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Febbraio 2007 / Opinioni e Commenti
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Emigranti ed immigrati

Per la prima volta ho incontrato “l'emigrante” a otto anni leggendo uno dei tanti libri per ragazzi di Anna Perodi. La storia di “Bernoccolino”. Un ragazzetto figlio di due siciliani emigrati in America che, rimasto orfano, deve tornare in Italia, a Palermo, dalla sua vecchia e povera nonna che abitava in un “castro” (una specie di bottega a pianterreno, senza finestre, che prende aria dalla porta e che corrisponde al “basso” napoletano) sito nella parte più degradata di Palermo. Egli si trova così a sopravvivere in un ambiente inquinato dalla delinquenza e dalla povertà.
Il secondo incontro con l'emigrato lo ebbi molti anni dopo, a trent'anni, in Urbania. Avendo alcune ore libere mi misi alla scoperta del fiume Metauro che, scorrendo ai piedi del Castello, va verso il Barco. Era una mattinata chiara e serena che illuminava il greto del fiume dove l'acqua scorreva limpidissima lungo le sponde ricoperte di erbe e di fiori in una cornice di alberi che non nascondevano la facciata del castello. In quel paesaggio incantato, dopo un'ansa del fiume, vidi un uomo intento a pescare con la sua canna. Che bello avere la possibilità di venire al fiume a pescare in quel paradiso. “Fortunato lei che se ne può stare qui tranquillamente a pescare in questo bel posto!” gli dissi attaccando il discorso. Ma parlando, venivo a sapere che era un ex minatore tornato in Italia dal Belgio con la silicosi. Dopo tanti anni di miniera (quando i polmoni avevano raggiunto un certo punto di saturazione) i minatori venivano tutti mandati in pensione, presto, perché tutti avevano da vivere certamente dieci anni di meno. Fu come se mi avessero dato un pugno nello stomaco che risento tutte le volte che ci penso.
Poco tempo dopo mi trovai a trascorrere una notte, sdraiato su di una panca, alla stazione di Basilea. Nonostante avessi un cappotto bello pesante sentivo un gran freddo (quell'anno il lago di Costanza gelò completamente) e al primo albeggiare una svizzerona cominciò a fare le pulizie, aprendo le porte e facendo entrare una corrente gelida. Quando mi alzai per richiuderla mi sentii apostrofare in malo modo in tedesco. Allora mi sentii come un povero emigrante maltrattato ed abbandonato in un Paese straniero.
Nel pullman che portava un gruppo di avvocati italiani in gita da Boston alle cascate del Niagara c'era, come guida, una signora italiana che parlava un perfetto dialetto abruzzese che, in America, ci appariva sì familiare, ma anche un po' comico. La guida ci raccontò che lei con i suoi tre fratelli erano tutti emigrati in America. Il primo era stato suo padre che aveva trovato un buon lavoro che gli permetteva di mandare i soldi a casa. Quando il primo figlio maschio aveva raggiunto l'età, voleva partire militare in Africa per una delle guerre del Duce. Non potendo distogliere il figlio da tale proposito la madre disse: “Vabbè figliu mio, vai. Però, prima di partire, va a trovare tuo padre per salutarlo, poi farai tu!”. Dopo un po' di tempo il figlio scriveva alla madre dicendo che in America c'erano le automobili, c'era il lavoro e tante altre meraviglie per cui riteneva meglio rimanere lì piuttosto che andare in Abissinia. La stessa cosa fece la madre con gli altri “figli della lupa”. Piano piano tutta la famiglia si trasferiva in America. Lei, allora, si trovava a fare occasionalmente da guida per turisti italiani e interprete dall'inglese all'abruzzese. Era tornata una volta in Italia dopo tanti anni, ma nonostante i cambiamenti avvenuti, non avrebbe voluto tornarci. Aveva avuto uno scontro con la burocrazia italiana che l'aveva scioccata non poco. Era rimasta italiana nel cuore, nella lingua, ma era fiera di essere americana. “I am American” diceva con orgoglio, come in altri tempi avrebbe detto: “Civis romanus sum”!
Si parla tanto di dare la cittadinanza ai nostri immigrati solo perchè residenti da cinque anni in Italia. Il tempo può essere troppo o troppo poco. La cittadinanza andrebbe data solo quando chi la chiede sinceramente può dire con orgoglio “Sono cittadino italiano”. Il problema è quello di fare in modo che tutti possano essere degni di questo Paese, anche quelli che, italiani di nascita, in nome di una falsa cultura multietnica sono pronti ad abiurare la propria cultura, le proprie tradizioni, la propria religione e la propria identità.

Paolo Emilio Comandini

 


 
 
 
 
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