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  *

27 gennaio: il giorno della vergogna

La testimonianza di Liliana Segre

AD AUSCHWITZ E RITORNO

Il 27 gennaio 1945, dopo il crollo della Germania nazista, un carro armato sovietico entrò nel campo di sterminio di Auschwitz, liberando gli ultimi superstiti che si aggiravano come spettri fra i reticolati. Quella data è diventata un simbolo e pochi giorni fa è stato celebrato in tutta l'Europa il “giorno della memoria”: che dovrebbe chiamarsi più propriamente “il giorno della vergogna” dell'umanità.
Liliana Segre, deportata a 13 anni insieme a suo padre e ad altre famiglie ebraiche di Milano, ha incontrato a Pesaro nel novembre del 2003 più di mille studenti delle scuole superiori presso il quartiere fieristico di Campanara. La composta dignità della protagonista, mentre rievoca gli anni della barbarie – nel silenzio irreale della sala gremita di giovani –  rimarrà nella nostra memoria collettiva come un documento indelebile. Oggi quella testimonianza è raccolta in un libro appena pubblicato dalle Edizioni Paoline: “Sopravvissuta ad Auschwitz”, con una introduzione del cardinale Carlo Maria Martini.
Dal libro, e dalla videocassetta registrata a Pesaro, abbiamo estratto alcuni brani che riproponiamo ai lettori del nostro giornale, soprattutto ai ragazzi. Perché non si vive di sole discoteche.

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Voglio dire grazie a uno per uno di voi. Vedo i vostri occhi: sono molto importanti gli occhi delle persone. Ma adesso vorrei pregarvi di fare uno sforzo di immaginazione. Avete di fronte a voi una nonna, come oggi sono io a 73 anni; ma nella mia testimonianza vi parlo di com'ero da bambina. Perché anch'io sono stata una bambina…

* * *

Ero una bambina milanese come tante altre, di famiglia ebraica laica e agnostica: non avevo ricevuto alcun insegnamento religioso in casa. Nel settembre del 1938 avevo terminato la seconda elementare e conducevo una vita tranquilla e felice nel mio microcosmo familiare. Abitavo a Milano con mio papà e i nonni Olga e Pippo: dolcissimi, molto amati. Mia mamma era morta quando io non avevo ancora compiuto un anno, e mio papà – che nel 1938 aveva trentanove anni – era tornato a vivere nella casa dei genitori.
Non avevo mai sentito parlare di ebraismo quando, una sera di fine estate, mi sentii dire dai miei familiari che non avrei più potuto andare a scuola. Ricordo che eravamo a tavola. Ricordo i loro visi ansiosi e affettuosi insieme: mi fissavano negli occhi mentre mi comunicavano questa notizia che a me suonava incredibile. Io frequentavo una scuola pubblica, ero anche una discreta scolara, non vedevo motivi per essere espulsa. “Perché? Cos'ho fatto di male?”, chiesi, e intanto mi sentivo colpevole, colpevole di una colpa che mi restava sconosciuta.
Solo negli anni capii che era la colpa di essere nata ebrea.

I detenuti di San Vittore

[…] Uscimmo da San Vittore: un lungo corteo di uomini, donne, bambini, perfino vecchi malati in barella. Tutti dovevamo partire per la colpa di essere nati; tutti dovevamo essere puniti e lasciare il carcere che, seppure luogo dolente, stava ancora nella nostra città, non lontano dalle nostre case. E attraversammo un reparto di detenuti comuni che furono straordinari: non posso non dirlo. Lo devo ai detenuti di San Vittore. Erano uomini, uomini che provavano pietà per altri uomini. In tempi difficili come quelli, il sentimento della pietà verso un proprio simile, colpevole solo di essere nato, è un dono: un dono per chi prova pietà, perché è fortunato, è ricco; e un dono ancora più importante per chi riceve questa testimonianza di amore fraterno. E così furono i detenuti di San Vittore: sporchi, affacciati fuori dalle loro celle su quella balconata, che con benedizioni, con addii, con arrivederci, ci buttavano giù una piccola cosa qualunque, un'arancia, un paio di guanti, una sciarpa di lana, un pezzetto di cioccolato. Era un oro liquido che scendeva su di noi: era la pietà. Ci gridavano: “Vi vogliamo bene, fatevi coraggio. Non avete fatto niente di male”.
Furono straordinari i detenuti di San Vittore: non li ho mai dimenticati. Non c'è volta in cui non abbia parlato agli studenti di quegli uomini che potevano essere ladri e assassini, ma prima di tutto erano uomini. In seguito, ci volle così tanto tempo prima che incontrassimo altri uomini, perché conoscemmo soltanto mostri. I detenuti di San Vittore furono capaci di pietà, ricchi nella loro povertà assoluta di detenuti in tempo di guerra. Fu un viatico indimenticabile. Grazie, detenuti di San Vittore. Grazie, dopo sessant'anni.

Il furto delle lacrime

[…] Il mio numero 75.190 non si cancella: è dentro di me. Sono io il 75.190. In questo i nostri assassini sono stati davvero abili: chi porta sul braccio il numero di Auschwitz, prima di ogni altra cosa è il numero di Auschwitz. I nazisti volevano annullare l'identità delle migliaia di persone che non venivano mandate dalla stazione direttamente al gas, che dovevano rimanere vive finché potevano lavorare, ma senza più il diritto all'identità. Diventavano stücke, pezzi. La parola donna non esisteva più. Il concetto di persona spariva per sempre. “Quanti pezzi hai nella tua baracca?” si chiedevano fra loro le guardie al momento dell'appello. E i pezzi vanno numerati affinché non si perdano. Da quel momento i nostri nomi erano cancellati dalla storia e sostituiti con un numero: il modo più semplice per affermare che noi non eravamo mai esistiti. […] Più tardi avremmo visto con i nostri occhi, avremmo preso noi le bastonate, sopportato la fame, il freddo, la paura e la solitudine del prigioniero che non ha nulla, e quindi non si volta verso il compagno di prigionia perché non vuole sentire, come non volevamo sentire noi, dopo appena pochi giorni, i singhiozzi altrui. Piangevamo come pazze, ognuna desiderava raccontare alle altre della sua casa, della sua famiglia, com'era la sua camera, gli oggetti che aveva lasciato, il cane… Non volevamo sentire. Ma dopo qualche giorno nessuna pianse più.
Fu in quei giorni che smisi di piangere, e per riuscire di nuovo a ritrovare le mie lacrime ci volle la nascita del mio primo figlio: un evento meraviglioso, perché seppi che ero ancora capace di piangere ma questa volta di gioia. E così mi riappropriai della mia vita. Ad Auschwitz non avevo lacrime. Cominciò dentro di me quel processo di indurimento, di egoismo, di separazione dalla realtà che era comune a tutti i prigionieri, tranne rarissime eccezioni che appartenevano alla schiera dei santi. Gli altri, tutti noi, siamo persone qualsiasi. Io ero qualsiasi. Sono qualsiasi. Cominciai a chiudermi, a rifiutarmi di comunicare con gli altri. Non ero più in grado di sopportare i distacchi, non volevo affezionarmi a nessuno né amare, mai più. La mia era una vita di prigioniera schiava, pelata, affamata nel freddo di Auschwitz, con gli zoccoli ai piedi che presto si piagarono. Vivevamo in una promiscuità assoluta, dormivamo in cinque o sei in un ripiano di quei tavolacci a castello. Le più fortunate erano quelle sistemate in alto, perché in basso cadeva di tutto. Era un brulicare degli insetti più schifosi che ci venivano addosso e si infilavano tra le cuciture dei vestiti. La sporcizia regnava nel lager. Dormivamo vestite, sia per il freddo sia perché le nostre compagne più vecchie e più furbe ci avrebbero rubato i vestiti che erano preziosa merce di scambio. Gli zoccoli sotto la testa, come cuscino, altrimenti sarebbero scomparsi anche quelli e nessuno ce ne avrebbe dato un altro paio.
[…] Tre volte passai la selezione, nell'anno che trascorsi ad Auschwitz-Birkenau. Non era la selezione della stazione, che pur essendo la più crudele, la più dura, capitava in un momento in cui tutti eravamo intontiti e ignoravamo a cosa andassimo incontro. Nel campo era diverso: la selezione veniva annunciata e le kapos ci chiudevano nelle baracche a gruppi, cinquanta-sessanta per volta. Poi ci portavano nel locale delle docce – quelle vere – nude – la nostra costante persecuzione – e qui dovevamo sfilare una dietro l'altra attraversando una grande sala per uscire dall'altra parte. In fondo alla sala sedeva il piccolo tribunale di vita e di morte: un medico e due SS. Noi, nude, col nostro corpo e nient'altro, dovevamo presentarci a questa giuria. Come ci si atteggia, cosa si pensa in un momento simile? Il cuore quasi esplodeva nel petto scavato. Io non ero abituata a pregare. Non ero e non sono religiosa, avevo solo me stessa, non avevo aiuti: ero povera. Dicevo solo: voglio vivere, voglio vivere, voglio vivere, voglio vivere, voglio vivere…
Arrivata di fronte ai giudici riuscivo a fingermi indifferente sebbene la paura mi schiacciasse: mi rendevo perfettamente conto della mia magrezza, del mio aspetto di donna non più in grado di lavorare. E con quale terrore sopportavo quell'esame! Donne nude, scheletrite, che venivano esaminate davanti, dietro, in bocca, da uomini in divisa che spesso ordinavano: “Voltati di nuovo che non ti ho vista bene”. Una femminilità annullata, completamente violata. Bestie al mercato che venivano osservate, e quando uno non andava più bene ci pensavano il gas e il crematorio a cancellarla dal mondo.

Ciao Janine

[…] Ma è giusto che racconti anche delle mie miserie, delle mie vigliaccherie, delle mie povertà morali di allora. Alla selezione successiva, dietro di me c'era una ragazza francese, Janine, che lavorava con me in fabbrica alla macchina che tagliava l'acciaio e che, proprio nei giorni precedenti la selezione, le aveva tranciato le prime falangi di due dita. Lei, poverina, in qualche modo nascondeva con uno straccio la sua mano mutilata e si presentava, nuda e menomata, al tribunale di vita e di morte. Io ero appena passata, ce l'avevo fatta ancora una volta, e sentii che gli assassini fermavano Janine e che la scrivana, prigioniera come noi, prendeva nota del suo numero. Quel gesto significava: “Vai a morire perché non puoi più lavorare”.
Io fui insensibile: da mesi lavoravo accanto a lei alla macchina ma non mi voltai. Racconto sempre questo episodio quando parlo di Auschwitz, è come un'espiazione, per me. Perché io non fui come i detenuti di San Vittore, non le dissi: “Coraggio, Janine, ti voglio bene, ciao”… Avrei potuto rivolgerle una parola qualunque affinché non si sentisse sola nel momento della condanna a morte per la colpa di essere nata ebrea. Non l'ho chiamata per nome nell'attimo estremo della sua vita. Non mi sono voltata, non accettavo più i distacchi.
Sono vecchia e sono passati più di sessant'anni da quel giorno, ma lo racconto sempre e, quando parlo ai ragazzi nelle scuole, chiedo loro di pensare a Janine, per un attimo, di farla vivere per un istante nel ricordo, come se Janine fosse l'immagine di tutti quelli che sono spariti, cenere, nel vento di Auschwitz. Pensiamo a Janine, per un attimo: era francese, aveva ventidue o ventitré anni, occhi azzurri, voce dolce, ricciolini biondi corti, appena ricresciuti dopo la rasatura. Andata al gas ad Auschwitz in un giorno del 1944. Pensiamola un momento, perché nessuno, tranne me e gli aguzzini, conosce la fine che ha fatto Janine.
[…] Oggi mi viene spontaneo ammonire i miei nipoti: “Non dite mai non ce la faccio più quando siete stanchi di studiare o di qualsiasi altra cosa, perché non è vero”. Il corpo umano e la mente sono talmente forti e straordinari da riuscire a compiere autentici miracoli; la vita è un bene così meraviglioso e irripetibile da spingerci a fare qualsiasi cosa pur di conservarlo.
Quando io testimonio cosa è stata la volontà di rimanere vivi in un contesto come quello dei lager nazisti e della marcia della morte, non posso fare a meno di dirlo anche ai ragazzi che mi ascoltano: “Non usate mai la frase non ce la faccio più. Siete tutti miei nipoti: io non voglio parlarvi solo da testimone della Shoah, non voglio farvi vedere solo gli orrori che io ho visto e vissuto. Voglio raccontarvi la vita perché sono convinta che la vita sia bellissima”.

Vincitori e vinti

 […] Vedemmo i nostri carnefici diventare nervosi in quegli ultimi giorni. Crudeli come prima ma agitati, per la prima volta. Finché sentimmo il comando che avevamo tanto desiderato: “Prepararsi a uscire dal campo”. Non da libere, eravamo pur sempre prigioniere, e ci trascinammo fuori con le ultime forze, fantasmi di quello che eravamo state. I carnefici caricavano su camionette e motociclette le scrivanie, i dossier, i pacchi di pratiche, le macchine da scrivere. Portavano via tutto. “E di noi, che ne faranno?”, era il solito irrisolto quesito. “Non possiamo più camminare per andare al nord: questo significa che ci ammazzeranno tutte”.
Ma non andò così. I due eserciti vincitori arrivarono molto prima del previsto e le nostre guardie furono obbligate ad aprire quel cancello, a farci uscire e a uscire insieme a noi, ancora con i cani al guinzaglio e noi ancora prigioniere, di nuovo sulle strade tedesche. Si aprivano le case dei civili, si spalancavano le finestre, la gente usciva e portava via quello che poteva, anche le bestie dalle stalle. Fuggivano da lì perché volevano entrare – seppi dopo – nella zona di controllo americana, mentre quella dove ci trovavamo noi sarebbe passata sotto l'esercito russo, meno ricco, meno efficiente, meno prodigo di cibo e regali. Noi non capivamo il perché di questo esodo di civili. E si mescolavano fra noi le guardie: accanto alle ragazze-nulla si rivestivano in borghese. Cosa fanno? Fino a un momento prima avevano diritto di vita e di morte su milioni di persone nell'Europa occupata, e di colpo mandavano via i cani e buttavano le divise e le armi nel fossato che correva lungo la strada. Li guardavamo sbalorditi: “Cosa fanno?”. Si mettono in mutande: le SS vicino a noi si spogliano, si rivestono da civili e tornano ad essere dei signori qualsiasi, quelli della banalità del male.
[…] Il comandante di quell'ultimo campo, crudele assassino, camminava vicino a me (non ho mai saputo il suo nome, era un uomo alto ed elegante). Si spogliò, rimase in mutande, si rivestì da civile. Tornava a casa dai suoi bambini e da sua moglie. Certamente non si accorgeva della mia presenza perché io ero ancora uno stück, un pezzo. Quando buttò la pistola ai miei piedi, con tutto l'odio che avevo dentro di me e la violenza subita che mi invadeva il corpo, io pensai per un istante: “Adesso mi chino, prendo la pistola e in questa confusione assoluta lo ammazzo”. Mi ero nutrita a lungo solo di malvagità e di vendetta. Pensai che sparargli fosse l'azione giusta nel momento giusto, il giusto finale di quella storia di cui ero stata protagonista e testimone. Ma fu un attimo. Un attimo importantissimo, definitivo nella mia vita, che mi fece capire che io mai, per nessun motivo al mondo avrei potuto uccidere. Che nella debolezza estrema che mi vinceva, la mia etica e l'amore che avevo ricevuto da bambina mi impedivano di diventare uguale a quell'uomo. Non avrei mai potuto raccogliere la pistola e sparare al comandante di Malchow. Io avevo sempre scelto la vita. Quando si fa questa scelta non si può togliere la vita a nessuno.
E da quel momento sono stata libera.

* * *

Vi ringrazio, siete stati straordinari, così attenti; vi guardo uno per uno e vi abbraccio. Spero che la mia testimonianza non sia un episodio dei tanti e che almeno uno di voi diventi fiaccola della memoria: perché chi ascolta un testimone diventa, suo malgrado, un testimone. Spero che almeno uno di voi, quando noi tutti – pochi ancora – saremo morti, si ricorderà di questo incontro: perché 6 milioni di persone, colpevoli solo di essere nate (e sterminate per questo) non muoiano ancora, e ancora, e ancora, nell'indifferenza.


 


 
 
 
 
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