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Febbraio 2007 / Lettere e Arti
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Tommaso Sgricci: il “gay” amico di Costanza Monti


Che l'omosessualità fosse una variante del comportamento sessuale umano, almeno fin dai primi documenti storici, non è una novità. La Bibbia la menziona come abituale nelle mitiche città di Sodoma e Gomorra, dove gli abitanti preferirono i “maschi” angeli, inviati in casa di Lot, alle sue figlie. Sodoma fu distrutta dal fuoco divino e da allora “sodomita” divenne sinonimo di omosessuale. Questa variante della sessualità umana, approssimativamente un genere “neutro” tra il “maschile” ed il “femminile”, è stata più o meno accettata secondo le epoche e le culture. Non fa meraviglia pertanto che, anche ai primi dell'Ottocento, essere gay (e per giunta essere un noto attore teatrale) dava adito a chiacchiere e a battute pesanti, al di là della bravura e della simpatia del personaggio. E' quanto accadde per Tommaso Sgricci, amico per un certo periodo sia del poeta Vincenzo Monti, sia della figlia Costanza e del genero pesarese Giulio Perticari: ai quali Monti presentò l'attore, che con l'occasione fu ospite anche dei Perticari a Pesaro.
Costanza nel 1816 provò una notevole simpatia per il poeta aretino, bello e fascinoso, dall'aspetto efebico ed ispirante tenerezza al primo sguardo. Egli era già un celebre improvvisatore di versi e persino di tragedie teatrali e calcava i palcoscenici di tutta Europa, in particolare dei teatri di Milano e di Roma. Di Sgricci Costanza fa cenno in alcune lettere all'amico pesarese Antaldo Antaldi, durante un viaggio che i Perticari fecero con Sgricci, da Pesaro a Milano. Giulio volle a tutti i costi accompagnarlo in carrozza, assieme a Costanza, non accorgendosi né dell'attrazione che egli esercitava sulla moglie, né delle sue equivoche abitudini sessuali (o forse stimando che egli fosse innocuo). Antaldo cercò di frenare Costanza e la rimproverò per lettera, a causa dei pettegolezzi che circolavano a Pesaro, tanto che Costanza dovette respingere le maldicenze nei suoi confronti, pur ammettendo un suo certo coinvolgimento sentimentale, ma negando, nello stile ampolloso dell'epoca, di avere ceduto alla passione:
“Voglio ben che tu conosca come a torto m'accusi; convenendo che perché io m'abbia più veementi passioni, non perciò io merito biasimo; giacché devesi prima esaminare se a vili passioni io ceda, o se le opere mie possono in alcun modo meritarmi nota di doppia, o malvagia femmina. Il che, se per me stessa solo si potesse mettere in dubbio, vorrei colle mie stesse mani trarmi l'anima, onde non vivere in dispregio a me medesima, avendo più a cuore la mia propria stima che l'altrui. D'altronde non è virtù ove il grido della passione non si fa sentire, e l'uomo veramente virtuoso è quello che più deve e sa combattere se medesimo”.

Sonetti improvvisati

Ma chi era dunque Tommaso Sgricci? Personaggio stravagante, nato a Castiglion Fiorentino (Arezzo) nel 1789, di dieci anni più giovane di Giulio Perticari, fin da giovanissimo fu un abile improvvisatore e declamatore, considerato un vero genio nell'arte recitativa. Sebbene la sua esistenza e la sua fama fossero molto discusse, ricevette riconoscimenti di corte e onori da associazioni letterarie e scientifiche e da molte città, che per lui coniarono medaglie d'oro e d'argento. Egli fu senza dubbio alcuno, all'inizio dell'Ottocento, il "sodomita" più celebre d'Italia. Ciò si deve anche al fatto che Sgricci fece poco (o non abbastanza) per vivere nel segreto ciò che era. Dal 1813 in poi passò la vita praticamente in tournée per l'Italia e all'estero, dando spettacolo nei teatri. Qui si faceva proporre un tema dal pubblico, e su quel tema componeva, sui due piedi, un sonetto, un'ode, addirittura una tragedia completa, aggiungendo in quest'ultimo caso a volte il tocco teatrale di "svenire" per lo sforzo mentale, appena raggiunta la parola "fine". Allora l'improvvisazione in versi era molto apprezzata dalle platee popolari. Accanto ad un filone di “poeti contadini”, che improntavano stornelli e cantate (tradizione diffusa in particolare in Italia centrale e ancora oggi persistente nella Maremma), vi era anche un'improvvisazione colta, in voga nelle Accademie (lo stesso Perticari era abile a comporre sonetti estemporanei nei salotti pesaresi) e celebri improvvisatori si esibivano o si sfidavano in tenzoni poetiche, nelle quali i giudici affidavano ai contendenti il titolo di un soggetto su cui verseggiare all'impronta.
Tommaso Sgricci fu comunque il "culmine" che segnò la fine di un'epoca: dalla seconda metà dell'Ottocento, infatti, il poetare teatrale estemporaneo passò di moda. Nelle sue performance Sgricci snocciolava versi a velocità mozzafiato, con un virtuosismo che da un lato sbalordiva il pubblico, e dall'altro impediva di soffermarsi a valutare la qualità poetica di quanto si ascoltava. Poeti ben più dotati come Foscolo o Manzoni, che furono contemporanei dello Sgricci e che scrissero sonetti ammirativi sulla sua "genialità", non ottennero mai un decimo delle ovazioni e degli onori che piovvero su di lui, che giunse perfino a mietere allori in Francia! Da questo punto di vista Sgricci è il perfetto antenato di quei certi scrittori, gay e non, che oggi sono celebri, grazie alle loro apparizioni in TV, per la prontezza della loro lingua, per la capacità istrionica, per la mancanza di pudori o per la loro scurrile aggressività (tralascio i nomi, ma sono a tutti noti): più che per l'intrinseca qualità di ciò che scrivono. In entrambi i casi il palcoscenico, più che la biblioteca, è il luogo in cui personaggi di questo tipo danno il meglio di sé.

Valletti e granatieri

E se fu famoso per il suo talento, Sgricci lo fu altrettanto per la sua passione per gli uomini, che visse con la massima spudoratezza, pagando spesso per gli scandali che provocò. Anzi, proprio come avviene oggi con i vari scrittori cui ho appena alluso, lo "scandalo" servì a creargli attorno un'aura sulfurea e morbosamente affascinante che benissimo si adattava a ciò che il pubblico di allora si aspettava da un artista. 
Vincenzo Monti parla più volte nelle sue lettere degli scandali di Sgricci. Il 21 gennaio 1817: "A queste cagioni di pubblica disistima un'altra se n'aggiunge molto ridicola, e fu quel darsi il belletto e la biacca spacciatamente; ma quello che ha uccisa del tutto in Milano la sua riputazione è stato il suo àttico amore con quel monello del suo servitore; sul quale scandaloso commercio corrono voci ed aneddoti, che arrossisco di raccontarli". E ancora il 22 febbraio 1817 a Giulio Perticari: "Amo piuttosto di rallegrarti alquanto con una novelletta del nostro Sgricci, che ti farà molto ridere, e la novella si è questa che il suo Tognino (il suo servitore N.d.R.) è stato scavallato da un nuovo Ligurino assai più delicato e gentile. Odi il fatto. Mi recai, giorni sono, a visitarlo circa le dieci e mezzo della mattina. Trovai tutto chiuso. Tornai dopo le dodici, e trovato il povero Tognino tutto solo nell'anticamera, mi spinsi con confidenza nella camera da letto. Il lume n'era modesto sull'andare di quello che descrive Voltaire nella Pulcella là dov'ei descrive dentro a un'alcova il Carlo in braccio ad Agnese. Guardo, e che veggo? Il nostro poeta sotto le coltri, e accanto a lui una bellissima testa che a prima vista parvemi di fanciulla, ed era un Eurialo; sì per Dio, un leggiadrissimo Eurialo in braccio al suo Niso".
Anche George Byron, allora a Ravenna, il 3 marzo 1820 scrive: "Sgricci è qua e sta improvvisando con gran successo; costui è anche un famoso sodomita, un personaggio che è ben lungi dall'essere tanto rispettato in Italia quanto dovrebbe esserlo; ma qui ridono invece di bruciare, e le donne ne parlano dicendo che è un peccato in un uomo di talento".
Tornato a Firenze, nel 1826 Sgricci fu oggetto dell'attenzione della polizia che, in un rapporto, ne descrive crudamente le attenzioni nei confronti dei militari in libera uscita: “Quel sudicio civettone più frequentemente degnava di quei suoi sguardi e di quei suoi sorrisi i Granatieri che erano acquartierati nella vicina caserma, e che spesso pedinava raggiungendoli sulla Costa di san Giorgio, ove con esso loro s'intratteneva. Verso sera egli sorte di casa coi capelli bene acconciati, liscetto sul viso, petto scoperto, abito quasi succinto ed angusto artificialmente, per mostrare più che sia possibile all'occhio i fianchi, e con portamento ricercato si mette in giro per la città in cerca d'avventure, al pari della femmine di partito”.
Morì nel 1836 e anche in quell'occasione fu oggetto di salaci epigrammi, come  quello di Filippo Pananti: “Batillo il tragico / dai finti allori / stuprava Apolline / a posteriori. / Or per giustissimo / decreto eterno / stuprollo Satana / rege d'Averno”.

Luciano Baffioni Venturi

 


 
 
 
 
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