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Febbraio 2002 / Lettere e Arti
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Bruna Della Chiara,
musa della cultura


Bruna Ceccolini Della Chiara nasce il 18 luglio 1909, quando Pesaro è ancora tutta raccolta nelle belle mura pentagonali roveresche. Suo padre muore presto e la “Brunina” cresce in un piccolo, severo e gentile gineceo d'inalterata “nobiltà”, composto dalla nonna, dalla mamma, che già conosce l'allora rara esperienza del lavoro in ufficio (è impiegata al Monte di Pietà), e da lei: studentessa curiosa e bravissima fino al diploma di ragioneria. Cresce con l'impronta di una rigorosa educazione per il conseguimento di un'orgogliosa autonomia: subito pronta ad investirsi di tutte le responsabilità che la vita le prospetta, senza mai dirottare, anche quando la vibrazione della sua sensibilità segreta la trafigge con sogni e poetici suggerimenti.
Le letture, il teatro e la musica lirica sono le sue splendide avventure: già nel 1914, a soli cinque anni, aveva assistito con la sua mamma, al Teatro Rossini alla prima pesarese di “Francesca da Rimini” di Zandonai; più della rappresentazione, la signora Bruna ha mantenuto nel cuore la tenerezza e la perfetta intonazione della voce di sua madre che gliela ricantava la sera, a premio di una giornata difficile. Anche Brunina ha imparato “inghirlandata di violette m'appariste ieri…” che è rimasta nella sua memoria come un dono meraviglioso che allevia ancora la commozione per quella tenace e intima alleanza con sua madre. È stato un modo speciale e di rara intelligenza e novità, per preparare la piccola allo svolgimento morale della sua vita.
Poi l'incontro e l'amore con Alcibiade Della Chiara: maestro d'arte, di famiglia creativa e fantasiosa (suo padre Aroldo era disegnatore e decoratore raffinatissimo nonché entusiastico promotore di quella nuovissima forma d'arte chiamata cinematografo). Cibi, così lo chiamano gli amici, sente subito che Bruna è una creatura “for del va”: le riconosce l'istintiva forza vitale, la tenacia ferrea, la gentilezza del cuore e una capacità fiera e indefessa di lavorare. Esiste ancora, appesa alla parete di un salottino in casa Della Chiara, una foto bellissima: Alcibiade e Bruna sorridenti, in viaggio di nozze. Lei racconta date e luoghi con il sorriso degli innamorati. La loro vita si mescola con la vita della città, quasi una mirabile simbiosi germinante di interessi artistici, urbanistici, storici e amicali. S'instaura fra i due sposi un accordo fedele, una storia di quotidiane intese e di quotidiane verifiche delle gioie e delle difficoltà nel donarsi: tutto questo in discrezione e naturalezza, quasi senza parere. Sono loro, assieme a Savino fratello di Cibi, che danno vita alla “Casa d'arte” Della Chiara, vero centro di promozione rossiniana, di incontri artistici e letterari, punto di riferimento per progetti importanti senza pastoie e litigiosità partitiche. Il dopoguerra forniva intanto a tutti, potenti e benefici anticorpi per la realizzazione di imprese e progettazioni ricostruttive.
La signora Bruna ricorda tutto, personaggi, amori, parentele, feste, manifestazioni politiche, rappresentazioni teatrali e mantiene nel suo cuore e nei cassetti dei suoi mobili, dei suoi comò e delle sue librerie la storia pesarese di quegli anni, vero scrigno, lei e la sua casa, di notizie, date, fotografie, aneddoti, in un circolo di interdipendenze spirituali e storiche riguardanti cittadini pesaresi che il passare del tempo fa svaporare in oblio.
Fascino, intelligenza, piacevolezza di affabulazione sono vivissimi in lei che considera la memoria una meditazione immaginativa. A quasi 93 anni riesce ancora a sedurci per quella rara capacità di immergersi con vivacità e dolente nostalgia, in un passato così remoto e per quella sua personale eleganza inventata dal nulla: un fiore fresco appoggiato sulla camicetta écru, un foulard annodato con apparente trascuratezza, una collana, un fermaglio nei capelli di seta grigia o un collettino ricamato; ha mani belle, sorriso malinconico e voce armoniosa. Ama Pesaro in maniera struggente perché nessuno, come lei, ha patito demolizioni, abbattimenti, indifferenze, cancellazioni di ricordi storici della città: dalle mura roveresche alla chiusura, di pochi giorni fa, della loro “Casa d'arte” in Via Rossini, passando per la demolizione del Kursaal, per la trasformazione e la chiusura definitiva del “Cinema Teatro Duse”, per l'abbandono di San Benedetto, per la chiusura di Capobianchi e di Angelotti, per la costruzione anomala e arrogante che insiste sull'area del vecchio cinema “Nuovo Fiore”. Anche quei benedetti mosaici del Duomo la preoccupano: parlando di loro si ha la sensazione che siano proprio “suoi”.
La signora Bruna ama Pesaro come pochi, perché Pesaro è stata ed è lo scenario della sua vita; nelle sue strade ha camminato salutando amici, interessandosi ai problemi della città e cercando di aiutare il suo Alcibiade a proporre soluzioni che fossero in armonia con Pesaro; si è inorgoglita per le affermazioni artistiche di pittori, scrittori e musicisti pesaresi, gioiendo per manifestazioni che andassero a portare lontano il nome della città. I GAD sono nati nel salottino della “Casa d'arte” e anche del Festival del Cinema e del ROF si sente orgogliosa: anno scorso è andata a visitare la Mostra di Giuseppe Vaccaj al MA,m ricevendone un'emozione fortissima: è stato come estrarre personaggi, aneddoti, angoli della città scomparsi, dalle atmosfere della sua stessa memoria per confrontarli con le immagini dipinte da Vaccaj trovandone un esaltante riscontro, quasi una riprova di esistenza. Nella ferina società dell'oggi, dominata da sordità sentimentale nei confronti di una cultura storica cittadina, la vita della signora Bruna Della Chiara, così vibrata in lunghe note di sentimento e di acuta capacità penetrativa ci sembra proprio esemplare: con rara e misurata consapevolezza, l'anziana signora si è sempre sentita al centro delle cose, della vita della sua famiglia e della sua città: come fosse un inderogabile, civilissimo impegno, una missione, una vocazione. La sua vocazione.

Ivana Baldassarri


 
 
 
 
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