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Un ricordo di Giuseppe Filippini a trent'anni dalla scomparsa

UN PIONIERE DEL SOCIALISMO

Il 29 gennaio si è ricordato il trentesimo anniversario della scomparsa dell'avvocato, onorevole, senatore Giuseppe Filippini che, come egli stesso fece scrivere sulla sua tomba, fu “avvocato, pubblico amministratore, amico del popolo e della libertà, sempre”, e figura prestigiosa del socialismo pesarese e marchigiano. Suggellò una vita di forte impegno politico e sociale con disposizioni testamentarie assai nobili e toccanti, disponendo che la propria abitazione in Via Gramsci fosse trasformata in scuola materna.
Giuseppe Filippini era nato a Pesaro il 12 febbraio 1879, ove morì il 29 gennaio 1972. Dopo il Liceo Classico si iscrisse a Roma alla facoltà di Giurisprudenza; ascoltò le lezioni di Enrico Ferri, frequentò le lezioni di Antonio Labriola. Tornato a Pesaro scrisse “La politica mi acciuffò per i capelli”. Nel 1903 fu eletto consigliere e poi assessore comunale ed iniziò una fattiva collaborazione politica con esponenti socialisti come Alfredo Faggi, Alessandro Simoncelli e Ettore Mancini. Divenne sindacalista senza volerlo, difendendo le setaiole, i muratori, i metalmeccanici, gli artigiani.
Nel 1906 condusse un'intensa attività di organizzazione dei mezzadri per la costituzione delle leghe in tutto il pesarese. Il 1° aprile 1906 gettò le basi della prima lega contadina a San Pietro in Calibano e l'anno successivo vi inaugurò la cooperativa di consumo. Nel 1907, dopo il successo della lotta sui patti agrari, s'impegnò nella costituzione della Camera del Lavoro di Pesaro. Dal 1904 al 1914 partecipò ai congressi nazionali del PSI, mantenendosi sempre sulla linea riformista di Filippo Turati. Fu candidato alle elezioni politiche nel 1913 e riuscì eletto nel 1919. Nel 1920 divenne assessore comunale di Pesaro con l'avvocato Morini, sindaco di una giunta tutta socialista. Nel 1921 venne eletto nuovamente deputato. Va anche ricordato che, nel gennaio 1914, Giuseppe Filippini tenne a Pesaro, unitamente a Pietro Nenni, il contraddittorio all'on. Luigi Federzoni, giovane deputato nazionalista romano diventato, poi, presidente della Camera dei Fasci e delle Corporazioni, che svolse una conferenza su “Dopo la Guerra di Libia”, invitato dall'associazione degli agricoltori.
Anche per l'intensa azione politica di Giuseppe Filippini il movimento socialista si sviluppò intensamente in quegli anni in tutta la provincia pesarese. La federazione del PSI nel 1919 contò oltre 1.500 iscritti, disponeva di 61 cooperative (21 di lavoro e 40 di consumo) e pubblicava il settimanale Il progresso. Alle elezioni amministrative del 1920 i socialisti conquistarono 47 Comuni su 74 e 13 mandamenti su 14 per la Provincia ottenendo 36 consiglieri provinciali. Venne costituita anche la Federazione dei Comuni socialisti.
Con l'avvento del Fascismo, pur rimanendo fermo nelle sue idee socialiste, Filippini divenne uno dei più rinomati avvocati del Foro pesarese. Nel 1943 riprese l'azione politica, rappresentò il PSI nel Comitato di Liberazione Nazionale provinciale. Finita la guerra fu membro della Consulta Nazionale e nel 1946 deputato all'Assemblea Costituente. Nel 1947 seguì Saragat nella scissione socialista di Palazzo Barberini e nel 1948 divenne senatore di diritto.
Il suo impegno politico si svolse anche in seno al Comitato di Liberazione Nazionale e alla Fondazione “Gioachino Rossini”, della quale fu presidente. Il verbale del 1° gennaio 1945 del CLN di Pesaro reca il riassunto del dibattito svoltosi tra i componenti del CLN a commento delle dichiarazioni del colonnello Nichols, rappresentante locale del governo militare alleato, apparse sul giornale La Settimana, sulla mancanza di iniziative della popolazione pesarese. Il CLN convenne di rispondere in modo fermo e dignitoso accogliendo la prolusione dell'onorevole Filippini in un apposito documento di puntuale risposta alle dichiarazioni del rappresentante del governo militare alleato.
In età avanzata, ritiratosi dalla politica attiva, rimase attento osservatore delle politiche nazionali e locali, non esitando dall'elargire consigli e suggerimenti, forte di tanto impegno e di tanto ingegno dedicati al movimento socialista per tanti anni, quale pioniere del socialismo pesarese, amministratore locale e insigne parlamentare. L'on. Giuseppe Filippini ha rappresentato un'epoca particolare, pionieristica, della storia del movimento socialista nella provincia pesarese. Promotore di tante leghe contadine, amministratore locale, deputato e poi senatore, merita il riverente ricordo e l'omaggio dell'intero movimento socialista, popolare e democratico della provincia pesarese.

Giuseppe Righetti

IL BIGLIETTO DI MATTEOTTI

Si era agli inizi degli anni Sessanta; avevo vent'anni e da poco avevo aderito alla Federazione Giovanile Socialista. Un compagno del partito volle un giorno accompagnarmi, con altri due o tre giovani, a casa di Giuseppe Filippini per farcelo conoscere. Trovammo un vecchietto piccolo, quasi cieco, ma lucidissimo e pieno di verve. Il compagno del partito gli disse qualcosa di noi, e fra l'altro gli specificò che uno di noi era operaio: si trattava di Walter Martelli, che allora lavorava alla Montecatini. Filippini ci strinse la mano e, quando fu il turno di Walter, lo riconobbe dal vigore della stretta: "Ah, ecco, questo è l'operaio!". Poi cominciò una piacevolissima conversazione, in cui il presente si collegava continuamente ai ricordi del passato. Filippini era stato eletto deputato nel 1919 e, dopo la scissione del PSI, si trovò nel PSU, con Turati e gli altri riformisti. Matteotti era il suo capogruppo alla Camera e, ad un certo punto, tirò fuori un suo biglietto autografo, conservato religiosamente per quarant'anni. Solo che si trattava di un richiamo, un severo invito a passare meno tempo alla bouvette ed essere più presente in aula!
Ci parlò poi di un famoso discorso di Turati, "Rifare l'Italia" ("E' il programma di oggi, il programma di sempre... bisognerebbe farlo studiare nelle scuole!"). E si informò di quello che succedeva a Pesaro. Parlando di una recente manifestazione di lavoratori agricoli, e del fatto che vi avevano partecipato molte donne, osservò che ai suoi tempi era molto raro che una contadina si facesse vedere in città, per via della mancanza di vestiti decenti e di scarpe. Fu davvero una piacevole lezione di storia, impartita dalla viva voce di un protagonista.

Alberto Milazzo


 
 
 
 
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