzio in poche righe, essendo al contempo personaggio, poeta, oratore, nevrotico esaltatore di se stesso. Ma innegabile è che riesca a trasmettere ancor oggi emozioni, che sia riuscito nel suo intento di far parlare di sé sempre e comunque, durante la sua turbolenta vita e dopo la sua incredibilmente silenziosa morte. Del poliedrico D'Annunzio mi piace porre l'attenzione sull'eroe di guerra: alla fine della Prima Guerra Mondiale aveva ricevuto 6 medaglie d'argento, 2 medaglie d'oro, la croce di Ufficiale dell'Ordine Militare di Savoia e ben 3 promozioni per merito di guerra! Ricordiamo, una per tutte, la celeberrima “beffa di Buccari”, che avvenne nella notte fra il 10 e l'11 febbraio 1918. Al comando del Capitano di Fregata Costanzo Ciano, 30 uomini a bordo dei MAS “94 Audace”, “95 Abba” e “96 Animoso” (la sigla indicava i Motoscafi Armati SVAN, che proprio Gabriele “imaginificamente” trasformò nel celeberrimo “Memento Audere Semper”) penetrarono fra l'isola di Cherso e la costa istriana, dove avrebbero dovuto trovarsi le navi austriache. La sigla era incisa dietro la ruota del timone del MAS, su cui D'Annunzio era imbarcato sotto il comando del Tenente di Vascello Luigi Rizzo e che poi volle al Vittoriale, dove è ancor oggi esposto. I nostri MAS percorsero più di 80 chilometri fra le difese costiere nemiche e, giunti nella baia di Buccari (oggi Bakar, in croato) lanciarono tutti i sei siluri contro le navi avversarie, riuscendo a riguadagnare il largo fra l'incredulità dei posti di vedetta austriaci: non pensavano mai che quelle unità potessero essere italiane e non aprirono quindi  il fuoco. E' ininfluente dire che cinque su sei siluri finirono impigliati nelle reti di protezione delle navi e che il sesto esplose dando così l'allarme senza  determinare l'affondamento o il danneggiamento di alcuna unità. L'audacia dell'impresa ebbe una eco mondiale ed i risvolti psicologici su tutti i soldati italiani portarono ad una straordinaria esaltazione del valore e della fede nella vittoria finale. D'Annunzio fu l'abile regista del risvolto propagandistico dell'azione, soprattutto quando rivelò di avere lanciato nelle acque nemiche tre bottiglie, ornate di nastri tricolore, con il famoso messaggio: “In onta alla cautissima flotta austriaca, occupata a covare senza fine dentro i porti sicuri la gloriuzza di Lissa, sono venuti col ferro e col fuoco a scuotere la prudenza nel più comodo rifugio i marinai d'Italia, che si ridono di ogni sorta di reti e di sbarre, pronti sempre ad osare l'inosabile. E un buon compagno, ben noto, il nemico capitale, fra tutti i nemici il nemicissimo, quello di Pola e di Cattaro, è venuto con loro a beffarsi della taglia”.
L'entusiasmo rinacque e si riaccese la scintilla dell'ardore patriottico, che lo stesso D'Annunzio portò al diapason qualche mese dopo con lo storico ed ardito volo su Vienna e consegnò ai posteri con la celebre “ Canzone del Quarnaro”. Concordo con Francesco Alberini che, nel suo recente saggio “L'arte del comando” (Rizzoli), sostiene che D'Annunzio a Buccari distrusse materialmente la flotta austriaca, poiché un risultato che proviene dalla volontà incide in maniera così determinante sul morale da costituire il fattore primo di ogni successo, al di là dell'esito puramente militare dell'azione.  

Paolo Pagnottella

 


 
 
 
 
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