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  *

Ematologia: il caso Guiducci


LA DECIMA VITTIMA

Due giorni prima dell'apertura del processo contro Guido Lucarelli e Giovanni Fiorenzuolo (al momento dei fatti, rispettivamente primario del reparto di Ematologia e direttore sanitario dell'Ospedale San Salvatore di Pesaro) il gruppo “Amici di Claudio” ha invitato la stampa presso una sala del Comune di Pesaro per una commemorazione di Claudio Guiducci: il portantino accusato di sabotaggio e poi morto suicida in circostanze un po' misteriose. Nel corso della manifestazione l'assessore regionale Cristina Cecchini ha letto una dettagliata relazione su questa tragica vicenda, di cui riportiamo ampiamente la parte che si riferisce a Guiducci, tralasciando per motivi di spazio la seconda parte, che entra nel merito delle sperimentazioni condotte dal prof. Lucarelli all'interno del reparto. Quando leggerete questa pagina, forse sarà già stata emessa la sentenza di primo grado. Pubblicando questo documento intendiamo solo offrire ai nostri lettori alcuni elementi di riflessione; senza entrare nel merito della vicenda e senza voler anticipare alcun giudizio.

(…) Come è noto, la storia comincia perché i familiari del medico di Parma chiedono che venga fatta l'autopsia; scatta così l'inchiesta ed esplode il caso Ematologia. Il medico di Parma non è il primo a morire: il primo infettato muore il 29 dicembre ‘97, altri quattro moriranno a gennaio, tre a febbraio, l'ultimo morirà il 7 aprile '98. In poco più di tre mesi moriranno in nove: una strage. I periti nominati dall'ospedale accertano che l'infezione è partita da un paziente portatore sano dell'epatite B, ricoverato a ottobre assieme a sette dei pazienti che poi moriranno. Solo il 27 gennaio, cioè ventotto giorni dopo, viene avvisata l'Amministrazione regionale, dopo che è stato bonificato il reparto. Viene tra l'altro sostituita la macchina per la separazione e la raccolta delle cellule staminali, perfettamente funzionante e comperata pochi mesi prima.
Per capire i passaggi tragici di questa vicenda, bisogna tornare a quel 31 dicembre. A Ematologia già sanno che qualcosa è andato storto, il 9 e il 13 dello stesso mese ci sono già state due siero-conversioni, e le risposte delle analisi del medico di Parma confermano che la situazione è grave; la mattina gli telefonano, lo informano dei valori anomali delle transaminasi e insistono perché rientri in ospedale al più presto. Il medico sa, oppure intuisce, quello che sta succedendo; e informa Pesaro che sarebbe andato il giorno dopo a ripetere le analisi all'ospedale di Parma. Le analisi in un altro ospedale significano per Lucarelli il fallimento del tentativo d'insabbiamento di questa nuova infezione. Questa volta non si riuscirà a tenere il caso "coperto", non è "l'infezione intestinale" che causò i morti del ‘95, né la bambina morta perché infettata da Aids… L'epatite si sta sviluppando in fretta, il 29 dicembre c'è già stato il primo morto, e ora il medico di Parma va in un ospedale "amico" per avere in mano la sua documentazione clinica.
Il 30 gennaio Lucarelli, (il giorno successivo alla diffusione della notizia dell'infezione), in un'intervista alla stampa, per la prima volta riporta "voci provenienti dall'interno del reparto" a proposito del sabotaggio; quel giorno segna l'inizio di una campagna micidiale contro Claudio Guiducci e Massimo Valentini, rispettivamente portantino e biologo dell'ospedale di Pesaro, il braccio e la mente del complotto, secondo Lucarelli, i suoi cosiddetti "nemici storici". I nemici del professore sono due rappresentanti sindacali della CGIL. Valentini, un biologo che lavorava a Ematologia, aveva denunciato Lucarelli perché non rispettava i protocolli medici nell'aferesi e nell'accertamento delle malattie emotrasmissibili (epatite, Aids ecc.). Per questo, alla fine del ‘95, era stato trasferito, con la motivazione di incompatibilità ambientale, da Ematologia al Laboratorio analisi del S. Salvatore, al centro della città. Guiducci il portantino, anche lui lavorava a Ematologia, si era rivolto alla direzione dell'ospedale per denunciare l'assenza degli aspiratori nella sala operatoria (per l'eccessiva presenza di gas anestetico Guiducci si era ammalato). Ma nessuno lo ascolta, perché la sala operatoria nella pianta dell'ospedale non esiste. Dopo la denuncia, il 31 luglio ‘97, si era fatto trasferire in un altro reparto, anche lui da Muraglia al S. Salvatore (non sono i soli, altri sono stati allontanati o licenziati). Cosa hanno di "speciale"? Nulla: sono due che pensano ai malati prima di tutto e sono pericolosi per questo, sono pericolosi perché hanno avuto il coraggio di denunciare, anni addietro, che a Ematologia si lavorava male e al di fuori della legge. Febbraio è il mese dell'inizio della "campagna" contro i due sindacalisti. Nello stesso periodo Lucarelli va dal magistrato e fa i nomi dei suoi nemici. Ricostruiamo i fatti. Il periodo cruciale comincia nel marzo ‘98. Si susseguono una serie di testimonianze o di eventi che denotano una precisa strategia “pro-sabotaggio”:
- 14 marzo ‘98: deposizione della caposala Vergoni che riprende la tesi del sabotaggio;
- 19 marzo ‘98 : la portantina Carletti espone la stessa tesi;
- 20 marzo '98: Carlo Lucarelli ha facoltà divinatorie, aveva già previsto quello che sarebbe successo. In una intervista dice “Bisogna arrestare il sabotatore prima che si impicchi per il rimorso”;
- 21 marzo: viene interrogato il biologo Massimo Valentini;
- 23 marzo: Lucarelli rilascia una sinistra intervista TV a Mixer: “…Quella manina interna colpevole delle morti…vorrei averlo nelle mie mani per un momento soltanto. Lo strangolerei”.
- 25 marzo: telefonata di Maurizio a casa di Claudio in cui si dice che “il gruppo” vuole fare chiudere Lucarelli e chiede di conoscere il numero di telefono di Valentini. Ricordiamo che in quel periodo il telefono di Guiducci era stato messo sotto controllo dalla magistratura.
Aumenta la tensione su Claudio anche per una “tambureggiante” campagna di stampa che fa seguito al tentativo di coinvolgerlo; cercando di stabilire, con un prelievo di sangue illegale, un'analogia fra il suo stato clinico di portatore sano di epatite e i pazienti infettati. Claudio viene presentato all'opinione pubblica come il presunto sabotatore, come “l'untore”; viene fatta una perquisizione in casa sua non trovando né provette, né cartelle cliniche. Claudio non era per niente abbattuto, era molto provato ma molto reattivo; aveva confidato agli amici che attendeva con fiducia di incontrare chi lo accusava.
Si arriva alla data del 18 giugno alla vigilia del confronto con “la superteste”. La mattina di venerdì 19 giugno, alle 7.30, Claudio Guiducci viene trovato da un'infermiera penzolante da una corda in una stanzetta buia del seminterrato dell'ospedale S. Salvatore; in tasca ha una lettera indirizzata alla moglie e un biglietto per il maresciallo che l'aveva convocato in procura. Queste sono alcune delle cose che scrive Claudio nella lettera: "Tutta questa situazione che hanno creato nei miei confronti è diventata insopportabile per me, anche se io non c'entro assolutamente. Ma a qualcuno del reparto fa comodo farmi entrare in prima persona, andando a raccontare alla magistratura delle ignobili bugie nei miei confronti: sono stato incolpato di aver preso delle provette di sangue di un ammalato positivo all'epatite B. Anche la direzione ha le sue colpe, perché facendomi un esame specifico senza il mio consenso dovrà pagarne le conseguenze; al mio avvocato chiedo di andare fino in fondo chiedendo il risarcimento". Poi l'accusa pesantissima nei confronti dei responsabili morali della sua morte: "A tutte queste persone, dico che avranno sulla coscienza non più nove morti, bensì dieci. Io faccio questo gesto non perché sia colpevole, ma perché non ce la faccio più a sopportare questa situazione. Addio a tutti". Questa lettera, ironia della sorte, diventerà il punto di forza dell'accusa della “superteste” contro Claudio Guiducci. (…)
Ma nemmeno la morte di Guiducci riesce a fare decollare l'inchiesta. Il magistrato cerca la verità "scientifica" della strage, il terreno che Lucarelli preferisce: i macchinari sostituiti, il reparto lavato e tirato a lucido come nuovo. L'inchiesta si protrae ancora per qualche tempo, fino ad arrivare al rinvio a giudizio per omicidio colposo plurimo per Lucarelli e Fiorenzuolo. Dopo vari rinvii, il processo inizia a maggio del 2001 con rito abbreviato, davanti al giudice unico Andreucci. Quasi tutti i familiari dei pazienti morti sono stati risarciti e si ritirano dal processo; ma nonostante il risarcimento, e l'oggettiva ammissione di colpa, Lucarelli continuerà puntualmente ad attaccare Guiducci (che ovviamente non può difendersi) e Valentini (anche lui non può difendersi, non è imputato di nulla, è stato convocato solo come testimone, ma non verrà neppure ascoltato); tant'è che il giudice Andreucci decide di riaprire il dibattimento, ma in aula convoca solo i testimoni a favore della tesi del sabotaggio. La testimone è praticamente una: Paola Carletti, che oltre ad aver visto Claudio Guiducci trafugare la provetta, riporta cose raccontatele da altri su Guiducci e Valentini. Queste "dichiarazioni da riporto" vengono ovviamente smentite dalle persone chiamate in causa. L'architrave quindi che sostiene l'accusa del complotto è solo la dichiarazione della Carletti, ma chi è Paola Carletti? Non è una semplice portantina, non è una dipendente dell'ospedale, ha un contratto particolare ed è pagata direttamente da Lucarelli con i soldi delle donazioni e degli sponsor. (…) In un'intercettazione telefonica, parlando di Guiducci, dice: "Lui ora è braccato: o parla o schioppa o s'ammazza…"; un'altra profezia sconvolgente, per una persona che probabilmente sa di avere il telefono sotto controllo… Il 12 novembre del 2001 Paola Carletti viene convocata come teste al processo Lucarelli: racconta di quella mattina in cui Guiducci le ha mostrato la provetta trafugata, con il nome di Canestrari scritto a penna in stampatello sull'etichetta, dice anche di averne riconosciuto la calligrafia confrontandola con la lettera lasciata da Claudio e pubblicata da un giornale domenica 21 giugno, il giorno del suicidio, anch'essa scritta in stampatello. La copia della lettera di Claudio pubblicata da un giornale è poco leggibile, vista la riduzione fotografica: le uniche parole che si riescono a leggere bene sono le ultime e cioè "Addio a tutti". Le lettere contenute nel nome Canestrari e nelle parole Addio a tutti, sono tre: una A una T e una I. Sembra incredibile, ma l'accusa del complotto è tutta qui. Paola Carletti intravede l'etichetta della provetta nel settembre del ‘97, e vede la lettera di Claudio dopo otto mesi, il 21 giugno '98; e leggendo quelle righe, tornando indietro con la memoria riesce ancora una volta a visualizzare quella provetta, a confrontare quelle lettere, ricorda bene quella C ricciuta, quella E morbida, la A con il trattino fuggente, la R dal piede barocco, la L piegata dal peso degli eventi e quella I solo quasi accennata, pronta a sparire. Paola Carletti è un fenomeno… investigativo.
E' impossibile che Claudio, lavorando al San Salvatore (cioè a due chilometri di distanza), potesse sapere dello stato clinico di Canestrari, delle sue condizioni di soggetto infettante; e che quella mattina prelevavano il sangue proprio a lui e con una provetta di riserva. E la Carletti? Incontra un collega allontanato dal reparto, che dice di aver già sorpreso entrare notte tempo da una finestra, fare delle fotocopie in orari strani; lo vede andarsene con il sangue infetto di un paziente e non dice niente a nessuno? Non ne parla né con i colleghi, né con la caposala? A Ematologia è normale che le persone se ne vadano con qualche provetta nelle tasche? Perché Claudio avrebbe dovuto trafugare la provetta e scriverci il nome di Canestrari in stampatello? Sa bene che è la provetta di Canestrari se l'ha appena presa dal carrello dei prelievi. Per quale motivo Guiducci avrebbe dovuto mostrare la provetta criminale alla Carletti? Solo per farsi scoprire; è il nome di Canestrari scritto a mano da Claudio sulla provetta che lo incastra! Ma non è finita, continuiamo a ragionare delle accuse della Carletti. Claudio ha trafugato il sangue infetto da Ematologia, il sangue va opportunamente trattato e rispedito in reparto all'interno delle flebo (per coltivare e concentrare il virus da iniettare nelle flebo mortali, occorrerebbe avere a disposizione un laboratorio industriale appositamente attrezzato). E qui, secondo il ragionamento della Carletti, entra in ballo Valentini il biologo; ma Valentini ha già a disposizione il sangue di Canestrari, è il biologo del laboratorio analisi, non ha bisogno della provetta trafugata!
Ma andiamo avanti in questo delirio: i due in qualche modo costruiscono le dieci flebo-bomba e le spediscono in reparto? Ovviamente no, perché le flebo consegnate al reparto sarebbero state distribuite per tutti i piani (primo, secondo e day-hospital) e l'infezione si sarebbe distribuita a macchia di leopardo; invece l'infezione scoppia solo tra i pazienti del primo piano. Qualcuno avrebbe dovuto notare (in un reparto dove la memoria fotografica è di grande qualità), Valentini e Guiducci, degli estranei che lavorano in un ospedale dall'altra parte della città, allacciare ben dieci flebo in un unico giorno, il 20 ottobre '97.

(…) Abbiamo fiducia nella magistratura e speriamo che il processo che si apre in questi giorni restituisca a Claudio la piena estraneità ai fatti.

Maria Cristina Cecchini

PER MIO FRATELLO

Claudio, dipendente da oltre 20 anni dell'ospedale, prestava servizio nel reparto di Ematologia con la qualifica di portantino. Ricordo quanto fosse grande la sua ammirazione per il professor Lucarelli, perché vedeva in lui la persona capace di guarire i malati di leucemia, soprattutto bambini, che si rivolgevano al nostro ospedale. Essendo persona sensibilissima, era emotivamente partecipe quando le cure guarivano i malati; mostrava la sua soddisfazione, così come si mostrava avvilito quando tornava a casa e raccontava che purtroppo c'erano stati dei decessi. Era anche molto attivo e sensibile verso i familiari dei piccoli malati, con la vicinanza fisica e il sostegno morale: tanto che alcune famiglie, tornate alle loro case, a distanza di tempo gli mandavano cartoline di saluto. Era talmente preso e coinvolto dal suo lavoro che gli veniva rimproverato di trascurare anche la famiglia; era poi molto solerte ad aiutare l'associazione AIL facendosi carico personalmente di procurare cartelli per le donazioni a suffragio dei defunti.
Non so cosa sia successo che ha provocato il suo distacco dal reparto ma sicuramente non era, come è stato detto da qualcuno, odio verso il professore; perché, pur con tutti i suoi difetti, era incapace di odiare. Ora mi chiedo: è possibile che una persona come lui sia arrivata a compiere tutte le azioni di cui è stato accusato? Perché non mi risulta che si sia bevuto il cervello; e per arrivare, come si vuol far credere, a compiere azioni così gravi e poi confidarsi con la collega, presunta supertestimone, bisogna aver perso il bene dell'intelletto.
Aspetto la sentenza.

Ezio Guiducci


 
 
 
 
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