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La lapide di Piazzale Innocenti
Forse, dopo 60 anni, è ora di cambiarla
A Pesaro in Piazzale degli Innocenti, davanti alla filiale della Banca Commerciale, si fronteggiano due lapidi in marmo sovrastate da piccole palme. Sembrano di recente fattura, quindi probabilmente rifatte da poco, con le parole di una volta. Sulla prima c'è scritto:

Qui il diciassette novembre millenovecentoquarantatrè corpi esangui di quattordici innocenti testimoniarono nello scempio orrendo delle membra la criminale ferocia tedesca. Il ricordo dell'eccidio nefando mantenga perenne nei cuori la fiamma della libertà e perpetui nei secoli l'esecrazione per la ventennale tirannide che la Patria asserviva e il fiore di nostra gente immolava all'insane mire del secolare nemico.

Nell'altra lapide sono incisi i nomi delle 14 vittime, in ordine alfabetico: da Giovanni Anastasia di anni 5 a Vittorio Volpini di anni 7. E la firma: Il Comune di Pesaro pose in memoria l'11 settembre 1945.
Mi sembra che, dopo anni di discorsi, sarebbe meglio usare parole diverse, magari rivolte a condannare l'ideologia nazista piuttosto che il popolo tedesco. A nessuno di noi piacerebbe vedere una lapide simile in Grecia o in Albania, che parlasse di ferocia italiana e di secolare nemico (italiano). Ma ho cercato anche di documentarmi (Pesaro negli anni 1939/45 “La guera? ‘na gran brutta bestia” di Gastone Mazzanti) ed ho scoperto, con mia sorpresa, che oltretutto non si è trattato di un eccidio. La cronaca di quella triste giornata è riportata con esemplare obiettività da Mazzanti. Essa ci dice che gli sfortunati protagonisti della vicenda meritano tutta la nostra compassione, ma solo come vittime di una disgrazia. Innocenti lo erano, come lo sono le vittime di tutte le guerre e delle altre sventure umane. Messa giù così, sembrerebbero anche martiri. I seguaci dell'ideologia nazista hanno fatto di tutto e di più, ma non in questo caso. Quel giorno erano in corso esercitazioni di tiro, di cui i tedeschi avevano informato preventivamente la città, direttamente e con manifesti. Ma si sa che gli ordigni di guerra sono stupidi ancora oggi, figuriamoci cinquant'anni fa. E non hanno obbedito all'ordine di circoscrivere l'effetto entro il confine di Viale della Vittoria, come nel manifesto. Dunque le vittime sono state innocenti, ma più che altro sfortunate e sicuramente imprudenti se, in orario di tiri, si trovavano nel piazzale a meno di cento metri dal confine menzionato. La cronaca dice che, come previsto, nessun danno fu recato agli edifici né alle persone che si trovavano all'interno. Una sventura, in tempo di guerra, che non merita quelle parole retoriche e ingiuste, forse comprensibili a ridosso della guerra scampata, ma oggi ripetute inutilmente. Parlare di nemico secolare oggi, può servire solo a ricordare divisioni e non è una buona premessa per costruire l'Europa.
Al Liceo Scientifico avevo un professore di filosofia (spero mi stia leggendo) che desiderava farci diventare liberi e noi, a sedici anni, non capivamo che cosa intendesse. Dicevano ch'egli fosse contro i preti, poi contro i fascisti, o i compagni. In realtà era solo contro la retorica e la propaganda, cui era impermeabile anche se venisse dalla sua parte, ammesso che ne avesse una. Forse non abbiamo imparato tutto, ma abbiamo di certo assimilato da lui l'istinto della misura.
La disgrazia, secondo me, non merita neppure l'intitolazione di un piazza, che sarebbe meglio intestata, semmai, agli innocenti di tutte le guerre. Meglio ancora, è la mia proposta, restituirla all'originaria denominazione di Piazza Spalato che, in cima a Viale Zara, ci starebbe benissimo.

Bastian Contrario


 
 
 
 
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