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Febbraio 2007 / Opinioni e Commenti
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Continua il dibattito sul caso Welby


Accanimento terapeutico e accanimento anticlericale

Vi scrivo per commentare i contributi sul doloroso caso Welby apparsi sul numero di gennaio dello Specchio. Mi permetto di osservare che il tono corale e ultimativo di tali contributi non aiuta a inquadrare il problema nel modo corretto. In pratica ci si limita a un insieme di critiche nei confronti del modo in cui la Chiesa concepisce la difesa della vita, accusandola di ipocrisia e incoerenza: non solo in tema di eutanasia, ma addirittura riguardo al tema dell'AIDS e dell'espianto degli organi.
Dal punto di vista etico, il principio di autodeterminazione dell'individuo trova un limite insormontabile nel superiore principio di inviolabilità della vita umana. Se l'individuo, contrariamente a qualunque evidenza, dovesse ritenersi artefice e padrone della propria vita, non ci si potrebbe più appellare al rispetto della persona umana, la cui natura assumerebbe un carattere puramente soggettivo e arbitrario.
Dal punto di vista medico, una posizione assolutoria dell'Ordine dei Medici di Cremona, ipotizzata dal dott. Fattori, violerebbe quanto stabilito dal Codice di Deontologia Medica: “Il medico, anche su richiesta del malato, non deve effettuare né favorire trattamenti diretti a provocarne la morte” (art. 36 - Eutanasia). E ancora: “In caso di malattie a prognosi sicuramente infausta o pervenute alla fase terminale, il medico deve limitare la sua opera all'assistenza morale e alla terapia atta a risparmiare inutili sofferenze, fornendo al malato i trattamenti appropriati a tutela, per quanto possibile, della qualità di vita. (...) Il sostegno vitale dovrà essere mantenuto sino a quando non sia accertata la perdita irreversibile di tutte le funzioni dell'encefalo” (art. 37 – Assistenza al malato inguaribile)”. Quanto al delicato tema dell'accanimento terapeutico, se si considerasse tale anche il meccanismo di ausilio alla respirazione di cui si avvaleva Welby – come sembra indicare il dott. Baffioni Venturi – dovremmo lasciare morire tutte le persone che non riescono a respirare senza i mezzi che la tecnologia mette a disposizione. La maggioranza dei medici – e il parere del Consiglio Superiore di Sanità sul caso Welby lo dimostra – propende per considerare la ventilazione meccanica un atto di assistenza infermieristico (come l'alimentazione forzata), non un atto medico in senso stretto.
Dal punto di vista storico-religioso, il dott. Mari elargisce frasi in libertà riassumibili nella seguente: “Nel corso della storia la Chiesa ha avuto comportamenti diversi rispetto alla tutela della vita”. E cita come esempio le Crociate e l'Inquisizione. Ora, a parte il fatto che Mari non sembra distinguere tra principi dottrinali e comportamenti di coloro che dovrebbero metterli in pratica, egli non si rende conto che in realtà la Chiesa ha sempre difeso e tutelato la vita innocente, prendendo provvedimenti esemplari proprio contro coloro che colpevolmente la aggredivano e minacciavano. “L'insegnamento tradizionale della Chiesa non esclude, supposto il pieno accertamento dell'identità e della responsabilità del colpevole, il ricorso alla pena di morte, quando questa fosse l'unica via praticabile per difendere efficacemente dall'aggressore ingiusto la vita di esseri umani. (...) Oggi, a seguito delle possibilità di cui lo Stato dispone per reprimere efficacemente il crimine... i casi di assoluta necessità di soppressione del reo sono ormai molto rari, se non addirittura praticamente inesistenti” (Giovanni Paolo II, enciclica Evangelium vitae, 1995).
Quanto al caso dell'AIDS, l'accusa del dott. Mari avrebbe senso se la Chiesa, a fronte della propria opposizione alla diffusione del profilattico, incentivasse comportamenti a rischio. In realtà avviene esattamente il contrario, dato che la Chiesa suggerisce l'astinenza e la fedeltà come gli unici comportamenti che tutelano la vita al 100% ; laddove l'uso del profilattico risulta invece diminuire, ma non eliminare completamente, il rischio di contagio. Anche sul caso dell'espianto di organi, l'accusa contro i “tutori della vita” non regge, dato che è in primo luogo la scienza a indicare che di fronte a un encefalogramma piatto si è in presenza di morte certa.
Infine ritengo veramente incredibile che si possa definire ipocrita chi rifiuta un funerale religioso a una persona che ha lucidamente e ripetutamente affermato – e alla fine ottenuto – di voler fare una scelta in aperto contrasto con la dottrina cattolica: cioè porre fine alla propria vita. Welby non era un depresso in preda a una crisi di nervi (ipotesi che può venire concessa nel caso del normale suicidio), ma una persona che si è assunta la responsabilità della sua scelta, in condizione quindi – come ha spiegato la nota diramata dal Vicariato di Roma – di “piena avvertenza e deliberato consenso”. Vorrei ricordare che tanti pazienti distrofici, a differenza di Welby, lungi dall'arrendersi alla vita, lottano quotidianamente dando prova di un comportamento realmente cristiano.

Luca Falciasecca


Aids, guerre e profilattici
Premetto che per me Piergiorgio Welby è un eroe: non è da tutti sostenere per 40 anni una lotta così impari contro un nemico così subdolo, così spietato, così irriducibile come la distrofia muscolare. Inoltre non ha convinto neppure me la linea tenuta dalla Curia romana. Non parlerei di “Chiesa” e neppure di “autorità religiosa”. Altre Chiese cristiane infatti, a cominciare dalla Chiesa evangelica, la disponibilità a celebrare il funerale l'avevano data eccome! E poi ci siamo scordati il desiderio d'essere lasciato morire in pace di Giovanni Paolo II e, prima di lui, anche di Madre Teresa di Calcutta? Comunque, dopo la lettura delle pagine dedicate al caso Welby, e in particolare dell'articolo “La morale e la Chiesa”, sento di dover fare alcuni rilievi.
1) Non è vero che, opponendosi alla diffusione del profilattico, la Chiesa sta condannando al contagio da Aids milioni di persone. Se, per assurdo, Benedetto XVI si esprimesse in favore del preservativo (come “male minore”), gli effetti sulla incidenza del virus sarebbero trascurabili, per non dire nulli. Infatti le statistiche ci dicono che in tutti – o quasi tutti – i Paesi dove l'Aids colpisce veramente duro, i cattolici sono in netta minoranza e, anche nella remotissima eventualità che il 100% di loro mettesse in pratica l'invito papale a usare il contraccettivo, i seguaci delle altre confessioni, religioni, filosofie, ideologie continuerebbero la vita di prima. Per esempio, in un Paese come il Sudafrica, dove i sieropositivi sono 5,5 milioni, gli effetti pratici di tale pronunciamento sarebbero irrisori, perché il 92% dei sudafricani non appartiene neppure anagraficamente alla Chiesa di Roma.
2) La Santa Sede e i suoi dicasteri non si limitano a dire “no” al preservativo, ma difendono il primato della fedeltà coniugale e la sessualità come valore da vivere all'interno del matrimonio, non al di fuori di esso. Perché i Papi si ostinano tanto a difendere castità, purezza e fedeltà? Perché questa è la strada indicata da Gesù nei Vangeli, questa è la strada che Pietro e i suoi successori hanno sempre considerato – in conformità agli insegnamenti del loro Divino Maestro – come la strada che porta all'autentica liberazione dal male alla salvezza eterna.
3) In Africa la principale causa dell'altissima incidenza dell'Aids è la guerra, e la principale causa della guerra è la proliferazione degli armamenti non la scarsa disponibilità di preservativi. Il rimedio del preservativo, così come è concepito da coloro che ne caldeggiano l'ulteriore diffusione, presuppone la volontà di arrecare il minor male possibile alla donna, ovvero presuppone un contesto familiare, relazionale e sociale di pace, non di guerra. Ma l'Africa è un continente dilaniato da centinaia di conflitti (gli esperti li chiamano “conflitti di bassa intensità”, ma ciò non significa meno devastanti: solo nel Congo ex Zaire si sono avuti oltre quattro milioni di morti in meno di cinque anni) e chi impugna le armi lo fa anche contro la donna, anzi soprattutto contro la donna. Guerra alla donna vuol dire anche violenza sessuale, vuol dire stupro etnico (e noi marchigiani faremmo bene a non dimenticare tanto in fretta ciò che è accaduto sull'altra sponda dell'Adriatico, a 130 chilometri da casa nostra!), vuol dire la determinazione feroce ad arrecare al corpo e all'anima della donna il massimo danno col minimo sforzo.
Altrochè ricerca del male minore, altrochè rapporto protetto: nella testa di chi fa la guerra, di chi tortura, di chi uccide, di chi stupra, non c'è spazio per i dibattiti sull'opportunità o meno del profilattico. In tempo di guerra è anche più difficile curarsi e curare: smettiamola dunque con le accuse di concorso in strage o concorso in genocidio verso chi, sull'efficacia del preservativo, la pensa diversamente. Se vogliamo debellare l'Aids fermiamo innanzitutto la guerra. E fermiamo i preti e i vescovi che benedicono bombardieri, portaerei, sommergibili, missili, mine e carri armati; non quelli che raccomandano fedeltà, sobrietà e controllo delle passioni.

Francesco Rondina

 


 
 
 
 
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