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Giulio Grimaldi e 'Maria risorta'


Singolare figura di intellettuale dai molteplici interessi, quella di Giulio Grimaldi, filologo, scrittore e poeta, nato a Fano l’8 gennaio 1873. E’ stato ricordato, a cent’anni dalla scomparsa, in un incontro pubblico, il 26 novembre scorso, nella Sala di rappresentanza della Fondazione Cassa di Risparmio di Fano.
Il suo lavoro più impegnativo, accanto alla direzione della rivista “Le Marche” da lui fondata e condotta fino alla morte, rimane senza dubbio il romanzo marinaresco “Maria risorta” (1908) pubblicato dall’Editrice S.T.E.N. di Torino, che prende il titolo dal nome della paranza di cui Salvatore è “parone” (comandante). Il mare, la comunità dei pescatori, i piccoli e i grandi fatti della loro quotidianità, costituiscono gli elementi dell’affresco di un mondo in cui la fatica, le passioni, le rare gioie e le tragedie segnano il cammino  di un'umanità orgogliosa, cosciente della propria diversità, depositaria di un “sapere” maturato nell'antica esperienza di sfida agli elementi di una natura generosa e ostile, sempre instabile. Grimaldi si documentò scrupolosamente sull’ambiente sociale e sull’attività della pesca del porto di Fano, allora terzo per importanza in Adriatico dopo Chioggia e Molfetta. Eccone una prima conferma confidata all’amico Federico Hermanin nella lettera datata Fano, 5 gennaio 1900:
"Il romanzo marinaresco, ancora, è allo stato di germe latente e non c'è che un po' di buona intenzione, che certo porterà il suo frutto, o buono o cattivo.  In tanto cerco di addomesticarmi con gli uomini e le cose di laggiù, e faccio grandi  passeggiate al porto, e vado escogi¬tando i piani più ingegnosi per entrare nel regno di quella gente così diversa dal resto della popolazione. Iersera, per esempio, con un fango maledettissimo e con uno scirocco pieno di nausea, sono andato giù, e poi sono entrato in una delle loro osterie, per vedere un po', mi sono messo a sedere e mi son fatto portare del vino. Sta pur sicuro che, là dentro, facevo l'effetto che farebbe tra di noi uno caduto dalla luna: tanto mi guardavano tutti e – m'è parso – anche con un certo sospetto, sia pure rispettoso. Sul banco di faccia a me s'erano messi a sedere dei ragazzi dalle facce sporche di mozzi (“morea”, li chiamano qui), al¬cuni dei quali sgranocchiavano del pane. E' venuto un uomo con la calza di lana in testa e la pipa in bocca, e li ha fatti scansare, perché non mi riparassero o mi dessero noia; ma dopo un momento, erano lì  un'altra volta. E anzi io, poiché mi era avanzato un po' di vino (un in¬chiostro dolciastro che non si poteva mandar giù), l'ho fatto bere a uno di quei monelli; e poi sono uscito, salutato con premura da due o tre, vicino al banco. Basta; in un modo o nell'altro, spero di potermi insinuare fra quella gente. Li ammansirò con il vino; sono certo che farà miracoli. Prima però mi tocca vincere la loro diffidenza sorniona, perché sono certo che mi crederanno una spia, una guardia di finanza travestita, o chissà quale altro diavolo; perché qui il contrabbando è molto in fiore, e per questo da poco hanno messo un posto di finanzieri, che come ti puoi immaginare, sono veduti e graditi come il fumo negli occhi. Quello che mi impensierisce è di trovare un soggetto nuovo e   interes¬sante”.
In tale clima di forti contrasti e vivide tinte popolari prenderà il so¬pravvento la passione adultera, fra Salvatore e Domenica (“Menca la rossa”, come la chiama lo stesso Grimaldi), già fiamma an¬tica del protagonista, fuoco non spento sotto la cenere. E' lei il personaggio femminile prediletto dallo scrittore che così ne tratteggia il ritratto la prima volta: "Costei, figlia d'una lavandaja il cui marito era morto in un naufragio, a quindici anni aveva già forme e maniere da giovane, e siccome por¬tava le sottane da bambina, poco più giù del ginocchio, provocava stranamente per questo contrasto, tra l'abito e la persona, oltre che per l'aureola fulva, ricciuta dei capelli, che, cortissimi, essendole stati tagliati di fresco in una grave malattia di tifo, le aggiungevano un'at¬trattiva piena di sensualità: come l'aspro olezzo d'un selvaggio frutto immaturo".
Un amore trascinante e malsano, di quelli che non concedono scampo. Ma qui converrà rimandare alla lettura di questo bel romanzo che, oltre a costituire un documento di esemplare microstoria sulla gente di mare del primo Novecento, possiede contenuti di freschezza letteraria tali da renderlo ancora piacevole e avvincente.
In parallelo alla copiosa attività di studioso, di poeta e narratore, Giulio Grimaldi insegnò Lingua e Letteratura Italiana a Legnano, Fabriano, Urbino e quindi a Pisa. Proprio a Marina di Pisa, il 2 agosto 1910, mentre prendeva un bagno, quel mare che tanto l'aveva affascinato, lo restituì, trentasettenne, senza vita. Come un marinaio di un già descritto nau¬fragio, davanti agli occhi sbarrati dei suoi famigliari. Come in una tragedia antica per cui “muore giovane chi è caro agli dèi”.

Dante Piermattei

Incipit del romanzo

Con le maniche rimboccate sopra i gomiti, impiastricciata di farina intrisa fino ai polsi, Assunta spianava la pasta, e ogni tanto saettava un’occhiataccia di traverso al marito, che in un angolo del focolare se la fumava ad occhi socchiusi, sotto il suo aguzzo berretto di maglia. Da due ore che ballavano di sopra, non s’era mai mosso di lì, nemmeno per farsi vedere un momento. Bel modo! Come non si trattasse del figlio e non avesse lo sposalizio a casa sua…
A qualche colpo troppo brusco del matterello la sottile sfoglia giallognola si lacerava qua e là; e nella donna cresceva la stizza per quel silenzio ostinato, per quell’aria di musoneria che pareva attaccarsi a tutto nella cucina più linda del solito, non ostante il lieto frastono che veniva da in alto.
Seduto dall’altra parte del camino anche il vecchio Bastòn fumava e guardava la fiamma, dopo aver tentato inutilmente d’attaccar discorso.
- Allegri, paron Fortunato! Sentite come si divertono? – Ma padron Fortunato seguitava a fumare, in silenzio: e Bastòn, percossa la pipa contro il palmo della mano per vuotarne la cenere, si mise a trinciarci dentro un mozzicone di sigaro. Poi, finita la grave operazione, prese con le molle un pezzetto di bracia e, riaccesa la pipa, tornò fisicamente a guardar la fiamma.


 
 
 
 
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