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  *

Roberto Pantanelli:
l'imprenditore giornalista


Per scrivere la sua biografia, appena pubblicata, si è mosso Nando Cecini, il principe dei memorialisti pesaresi: autore del libro “L'Editrice Flaminia tra provincia, cultura ed arte” (Ed. Arti Grafiche della Torre). Però, dopo la lettura delle 113 agili paginette, ci si chiede se il protagonista della storia sia un imprenditore con l'hobby del giornalismo e della letteratura o un giornalista con l'hobby dell'imprenditoria: tanto le due figure sono sovrapposte e interdipendenti.
Con la Casa editrice di Via Rigoni ha pubblicato di tasca sua almeno quattro giornali di varia periodicità, prestigiose riviste letterarie e raffinate collane di opere storiche (spesso stampate in poche centinaia di copie numerate e fuori commercio), ha sostenuto associazioni teatrali e musicali, senza proporsi alcun vantaggio economico né contropartite di altro genere. Si potrebbe definire “il Vanni Scheiwiller di Soria” se la sua principale occupazione non fosse stata (dopo un lungo periodo di attività commerciale nell'importazione e vendita di carboni fossili, acciaio e cementi) quella di costruire in varie regioni italiane case prefabbricate, barriere anti-rumore e muretti new jersey per le autostrade.
Uno dei pochi giornali locali di cui non è stato editore è Lo Specchio della città: non sa cosa si è perso.

L'allievo del “Bramante”. Roberto Pantanelli è arrivato, senza accorgersene, a quasi 82 anni, che compirà il prossimo 10 aprile sotto il segno dell'Ariete (un segno che denota “capa tosta” e irrequietezza, secondo sua moglie che se ne intende). Con la stessa meravigliata nonchalance aveva ricevuto, nel 1996, la medaglia d'oro dell'Ordine dei giornalisti per i quarant'anni di iscrizione a quel sodalizio. Perché questa gente, che ha temprato la giovinezza in tempi di guerra, ha la pelle dura. Ma andiamo con ordine.
Nasce a Pesaro da Emilio Pantanelli, insegnante di agraria e imprenditore (bachicoltura, apicoltura, allevamenti di bestiame); e da Isotta Cecchi, figlia del capitano di lungo corso Roberto: fratello di Antonio, diplomatico e celebre esploratore in Africa cui è dedicata una strada del porto. Il matrimonio unisce felicemente le filande dei Cecchi e i bachi da seta dei Pantanelli e produce quattro figli. Roberto, il penultimo, eredita il nome del nonno materno e si diploma geometra al glorioso “Istituto Bramante”: un allievo piuttosto indisciplinato ma il primo della classe in Italiano. “Papà, perché si soffre?”, aveva chiesto da bambino durante una fiera a S. Angelo in Lizzola, quando il suo cavallo preferito – appena venduto –  lo aveva salutato con un nitrito di addio. E il pover'uomo era rimasto a bocca aperta, con una forchettata di trippa a mezz'aria.
Dopo il 1943, come sospetto renitente alla leva della Repubblica Sociale, viene deportato in Germania, soggiorna per qualche mese a Dachau e in altri campi di concentramento e riesce a tornare in Italia grazie a una fuga rocambolesca sotto le bombe e ai buoni uffici di parenti influenti. Quando arriva a Pesaro è alto un metro e ottanta e pesa 48 chili. Aveva appena compiuto ventun anni: l'età in cui i nostri figli chiedono ancora la paghetta alla mamma per fare benzina.
Fra le macerie della sua casa a Soria, recupera un trattato di agricoltura in latino e qualche brandello di un suo poemetto scritto da ragazzo in una gara di poesia con i suoi fratelli. In quel momento decise di non scrivere più niente. Mai una promessa è stata così disattesa.

Il piombo dei giornali. Forse la leggera blesità di parola di stile Fiat (o “erre” moscia per noi comuni mortali) l'ha contratta dalla moglie Maria Luisa (Marisa) Borla: una longilinea torinese, arrivata qui da bambina al seguito del padre, che ha conservato il rigorismo piemontese anche dopo i decenni in riva al Foglia. Lo ha conosciuto a diciott'anni e lo ha sposato a ventidue: diventando il “direttore ombra” di tutti i suoi giornali. Il quadretto di famiglia è completato dalla figlia Silvia, avvocatessa del Foro di Pesaro, e dal figlio Giorgio, commercialista e amministratore dell'IPI, l'impresa familiare di costruzioni. Il padre ha educato i bambini scrivendo per loro favole edificanti sull'amore per gli animali. Ma poi li ha coinvolti tutti, per anni, nella confezione dei giornali e degli altri prodotti editoriali: dai contatti con gli autori, all'impaginazione, alla correzione delle bozze. Alcuni periodici erano praticamente stampati in casa, con una compositrice IBM e una macchina offset. Insomma, una Casa editrice a conduzione familiare, come le belle pensioncine estive della Romagna.
Il suo modello di riferimento giornalistico è niente meno che Omero, primo inviato speciale alla Guerra di Troia. E a sua volta, con l'aiuto degli Dei, ha pubblicato di tutto. Inizia nel 1947 con il quindicinale Lo Scambio: Marcello Cocco e Giulio Cotignoli come primi collaboratori, seguiti poi da tante firme dell'intellighenzia locale: Fabio Tombari, Gilberto Lisotti, Franco Battistelli, Giancarlo Boiani, Arnaldo Gasperi, Renato Canestrari, Carlo Betti, Bruno Riboli, Enrico Ricci, Ivana Baldassarri, Cesare Pretelli. Disegni di Nino Caffè, Alessandro Gallucci, Cecilia Picciola Ferri, Giancarlo Scorza, Achille Wildi, Bruno Bruni, Carlo Vadi.
Segue l'intermezzo dell'Informatore, scritto quasi da solo – per dispetto – dopo la delusione per la nuova linea politica impressa allo Scambio da Flaminio Mainardi, acquirente della testata. Dal 1965 al 1970 esce il settimanale Galleria (coordinato da Egidio Conti), con quadretti di vita cittadina e articoli di satira politica pieni di eleganti sfottò agli amministratori del tempo. Si ricorda ancora il racconto di un fantomatico incontro a Roma tra Marcello Stefanini e il presidente socialista dell'Anas (con Giuseppe Righetti dietro le quinte) che aveva fatto ridere fino alle lacrime il giovane sindaco pesarese.
Infine nel 1974 Il Quotidiano, pubblicato cinque giorni alla settimana per quasi dieci anni, con l'intento (non realizzato) di fare da capofila a una catena di giornali locali presieduta dal principe Caracciolo – principale azionista della Repubblica – e coordinata dallo stesso Pantanelli. Vi collaborano anche grandi firme, come Enrico Mattei, Randolfo Pacciardi, Giuseppe Prezzolini, Elena Croce, Caterbo Mattioli. Con questo giornale ha subìto persino un involontario martirio per colpa di un collaboratore che aveva incautamente messo in pagina una notizia sull'allora presidente della Repubblica Giovanni Leone, a proposito di un presunto abuso edilizio a Napoli. Le cose sono andate così. Per riempire il giornale con notizie nazionali, in aggiunta a quelle locali, venivano utilizzate le agenzie di stampa, fra cui quella di Mino Pecorelli: un giornalista romano coinvolto in molte vicende oscure (più grosse di lui), fino alla sua tragica fine. E poiché in quel periodo stava montando la campagna del gruppo Repubblica-L'Espresso contro Leone (che poi sarà messo in croce fino all'impeachment,  per la vicenda Lockheed), il direttore del Quotidiano di Pesaro divenne improvvisamente un eroe nazionale della libertà di stampa. Se la cavò a fatica, anche grazie alla difesa dell'avvocato Pieretti, con una remissione di querela da parte della famiglia Leone.
Quando ha fondato a Milano l'Associazione Italiana della Prefabbricazione, si è fatto una rivista sui pre-fabbricati nell'edilizia. Basta dargli un argomento e lui lo trasforma subito in un giornale: è un drogato da piombo tipografico.

Il Parnaso dei poeti. Il debutto nell'editoria nobile risale al 1960 con l'antologia “Muse all'aperto, panorama dialettale marchigiano”, a cura di Gilberto Lisotti; seguito da “Piccola città”, una storia delle filodrammatiche pesaresi. Ma la vera svolta avviene nel 1970, con la fondazione a Roma della “Editrice Flaminia” che rileva Il Caffè: una rivista letteraria di livello europeo, diretta da Giambattista Vicari. Seguiranno altre testate prestigiose, come Lengua di Gianni D'Elia; Cartolaria di Ercole Bellucci, Marco Ferri, Gabriele Ghiandoni; Il Mirto, collana di storia realizzata con Giancarlo Scorza; La Cerqua, collana di saggistica e di narrativa; e i tanti titoli pubblicati nel campo della letteratura, del cinema, delle fiabe, dei manuali scolastici. In quegli anni le riviste della Casa editrice diventano un crocevia di celebri intellettuali: da Pier Paolo Pasolini a Carlo Bo, da Mario Luzi a Paolo Volponi, da Andrea Zanzotto ad Alberto Arbasino. E poi una serie di quaderni, di plaquette, di cartelle d'arte che non è possibile elencare nel breve spazio di un articolo.
A parte gli articoli, di suo Pantanelli ha pubblicato poco. Si ricordano “La componente degli inganni”, un pamphlet contro la nazionalizzazione dell'energia elettrica; “Resistenza a metà - Il cimitero degli Ebrei”, di cui auspica il restauro, con le sue lapidi bianche rivolte verso la Palestina; “Ammazzate Moro”, una rievocazione critica di quella tragica vicenda. Ha stampato quasi clandestinamente, in sole 150 copie per gli amici, “Giornale di bordo”: cronaca fantastica di una crociera del 1972 nelle isole dalmate. Paradossalmente si è persino tenuto un libro nel cassetto: un abbozzo di romanzo fantascientifico iniziato nel 1956. Alcuni appunti del libro sono apparsi nei quaderni di Galleria, col titolo “La Gola della Rossa”.

Sorrisi lontani. Come impegno politico ha scelto il Partito liberale: uno dei pochi partiti che non gli avrebbe permesso alcuna carriera. Però è riuscito a farsi eleggere (come indipendente) consigliere comunale e provinciale e a ben figurare nella prima elezione del Parlamento europeo, correndo insieme all'attuale presidente del Senato Marcello Pera. Nel 1999 – appoggiato da Forza Italia – è stato persino candidato sindaco: infrangendosi contro la corazzata PDS dell'ammiraglio Oriano Giovanelli.
Ma la sua vera vocazione è quella di riempire pagine di inchiostro. Ancora pochi giorni fa – a letto con l'influenza – ha scritto tre raccontini: “Sorrisi lontani”, ricordi di vicende del dopoguerra dedicati al fratello maggiore Enrico. Riemerge intatta la sua stupefacente facilità di scrittura, l'uso impeccabile della lingua, l'immediata presa emotiva della narrazione. Con (falsa?) modestia ha sempre minimizzato il lavoro del giornalista rispetto a quello dello scrittore: che continua a limare un testo, scrivendo e riscrivendo, fino alla perfezione formale. Lui si ritiene adatto solo al giornalismo: inteso come  composizione istantanea di idee e pensieri, senza troppi ritocchi e ripensamenti, privilegiando il contenuto. E invece, a mio parere, Pantanelli ha il talento naturale del vero scrittore: sarebbe diventato bravo come Tombari o come Garrone (tanto per restare a casa), se ne avesse avuto la voglia e la pazienza.
“Nella vita tutto è rappresentazione, tutto è teatro”, aveva detto una volta – citando Schopenhauer – quando era presidente della “Piccola Ribalta”. Ha utilizzato il suo talento in cento iniziative diverse ma, come sempre accade quando si tracciano dei bilanci, mi sembra di cogliere qualche accenno di rimpianto per quello che poteva essere e che non è stato. Forse avrebbe preferito diventare un grande allevatore: sul tipo di quelli che sussurrano ai cavalli e non li vendono mai.

Alberto Angelucci



 
 
 
 
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