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Personaggi allo Specchio:
Giuseppe Valazzi

Febbraio 2002

 

IL FASCISMO COME IDEALE

E forse un giorno, guardando serenamente al passato, si giudicherà che la prova che ora sosteniamo, aspra e dolorosa a noi, era uno stadio che l'Italia doveva percorrere per ringiovanire la sua vita nazionale, per compiere la sua educazione politica, per sentire in modo più severo i suoi doveri di popolo civile.
(Dal Manifesto degli intellettuali antifascisti, scritto da Benedetto Croce nel 1925)

Siamo arrivati al 2002 e si continua a parlare di Fascismo e di Mussolini con intatta passione, a sessant'anni dalla loro fine. Gli umori di questi tempi lasciano pensare che se ne parlerà ancora a lungo, senza trovarsi tanto d'accordo e senza che la questione sia pacificamente cristallizzata in una prospettiva storica, come è invece avvenuto per altri grandi sconvolgimenti sociali. E' come se in Francia, nel 1850, ci fossero stati ancora scontri violenti tra i fan e i detrattori di Robespierre (e magari c'erano veramente). Nel bene e nel male, un periodo piuttosto breve (vent'anni) anche considerando l'arco di una vita, ha lasciato una traccia profonda nel nostro Paese: intrisa di ideali sociali e di errori irreparabili, di grandezza e di infamia, di progresso e di sangue.
Attraverso il racconto del mio interlocutore/testimone, cerco di mettermi nei panni di un ragazzino degli anni '20 a Pesaro e di respirare la sua aria. Un nonno garibaldino scappato di casa a diciassette anni per seguire il Generale nell'epopea del Risorgimento; un padre bersagliere che cade nella Grande Guerra; i reduci che escono dalle trincee di fango (dove hanno lasciato 600 mila morti) aspettandosi un trionfo di baci e di fiori, e vengono beffeggiati e insultati per le strade da chi crede in altri ideali di giustizia e di riscatto sociale; l'incertezza, la paura, la miseria, gli scioperi a ripetizione, il comunismo appena nato che predica la dittatura del proletariato di modello sovietico, terrorizzando la piccola borghesia, e alimenta un clima permanente di insurrezione. Il ragazzo sente risuonare per le strade i canti dei nazionalisti di Federzoni che prospettano un futuro di ordine, di speranza e di riscossa. Gli regalano una bella divisa, viene inquadrato nei gruppi sportivi e paramilitari, può praticare (gratis) gli sport che gli piacciono e che non potrebbe permettersi a sue spese, come lo sci e l'equitazione. Respira un vento nuovo e rivoluzionario, tra le provocazioni e gli entusiasmi tecnologici dei Futuristi (una specie di “sessantottini” dell'epoca) e i versi infuocati di D'Annunzio. Ha l'impressione che i poveri siano meno diseredati e che il suo Paese cominci a contare qualcosa nel mondo. Forse per un adulto, che ne ha già viste tante, sarebbe diverso. Ma mi sembra difficile immaginare che un ragazzo di quegli anni riesca a non diventare fascista; almeno se non proviene da una famiglia di perseguitati politici, o se non ha una solida tradizione anarchica nell'albero genealogico.

La toga d'oro. Quel ragazzo è ora un piccolo uomo magro di 87 anni, con i capelli lisci, che sale le scale appoggiandosi a un bastone e si aiuta con un apparecchio acustico per seguire meglio la conversazione. Con gli occhialetti appoggiati sul naso, mi appare nella fragilità dolce delle persone molto anziane. “Ormai sono un cencio”, mi dice, “sono passato di cottura…”. Poi inizia, con voce chiara e ferma, e col limpido eloquio della sua cultura classica, il racconto della sua vicenda di vita, senza dimenticare una data, un nome, una situazione. A tratti la voce si infervora, ma gli spigoli della polemica sono subito stemperati da una sfumatura di indulgenza, quasi di tenerezza, verso questo intervistatore non più giovane, ma comunque nato troppo tardi per poter valutare appieno i motivi, gli umori e i significati di certe scelte nel suo itinerario spirituale.
Incontro l'avvocato Giuseppe Valazzi, uno dei prìncipi del foro pesarese, nella sua palazzina di Viale della Vittoria: che è casa e bottega per lui e per l'ultima figlia (con cui condivide lo studio legale associato); ed è solo bottega per un consistente manipolo di altri avvocati che affiancano la loro attività. Sua moglie Liliana Omicini, scomparsa pochi anni fa, aveva due fratelli piloti che sono caduti nell'ultima guerra: a Eugenio (due medaglie d'argento) è intestata la sezione locale dell'Associazione Arma Aeronautica. Era diplomata in pianoforte e suonava per lui ogni sera, al termine della giornata di lavoro, ma ha scelto di fare “solo” la mamma. Hanno avuto tre figli: Maria Rosaria, storica dell'arte e funzionario della Soprintendenza regionale; Carlo, un oculista molto affermato; Maria Eugenia che ha seguito la vocazione paterna.
Ancor oggi trascorre almeno sei-sette ore al giorno tra codici e sentenze (“ma ormai sono un avvocato da scrittoio, da sofà…”), senza soluzione di continuità dal 1945. Ha cominciato a Napoli, dove era andato a completare il periodo di praticantato perché a Pesaro era stato cancellato dall'Ordine dopo un rapportino dei carabinieri che segnalava la sua adesione alla Repubblica Sociale Italiana. Per i quarant'anni di carriera, nel 1985, gli è stata conferita la “toga d'oro” da quello stesso Ordine, di cui è stato presidente per quasi vent'anni. Nel discorso di ringraziamento ha citato una frase di Piero Calamandrei: “Bisogna che gli avvocati, veri professionisti, lavorino disperatamente, vogliano o non vogliano, sino all'ultimo respiro per servire gli altri, per aprire la strada, e arrivino alla morte senza aver potuto fare quello che li riguarda personalmente, che per tutta la vita hanno dovuto rimandare a domani”. La considera la sua guida spirituale, la bussola che ha ispirato la sua vita professionale. Gli avvocati vivono degli onorari e di una pensione della loro Cassa di previdenza: nel suo caso, un milione e trecentomila lire, dopo 56 anni di lavoro. “Ho sempre lavorato tanto”, dice, pensando alle migliaia di cause perorate, alle domeniche passate a scrivere “comparse”. La stessa cosa mi avevano detto altri interlocutori di questa serie di colloqui: come se, parlandone, la stanchezza del lavoro di una vita arrivasse improvvisamente tutta insieme. Tanti si voltano a guardare il passato con lo smarrimento di chi si chiede a che cosa sia servito tutto questo. Ma lui aggiunge, come se mi leggesse nel pensiero: “Il ricordo è per molti una sofferenza, per me è la cosa più grande: poter rivivere tutta la mia vita, sapendo che potrebbe finire da un minuto all'altro. Vedo un quadro bellissimo dietro di me…”.

Il giovane fascista. E' nato ad Ancona l'11 giugno 1914, proprio durante la “settimana rossa”: una sommossa contro il carovita, guidata da anarchici, repubblicani e socialisti, fra cui il giovane Mussolini. Suo padre Carlo prestava servizio alla caserma Villarey come capitano dei bersaglieri. Morirà all'inizio della guerra, lasciando un figlio di 15 mesi e una bambina di 4. Il bambino cresce nella venerazione del papà eroe di guerra (cui viene intitolata una strada nel quartiere di Soria, non lontana dalla “Filanda Valazzi” dei suoi parenti) e del nonno Adolfo, garibaldino e massone, di cui conserva gelosamente in uno scrigno il berretto rosso (accanto al berretto del papà) e una lettera autografa di Garibaldi da Caprera, che nel 1878 invia “un caro saluto ai fratelli pesaresi”: una lettera poco più lunga del famoso “Obbedisco”, perché il Generale era piuttosto laconico.
Sua madre Teresa era figlia di Giuseppe Ugolini, fondatore della prima banca privata a Pesaro; e sorella di Giorgio, poi autore di un'imponente antologia di scritti su cinquant'anni di vita pesarese. Alla giovane vedova (che percepisce dallo Stato una pensione di 40 lire) viene assegnato dalla famiglia uno stabile (il “casone”) vicino alla parrocchia di Loreto dove si trasferisce con i due figli. Nonostante questa facoltosa ascendenza, i Valazzi debbono fare i conti con le difficoltà della vita. Giuseppe percorre tutta la carriera scolastica fino al Liceo Mamiani (al quale è tuttora legato da grande affetto) e dà lezioni private ai rampolli delle famiglie in vista per mantenersi all'università, prima a Urbino e poi a Bologna. Aderisce alle organizzazioni giovanili fasciste, dai “balilla” al GUF (il gruppo degli universitari), dove affianca l'amico, e futuro notaio, Enrico Zaccarelli. Si laurea, con lode e abbraccio accademico, col prof. Tullio Ascarelli, grande maestro di Diritto commerciale, che lo vorrebbe con lui; ma poi viene allontanato dall'insegnamento a causa delle leggi razziali e si rifugia all'estero. Il giovane laureato comincia ad assumere cariche di responsabilità nel partito (fino a diventare segretario del podestà locale); poi, nonostante sia militesente come orfano di guerra, si arruola come volontario nella Milmart, un corpo adibito alla difesa costiera, preparandosi al conflitto imminente.
Il fascismo rappresenta per Valazzi la continuità dei valori che ha respirato in famiglia e un sogno di redenzione sociale degli italiani. Forse rivede idealmente suo padre nei reduci “con le mantelline lacere e sporche di fango”, che vengono ripagati col disprezzo e non hanno più un posto nella vita. Soffre per l'arretratezza e la miseria del popolo che ha l'emigrazione come unica prospettiva. Desidera uno Stato forte e moderno, in grado di governare questi fenomeni, di dirigere l'economia e la politica. Crede in un futuro di giustizia e di progresso, di crescita culturale, di riscatto per il Sud dell'Italia, attraverso il nuovo socialismo delle Corporazioni: un socialismo italiano, lontano dalle nefandezze del “socialismo reale” che cominciano a trapelare dall'Unione Sovietica. Dopo l'8 settembre del '43 rifiuta altre cariche, stila un documento molto critico per le nuove gerarchie del regime che, a suo parere, hanno tradito gli ideali popolari del fascismo e aderisce alla Repubblica Sociale, aggregandosi alla Luftwaffe ad Aviano e in altri aeroporti del nord, come ultimo atto di coerenza e di dignità.
Poi, il 25 aprile, tutti a casa. Gli danno il benvenuto con un mese di carcere, ma viene subito scagionato da ogni imputazione, subendo solo un provvedimento cautelativo di Pubblica sicurezza e la cancellazione dall'Albo dei praticanti procuratori. Con l'amarezza di chi si è trovato dalla parte sbagliata, sente bruciare (ancora) sulla pelle “il bando ignobile, la ripugnante reiezione, simile alle liste di proscrizione degli antichi romani” verso i suoi compagni di fede. Da quel momento fa calare il sipario sulla sua giovinezza e si astiene da qualunque forma di attività politica, dedicandosi esclusivamente, per oltre mezzo secolo, alla famiglia e alla professione. E' stato, fra l'altro, anche consigliere della Cassa di Risparmio, presidente dell'Automobil Club e persino presidente del Rotary: l'investitura finale.

“Lascia trascorrere l'onda e sorridi”. Quest'uomo, coerentemente fascista senza pentimenti fino al tragico epilogo, rispettato da tutti sul piano professionale e morale, è stato un legale del Comune (a maggioranza comunista) con Fastigi e De Sabbata; avvocato personale di Tornati (altro sindaco comunista) in un processo penale per l'inquinamento dell'acquedotto; avvocato del vescovo e del prefetto. Ha collaborato col grande Carnelutti in un complicato processo di diritto amministrativo a Pesaro. Ha nutrito sentimenti di affetto e di ammirazione per il collega e deputato comunista Enzo Capalozza di Fano, di cui ha tenuto l'orazione funebre. Ha avuto rapporti di profonda stima e amicizia con un socialista storico, Giuseppe Filippini, perché “i suoi ideali erano puri e la professione è stata la sua compagna nella vita”. Le vicende della vita, e dell'amore, gli hanno persino regalato un genero di sinistra, Beppe Mascioni, ex assessore regionale e ora senatore DS. Ma tra di loro non ci sono contrasti politici perché, dice sorridendo, “Forse sono più comunista di lui!”.
Nel tempo libero scrive pagine di diario da lasciare in eredità ai cinque nipoti, raccolte in due fascicoli: “Le favole del nonno”, in cui racconta gli episodi della sua vita militare; e “Una famiglia piccolo-borghese”, con le cronache e le riflessioni degli anni del dopoguerra. Ha riportato in queste pagine, e nel suo testamento, un pensiero dello scrittore cinese Lin Yu-tang: “Lascia trascorrere l'onda e sorridi”.

Alberto Angelucci


 
 
 
 
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