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Febbraio 2005 / Lettere e Arti
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  Giugno 1997
  *

Labbra di mandarino

Siamo tornati ieri da Venezia, una fiera noiosa, niente di speciale. Abbiamo preso contatti, mandato i video del festival, spiegato a chi mostrava il minimo d'interesse perché eravamo lì. Lo stand della provincia era ben fatto, complimenti!
Il vero lavoro è stato salvare i dischi dalla furia di possesso dei visitatori, i dischi che avevamo messo sul tavolo per bellezza, per avere una macchia di colore, altrimenti era tutto giallino. La gente arrivava, li prendeva in mano, e poi zac, nella borsa!
"Scusi signora, non si possono portare via, se vuole le facciamo ascoltare qualche cosa!"
" No, no, non fa niente, pensavo si potessero prendere!"
"Non si preoccupi, arrivederci"
"Arrivederci".
Tra gli ultimi a visitarci Sgarbi, il critico d'arte della televisione. Si ricordava di un nostro concerto, mi ha riconosciuto ed è stato carino, ha lasciato una frase sul libro del festival: “Cantare lontano è la poesia stessa, e farsi sentire da vicino. Vittorio Sgarbi”
Che significa secondo te?
A lui un CD glielo abbiamo regalato e sembrava contento.
Il momento più bello di questi tre giorni è stata la visita di una ragazza. Vagava alla rinfusa, come facevano in tanti. Si notava da lontano perché aveva un maglione arancione, ma talmente arancione che mentre si avvicinava cominciavi a sentire odore di mandarino. Proprio un bel maglione, a trama grossa. Lo avrà fatto a mano? Mentre camminava verso di noi cercava di capire chi fossimo e cosa stessimo facendo, poi è arrivata al banco, ha curiosato un po' in silenzio e io ho preceduto una sua parola, facendo la domanda che facevamo a tutti:
"Buongiorno, vuole ascoltare qualche cosa?"
"Si certo, con piacere!" sorridendo subito ed esibendo una cordialità che non ti saresti aspettato dal modo con il quale si era avvicinata.
Cristina scriveva al computer, si è alzata e le ha dato la cuffia, abbiamo messo la traccia quattro di Notti di Modena. Mentre ascoltava mi sono alzato in piedi e ho cominciato a guardarla. Che dovevo fare? Stava proprio davanti a me! Ci provavo a guardare in giro ma tornavo sempre su di lei, era di profilo, quello destro. Dettagli di bellezza che si mettevano a fuoco lentamente, un momento di spettacolo, perché quella ragazza con il maglione arancione era davvero bella. Vedevo un occhio, il naso e la bocca. Non era truccata e le labbra stavano ferme, socchiuse, con lo stesso segno morbido delle crome legate nelle stampe di Frescobaldi. Quella bocca era bellissima, dalla mia posizione vedevo le linee curve del labbro superiore e sono caduto in tentazione: un morso, darle un morso. Ho immaginato di essere uno di quei maghi capaci di fare incantesimi, fermare tutto, andarle vicino e morderle le labbra. Un rubatissimo morso. Ho preso coraggio, ho chiuso gli occhi e l'ho fatto col pensiero, le ho dato un morso sulle labbra, piano. Sapevano di mandarino. L'odore del mandarino accompagnava quel bacio invisibile.
Quando ho riaperto gli occhi lei era ancora nella stessa posizione, senza il minimo sentore del mio desiderio malandrino. Le mie fantasie si susseguivano rapide. Come sarebbe stata la parte sinistra del suo volto? Lei ha sorriso e si è tolta la cuffia. Se ne sarà accorta? Abbiamo parlato un po', ora vedevo tutti e due gli occhi, grandi, ma lo spettacolo stava finendo, anzi era praticamente finito.
"Allora mi manderete qualche informazione sul vostro festival?"
"Certo, se ci lascia un recapito."
Mentre scriveva non guardavo, ci pensava Cristina, quello era compito suo.
"Arrivederci!"
"Arrivederci!"
Dopo un secondo o due la frase secca della mia assistente, nel romanesco che conosci.
"Ma faje un regalino no?"
"Signorina scusi!", ho detto quasi urlando, prima che scomparisse dietro una pianta.
“Sì?”
“Guardi, le facciamo un piccolo regalino"
"Ma come? No ma..."
Leggero rossore in viso, leggerissimo, il tocco finale, meglio di quella polvere rossa che si usa per il trucco. Quello era il mio piccolo tempo supplementare di spettacolo, brevissimo, perché poi è scomparsa.
-"Ma che te lo devo dì io come te devi comportà?", mi ha detto Cristina, picchiettando sui tasti del computer senza togliere gli occhi dallo schermo.
Non le ho risposto. Non c'era tregua, è arrivato un signore, ha preso un disco e se n'è andato.
"Scusi! Scusi signore! Mi scusi ma non si può prendere! Se vuole le facciamo ascoltare qualche cosa!"
"No, non importa grazie!"
Mi sono messo a sedere mentre Cristina mi sventolava la faccia con la scheda appena scritta.
Il profumo di mandarino si sentiva ancora sebbene la ragazza fosse già lontana.
"Voi sapé come se chiama?"
"Come si chiama?"
“Prima damme un mandarino!”
“Come un mandarino?”
“Quelli che ho comprato stamattina, te l'ho messi nella tasca del cappotto!”
“Nella tasca del cappotto?”
“Si, ma che ce stai a sedè sopra?”
“Come a sedè sopra!”
Ho messo la mano in tasca.
La risata fragorosa di Cristina deve essersi sentita per tutto il salone, forte e chiara. Rimaneva poco dei quattro mandarini che la mia improvvida assistente mi aveva infilato in tasca. Ancora adesso, se metto il cappotto, si sente forte il profumo.
“Carla! Se chiama Carla!”, mi ha detto in preda agli ultimi sbuffi di riso, poi si è girata, e ha ricominciato a picchiettare sulla tastiera. Ho preso un mandarino, uno spicchio era ancora salvo, ho chiuso gli occhi e gli ho dato un morso, piano, di nascosto. Un rubatissimo morso.

Marco Mencoboni


 


 
 
 
 
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