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Personaggi allo Specchio:
Ferdinando Lungarotti

Febbraio 1999

IL GRAN LOMBARDO DEL BISTURI

La medicina è l'arte di accompagnare con parole greche all'estrema dimora.

(Pitigrilli, alias Dino Segre: 1893-1975)

Nel grande e austero soggiorno della sua casa al centro di Pesaro, chiedo con qualche esitazione di fumare una sigaretta per concentrarmi meglio sulle prime battute dell'intervista. Me lo concede cortesemente; anzi prende a sua volta un sigaro fra le lunghe dita da pianista o da pranoterapeuta e lo accende con voluttà. "Professore, ma il fumo non fa male?". "Il fumo fa sempre male, ma non c'è niente di più distensivo in certi momenti: è una specie di bene di rifugio al quale ricorriamo per cercare sicurezza, anche nella stessa gestualità. Come medico lo disapprovo; come edonista lo capisco e, ogni tanto, lo pratico".

Ferdinando Lungarotti ha lasciato da qualche mese l'ospedale San Salvatore di Pesaro, dove è stato primario di chirurgia per oltre trent'anni, ma continua ad alzarsi col buio ogni mattina per andare a operare a Cattolica presso l'ospedale Cervesi, una struttura pubblica che è diventata una "dependance" locale della clinica San Raffaele di Milano. Quando è andato in pensione, a sessantotto anni, Il Resto del Carlino ha continuato a pubblicare per settimane i messaggi di apprezzamento e di ringraziamento dei suoi pazienti; tanto che un lettore, un po' indispettito, ha proposto di rendere noto il suo indirizzo privato in modo da dirottare nel posto giusto questo fiume di gratitudine, senza togliere ulteriore spazio all'informazione cittadina. Si potrebbe pensare, in futuro, a una fuga di pazienti pesaresi verso Cattolica, ma il professore non se lo augura: e mi sembra molto sincero nelle sue vibrazioni di affetto verso l'ospedale San Salvatore e verso la città in cui ha percorso quasi interamente la sua vicenda umana e professionale. Crede con convinzione nella validità della concorrenza fra pubblico e privato nella sanità; e ha un grande rispetto per l'apporto di esperienza imprenditoriale, e soprattutto di esperienza nella ricerca medica e farmacologica che il San Raffaele (secondo istituto di ricerca in Europa dopo il Curie di Parigi) può trasferire da queste parti. Forse, ma non lo dice esplicitamente, pensa che questo aggiornamento sia mancato a Pesaro negli ultimi tempi, oltre al miglioramento delle stesse strutture ricettive per rendere più dignitosa la degenza degli ammalati. Preferisce invece ricordare il suo periodo più felice al San Salvatore, alla fine degli anni Sessanta: "un ospedale perfetto, un vero punto di riferimento della sanità marchigiana, con professionisti eccezionali come Picchio, Mircoli, Rettanni, Di Ferdinando, Pavoni, Borghi". L'ospedale che Lungarotti frequentava già da studente di medicina, in vacanza, andando ad assistere alle operazioni del leggendario Leonida Beluffi, allora primario di chirurgia (e suo zio); invece di andare al mare a scaldarsi le ossa, infilava il camice alle sei del mattino, insieme al suo coetaneo Giancarlo Fabrizi (oggi primario di urologia) e cominciava a prendere visione dei corpi sofferenti da tagliare e guarire. L'ospedale in cui tornò da primario di chirurgia nel 1967 (anche se nominato ufficialmente l'anno dopo) e in cui ha eseguito 33 mila interventi, sui 35 mila complessivi della sua carriera. L'ospedale in cui ha provato le più grandi gioie professionali e i più grandi dolori; in cui ha incontrato Milena, la sua "compagna di vita" che gli ha dato il figlio Luca, così chiamato in ricordo dell'evangelista medico; in cui le contadine da lui operate gli portavano le uova fresche in segno di gratitudine. Ciclon, altro leggendario personaggio pesarese e suo paziente, gli portò addirittura in corsia un coniglio vivo. Alle sue rimostranze, rispose: "Con tutti quelli che ammazza in ospedale, non avrà mica paura ad ammazzare un coniglio!". Alcuni lo dipingono come un personaggio burbero, scostante, impaziente, a volte iroso con assistenti e infermieri (specie se lo contraddicono); altri come un uomo dolcissimo, di grande umanità, di notevole senso dell'umorismo; nessuno comunque mette in discussione la sua cultura e le sue capacità terapeutiche. Così è, se vi pare: come d'altra parte è vero per ciascuno di noi.

Come nasce un Maestro? In questo caso nasce anagraficamente ad Alessandria il 5 gennaio 1931 (sotto il segno del Capricorno), secondo di sei figli di un padre umbro, generale di artiglieria, e di una madre mantovana. Il padre viene fatto prigioniero nel Peloponneso nel 1943, rifiuta di aderire alla Repubblica di Salò e viene internato in un campo di concentramento tedesco (verrà liberato dagli americani nel '45). Il sostentamento della sua famiglia viene così assicurato dai parenti lombardi che si prendono cura dell'educazione dei ragazzi. Nella diaspora familiare, il giovane Ferdinando viene affidato allo zio Beluffi, già chirurgo a Pavia; e a Pavia frequenta il liceo e poi l'università presso il collegio "Cairoli", fondato da Maria Luisa d'Austria. Durante il liceo torna in vacanza a Mantova d'estate e lavora in campagna come contadino per guadagnarsi i soldi della retta. Pavia è una città ospedale, con 5.000 letti e una prestigiosa tradizione di cardiochirurgia (450 i trapianti di cuore effettuati, primo centro italiano ad effettuare un trapianto di rene). Probabilmente avviene in quegli anni l'imprinting, che ne fa un uomo di cultura lombarda, con sfumature di rigore austro-ungarico; dei suoi natali piemontesi gli rimane solo l'inossidabile passione per la Juventus, tanto da chiamare Platini il suo primo cane, bianco e nero. Il desiderio di emulare lo zio lo porta a intraprendere gli studi di medicina e le successive specializzazioni di chirurgia, con maestri come il prof. Donati e il prof. Malan. Si laurea nel 1956: poco dopo opera d'urgenza, per un'appendicite, un suo ex compagno di collegio (che diventerà rettore dell'Università) e non si ferma più. Consegue tre libere docenze, si segnala per un difficile intervento al fegato (otto ore in sala operatoria durante una notte di luglio) su un operaio di diciott'anni schiacciato negli ingranaggi di una pressa e Il Giornale di Pavia gli dedica una foto in prima pagina. Quel ragazzo, ora nonno, viene ancora a trovarlo a Pesaro. Forse questo intervento è il ricordo più bello della sua carriera che lo ha portato fino alla vice-presidenza italiana della Società internazionale di chirurgia. Fa parte anche del collegio degli archiatri pontifici, sostituendo il prof. Crucitti (scomparso recentemente) come chirurgo del Papa, se sarà necessario.

E il ricordo più brutto? Purtroppo sono tanti: il figlio di un amico morto durante l'intervento, dopo un incidente stradale; vedere padri di famiglia di trent'anni che muoiono per un tumore; comunicare questi eventi ai familiari (cosa che fa parte dei suoi doveri di medico) e vederli soffrire in modo atroce. Ma l'episodio che forse lo ha maggiormente rattristato è quello accaduto quasi al termine della sua permanenza a Pesaro, per cui è ancora in corso un'indagine giudiziaria: una strisciolina di garza lasciata nell'addome di un paziente. La garza si è incistita senza provocare danni, ma è stata individuata con una lastra, grazie ai segnali radio-opachi di cui è provvista. "Come può succedere, professore?". "La garza non si può vedere al termine dell'operazione, perché ha lo stesso colore del sangue. Basta la disattenzione di una strumentista che si sbaglia nel conteggio finale dei pezzi: ma la responsabilità è comunque di tutta l'equipe chirurgica".

La metamorfosi. Seduto su un divano, alla luce di un abat-jour, quest'uomo parlava con me della sua giovinezza, dei suoi maestri, dei suoi interventi, delle sue letture di Dante e di Foscolo, del giovane figlio liceale di cui preferisce essere amico piuttosto che nonno (vista la differenza di età), del cagnolino Rudy (il regalo di un paziente fanese) che lo aspetta ogni sera, al ritorno dal lavoro, e capisce i suoi stati d'animo. E diventava sempre più bello. Lungarotti pesa 56 chili con un'altezza di quasi un metro e ottanta, ed ha l'avvenenza naturale di un cardinale Tonini dopo uno sciopero della fame. Ma mentre parlava aveva gli occhi brillanti di un bambino felice, le guance e le orecchie diventavano rosa, le mani (quelle mani!) disegnavano nell'aria i suoi ricordi, le membra si irrobustivano e si arrotondavano: parlava con voce forte e chiara e ingrassava di minuto in minuto. Bellissimo. Insomma, il vostro cronista ha rischiato di innamorarsi di un chirurgo: tanto da non far più caso al registratore che si spegneva con un gemito per fine cassetta.

E' inevitabile concludere il discorso col caso Di Bella. Visto che sono ormai quasi scomparsi i grandi flagelli del passato (come la tubercolosi, la sifilide, la mortalità infantile), nel 2000 si morirà solo di tumore e di mal di cuore: oltre che di AIDS, l'ultima trovata della natura per assicurare la selezione della specie. Il professore ha visto molta gente morire di tumore, una parola che preferisce a quella di cancro, che ha una connotazione anche linguisticamente negativa, quasi a colpevolizzare il malato; eppure la considera una malattia come un'altra, anzi una malattia banale da cui si può guarire nel 99% dei casi, se il tumore è localizzato e la diagnosi è precoce. Di qui la necessità dei check-up, dei controlli periodici sulle mammelle, l'utero e le ovaie delle donne, sulla prostata degli uomini. Nel caso Di Bella la sua simpatia umana va alla figura di questo vecchietto, di cui apprezza l'onestà intellettuale, ma non alle persone che gli stanno intorno e che continuano a ingenerare confusione e sospetti. Gli sembra sufficientemente accertata l'inefficacia curativa del suo farmaco, anche se contiene sostanze (come la somatostatina) che servono a migliorare la condizione fisica dell'ammalato ma non ad arrestare l'evoluzione della malattia tumorale; e altre sostanze chemioterapiche che vengono già impiegate dalla medicina ufficiale. Considera l'apparizione di questi preparati (dal siero di Bonifacio in avanti) come un fenomeno ciclico, indotto dalla speranza degli ammalati. La sua conclusione, dopo l'onore delle armi al prof. Di Bella, è piuttosto perfida: "L'unico vantaggio di questa terapia è che non aggiunge danni a quelli causati dalla malattia".

Alberto Angelucci

 

 


 
 
 
 
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