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Febbraio 2006 / Lettere e Arti
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Visti da vicino: Monica Vitti


“Dove siamo? Che viaggio terribile, tutte quelle curve e dovremo rifarle per tornare a Roma, mio Dio, non c'è una altra strada?”. Così mi accolse Monica Vitti nei pochi minuti in cui ci appartammo in una saletta del Circolo cittadino di Pergola per concordare la presentazione del suo ultimo libro autobiografico: “Il letto è una rosa”.
Sono passati anni da quel settembre del 1996, ma non sono riuscito ancora a comprendere come Lucia Amadei, l'assessore alla cultura della cittadina cesanense, una eterea signora con la quale avevo portato a termine vittoriosamente la battaglia per la restituzione dei Bronzi Dorati, fosse riuscita a far uscire da Roma Monica Vitti. Di una cosa sono certo, nessuno le aveva detto tutta la verità sulla strada da fare. Era davvero angosciata e ci volle del tempo per strapparle un sorriso. Ma era così bella quando sorrideva che ho sentito il bisogno di rassicurarla - mentendo - sui chilometri che la separavano da Roma, dalla sua casa e dal suo letto. Un fatto era certo, ero contemporaneamente con Claudia de “L'avventura”, Valentina de “La notte”, Vittoria de “L'eclisse” e con Giuliana, la splendida Giuliana di “Deserto rosso”: le quattro donne della tetralogia di Michelangelo Antonioni che l'avevano consacrata, meritatamente, al successo internazionale e che per certi versi avevano segnato una parte rilevante della mia vita consacrata al cinema. Sembrava impossibile ma era vero. E tutto questo a Pergola.
Parlammo di tante cose ma non riuscii a concordare nulla. Quando entrammo in sala la presentai con un gesto e l'applauso fu scrosciante ed interminabile. Lei era semplicemente splendida ed avvolgeva tutti con il suo sorriso. Un risultato paradossale per colei che è passata alla storia del cinema come la musa dell'incomunicabilità. Ma così è. Ne era perfettamente consapevole anche lei se nel libro aveva scritto: “Negli anni Sessanta, con Michelangelo Antonioni, ho ispirato “l'alienazione” che è quanto di più lontano ci sia da me. Almeno spero. Io sono legata a tutto, mi sento di far parte di una strada, di un bacio, di un saluto”. E quella sera a Pergola la gente lo sentiva e come! Davvero emozionato cominciai a parlare del libro mettendone in luce l'originalità, continuamente interrotto da Monica che chiosava comicamente le mie frasi ad effetto studiate per l'occasione; ne derivò un duetto che deliziò i presenti e che raggiunse l'acme quando, per rassicurarla in merito al ritorno a Roma, le ricordai le ben più tragiche vicende occorse alla troupe de “L'avventura” bloccata per cinque settimane su un'isola senza ricevere alcun compenso e “dimenticata” per più notti sullo scoglio di Lisca Bianca senza coperte e senza cibo, “E' vero, è vero, ma tu come fai a saperlo?”, replicò stupita, “Non è possibile!”. Poi, ricordando la mia conoscenza con Tonino Guerra che de “L'avventura” era stato sceneggiatore, con il suo sorriso inimitabile disse “Ho capito”. Annuii, anche se non era vero che era stato Tonino a raccontarmelo.
Passai poi la parola all'autore. Monica non parlò del libro che aveva scritto, ne raccontò un altro “perché le parole sono sempre state le mie compagne di viaggio (…) una pausa, un respiro, può far capire un segreto”; e quella sera ne scoprimmo tanti di segreti, sulla vita e sulla morte, sul cinema e sul teatro, sulla maschera che ci portiamo addosso senza saperlo ma ben evidente per chi della maschera ha fatto una professione. Fu un successo strepitoso, i presenti si accapigliarono per acquistare il libro. Approfittando della posizione privilegiata che occupavo le sottoposi la mia copia e ne ebbi una dedica che conservo gelosamente e che ho deciso di non rivelare mai per non far capire “il segreto” che racchiude. Seguì una cena interminabile con Monica sulle spine perché voleva rientrare a Roma. Dovetti intercedere con l'assessore che avrebbe voluto farla prigioniera per sempre, ne ebbi in cambio un abbraccio e due baci. E l'incanto svanì. Un fallimento dietro l'altro furono i tentativi di farla tornare. Come si dice, resta il ricordo.

Alberto Berardi

 


 
 
 
 
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