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Padrini e raccomandazioni: una piaga millenaria

L’impero romano era pervaso da una strana malinconia che derivava dall’anelito degli schiavi verso la libertà. I ceti superiori erano profondamente depressi. Augusto dovette emanare diverse leggi contro il celibato poiché la classe dirigente tendeva a non riprodursi. Una situazione non tanto dissimile da quella attuale.

Un’altra similitudine è quella tra mafia antica e moderna. “Il rapporto clientelare si configura come un’organizzazione mafiosa che garantisce l’omertà, e il successo dei disonesti”, ha scritto il latinista Luciano Perelli in un libro intitolato La corruzione politica nell’antica Roma. Credo che raccomandazioni e mafia siano presenti nella nostra cultura italica fin da tempi molto remoti e che attribuire questa attitudine in esclusiva ai nostri meridionali sia una forma di razzismo. La mafia nasce come scambio di favori e di servizi: un fatto antico. Il rapporto patrono/cliente sussiste in tutta l’Italia, dove senza una raccomandazione è molto difficile trovare lavoro, ossia sopravvivere. Il patrono proteggeva e aiutava il cliente; questo doveva contraccambiarlo omaggiandolo, votandolo, incensandolo. Chi sgarrava, se la vedeva brutta. La 1^ Bucolica di Virgilio illustra con chiarezza siffatta relazione. In questo carme vengono rappresentati due pastori: Melibeo e Titiro. Il primo ha perduto i suoi campi confiscati dai triumviri Ottaviano, Antonio e Lepido, che li hanno distribuiti ai loro veterani; invece Titiro, alter ego del poeta, è riuscito a conservarli, e spiega perché: è andato a Roma dove ha incontrato un giovane, anzi un dio, che gli ha detto: “Pascola, come prima, i tuoi buoi, coltiva pure i tuoi campi”. Il beneficato, tornato alla sua campagna, compie riti di ringraziamento, con tanto di incenso, in onore del divino benefattore, una volta al mese. Dietro la veste pastorale c’è Virgilio che omaggia Ottaviano grazie al quale aveva ottenuto la restituzione del podere nel mantovano. Il poeta aveva acquisito questo privilegio grazie all’intercessione, cioè alla raccomandazione, di Asinio Pollione, il console, cui vengono dedicate la IV e l’VIII Bucolica.

Ora diamo un’occhiata al secondo secolo dopo Cristo, all’epoca di Traiano (98-117) sotto il quale l’impero romano raggiunse la massima espansione. Plinio il Giovane arrivò a coprire altissime cariche, e ci ha lasciato un epistolario che comprende un carteggio con l’imperatore il quale aveva favorito tanta carriera e viene definito, non per niente, optimus princeps. Ebbene molte di queste lettere sono raccomandazioni inviate al principe con l’intento di favorire amici e parenti. Di questo autore abbiamo anche il Panegirico a Traiano, pieno di elogi rivolti al capo del grande impero. Tra i tanti motivi di encomio c’è il riconoscimento del fatto che questo imperatore giurò obbedienza alle leggi dicendo che queste devono stare sopra il principe: Leges super principem. Ci aspettiamo che i vari ministri, governatori, parlamentari e opinionisti del nostro tempo non siano più asserviti dell’antico panegirista e ricordino a ogni uomo di potere il suo dovere di sottostare alle leggi.

L’estate scorsa ho assistito alla rappresentazione della Cenerentola di Rossini al festival di Pesaro. In questo melodramma il personaggio di don Magnifico, perfido patrigno e sperperatore del patrimonio della figliastra (la tribolata ragazza addetta alle ceneri) spera che il potente principe Ramiro sposi una delle sue figlie, Clorinda o Tisbe, e, conseguentemente, conta di divenire un uomo importante cui molte persone chiedano raccomandazioni: “Mi risveglio a mezzogiorno/suono appena il campanello/che mi vedo al letto intorno/supplichevole drappello:/ questo cerca protezione,/quello ha torto e vuol ragione;/chi vorrebbe un impieguccio/di una cattedra ed è un ciuccio;/chi l’appalto delle spille,/chi la pesca dell’anguille”. La prima rappresentazione di quest’opera, il cui libretto fu scritto da Jacopo Ferretti, risale al 1817; come si vede, per quanto riguarda le raccomandazioni, nulla in Italia è cambiato dai tempi di Augusto, a quelli di Traiano, a quelli di Rossini, ai nostri.

Giovanni Ghiselli


 
 
 
 
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