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Emozioni, fame e obesità


Alcuni pellegrini che andarono a visitare un saggio Zen quasi centenario, il quale dimostrava non più di cinquant'anni, gli chiesero: "Qual è il segreto per mantenerti così giovane e in forma?" Il saggio rispose: "Mangio quando ho fame e dormo quando ho sonno”.
Con questa breve risposta lo Zen voleva dire che era in grado di riconoscere e assecon¬dare i propri stimoli interni. Troppo spesso, invece, l'obeso confonde le emozioni, il desiderio di affetto e le sensazioni con la “fame”. Quindi, mangiare diventa per lui un metodo per soddisfare le proprie emozioni: con il risultato di ingrassare e non aver esaudito i propri bisogni reali. La fame è regolata da meccanismi fisiologici ben precisi che ne bloccano lo stimolo, una volta che l'organismo s'è nutrito a sufficienza. Se si continua a mangiare oltre il proprio fabbisogno, vuol dire che sono subentrati dei fattori psicologici che hanno poco a che fare col bisogno reale di nutrirsi. Meno del 5% dei casi di obesità è causato da disfunzioni di tipo ormonale. Le altre cause, oltre a quelle genetiche (ereditarietà), sono di natura psicologica e comportamentale.

Le tecniche psicologiche
Il problema "obesità" non può prescindere dalla complessità dell'individuo, anche se sono molto utili interventi specifici sui sintomi. II comportamento alimentare abnorme è l’espressione di un malessere più generalizzato che trova spesso le sue radici in una bassa autostima, nella mancata realizzazione dei propri interessi esistenziali, nella sensazione di solitudine, nell'incapacità di creare e mantenere dei legami affettivi soddisfacenti, nella visione negativa del mondo e del futuro, nel non sentirsi considerati a sufficienza … e via dicendo. Tutto ciò porta a uno stato depressivo, persistente e a volte profondo. Inoltre la sindrome ansioso-depressiva molto spesso si accompagna nell’obeso a uno scarso consumo di calorie, sia a causa dell'eccessivo peso corporeo, sia per la pigrizia concomitante. Chi è obeso tende a economizzare molto il movimento fisico, tutt'al più lo riduce a un paio di ore di palestra a settimana, mentre è importante capire che uno stile di vita più dinamico aiuta a perdere calorie, più della palestra stessa. Si dovrà, ad esempio, cercare di usare l'automobile il meno possibile, parcheggiare lontano dal luogo di lavoro, evitare l'ascensore, evitare di sedersi durante i tragitti effettuati con i mezzi pubblici.
Premesso questo, il lavoro del terapeuta si articola su vari livelli di tipo cognitivo-comportamentale. Una tecnica comportamentale efficace, che opera direttamente sul sintomo “iperfagia” (mangiare in maniera spropositata), è la tecnica avversativa che consiste nell'associare l'assunzione di cibo a qualcosa che evoca disgusto e repulsione nel paziente. Ad esempio trovarsi davanti ad un piatto fumante di pasta con le olive nere e pensare, mentre la si sta mangiando, che in realtà le olive sono… degli scarafaggi, i quali una volta passati in bocca subiscono lo schiacciamento della loro corazza da parte dei denti e la loro sostanza interna semiliquida, biancastra, viscida e nauseabonda, inonda tutto il cavo orale. Il principio su cui si basa questo metodo è quello d'associare uno stimolo estremamente piacevole ad uno repellente e sgradevole per il soggetto. Si tratta, quindi, di una vera e propria tecnica di condizionamento, che produce i suoi risultati già in pochissime sedute.
L'intervento cognitivo risulta essere il più importante in quanto è il cervello ad elaborare e codificare le informazioni interne ed esterne. A tal proposito si parte dal presupposto che il nostro modo di pensare, già nel settimo anno di vita, per il 75%, è strutturato e, in base alle esperienze dirette ed all'educazione ricevuta, ognuno si forma una visione personale sia del mondo sia di se stesso. Così, se un bambino è cresciuto con l'idea che suo fratello è bello e intelligente, mentre lui è brutto e stupido, continuerà a mantenerla pure da adulto, anche se i fatti dimostreranno il contrario: proprio il suo comportamento, nel mostrarsi ad esempio poco deciso e sicuro, tenderà ad essere meno credibile e propositivo del fratello che, invece, si sente sicuro di sé. La bassa autostima dell'obeso implica, spesso, l'idea di non riuscire mai a portare a termine nulla di buono nella vita, e naturalmente anche le diete dimagranti. Quindi un certo modo di pensare può stimolare delle emozioni positive o negative, secondo i casi: ad esempio pensare di non essere all'altezza degli altri, perciò possedere una bassa autostima, vuol dire essere predisposto alla tristezza ed a stati depressivi. Attraverso l'analisi del pensiero è allora possibile sia individuare le proprie convinzioni irrazionali, sia le emozioni negative che esse scatenano.

La terapia di gruppo
Riunirsi tra obesi mangiatori compulsivi si rivela utile (come in altre dipendenze psicologiche: alcol, fumo, droghe), in quanto l’obeso ha la possibilità di confrontarsi direttamente con altri che soffrono dello stesso problema, e si accorge che ognuno ritiene che il suo sia un caso disperato e diverso dagli altri. Perciò, in un contesto di gruppo, può far tesoro delle proprie esperienze e portare il proprio contributo agli altri. Qualunque siano le ragioni dell'obesità, è ovvio che per aiutare una persona a dimagrire e a mantenere il peso raggiunto, non basta dire "mangia di meno", così come non si guarisce un alcolizzato dicendogli semplicemente "smetti di bere". E’ stato quanto mai logico che le esperienze fatte da organizzazioni come gli "Alcolisti Anonimi", formata da ex alcolisti per il soccorso agli alcolizzati, fossero impiegate per la cura dell'obesità. Si è quindi iniziato a riunire in gruppi le persone di peso eccessivo e a curarle non solo singolarmente ma anche come individui che hanno interessi e problemi in comune. Gli incontri dei vari membri, condotti da un medico e uno psicoterapeuta, avvengono una volta la settimana, per 12 settimane consecutive; ogni seduta inizia con un discorso sui problemi dell'obesità e delle diete e poi segue una discussione. Dopo alcune sedute i membri del gruppo incominciano a perdere la loro timidezza e la sensazione di essere degli anormali, iniziano a fare domande e partecipano alla discussione parlando liberamente della propria obesità e dei propri problemi in generale. Il continuo contatto con gli altri ex obesi li aiuta a preservare ed aumentare il loro senso di sicurezza e anche gli ex obesi ne traggono forti motivi di soddisfazione e di incoraggiamento a perseverare nel dimagrimento. Le statistiche dimostrano che chi partecipa agli incontri regolarmente ed assiduamente, non solo riesce a dimagrire ma riesce a mantenere il peso raggiunto.

Luciano Baffioni Venturi


 
 
 
 
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