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I colori del buio


Incontro con Gabriele Bartoletti

L’arte libera l’occhio sepolto dentro di noi. Risveglia l’energia assopita, ci consente di rivelare la nostra parte migliore e di vedere un mondo nuovo.
Ho pensato a tutto questo quando ho incontrato Gabriele Bartoletti, Lele per gli amici, che mi ha accolto calorosamente nella sua piccola bottega di via Giordano Bruno, a Pesaro, fra quadri, colori ed un gran via vai di amici a cui viene offerto un calice di buon vino da accompagnare a bruschetta e salame; l’atmosfera è vivace e genuina.
Gabriele Bartoletti, pesarese doc, 59 anni, si è formato a Urbino presso l’Istituto d’Arte (dove poi è tornato come docente di grafica) e l’Accademia di Belle Arti. “Vivevo nella città ducale, in campagna, e la mia casa era frequentata dai maggiori artisti dell’avanguardia nazionale. Erano i bellissimi anni della Pop art e dell’Arte povera e c’era un’enorme vitalità culturale. Aprii una bottega col grande Armando De Santi, da tutti conosciuto come balilla; insieme costruimmo un forno a legna alto nove metri, per la cottura di maioliche e ceramiche. Ci vollero due anni e non so quante migliaia di mattoni! Armando era un artista di quelli veri”.
All’inizio degli anni ‘80 le opere di Bartoletti erano già arrivate alla Biennale di Venezia, alla Fiera d’arte di Bologna, ad Helsinki, a Miami. Stanco di quel mondo isolato (“non dell’arte ma di chi la frequentava”), Lele sentiva forte il richiamo della sua città, del mare e del vento. E poi c’era un albergo da mandare avanti… “Mio padre aveva già fatto molti sacrifici, così lasciai Urbino e l’insegnamento per occuparmi, con mia sorella, della gestione dell’Hotel Rivazzurra, di proprietà familiare. Fortunatamente la nuova occupazione mi lasciava molto tempo libero da dedicare alla mia vera passione: l’aria aperta”.
Sì, Lele, faccia scura baciata dal sole, è decisamente un uomo da vento in faccia; racconta di mari vicini e lontani, di vela e pesca d’altura, di squali e cavalli. Le avventure si sovrappongono e ho la sensazione che abbia vissuto cento vite. Eppure i dipinti che sono tutt’intorno a noi sono figli di un’altra storia, dolorosa ma bellissima.
“Tre anni fa venni colpito da un’infezione renale complicata da una setticemia e restai in coma per diversi giorni. Ho un ricordo nitido delle sensazioni che provavo: ero di fronte ad una muraglia di luce, con una grande porta, e vedevo camminare delle figure umane anch’esse fatte di luce. Era una situazione di assoluta tranquillità; poi ho sentito una forza che mi tirava indietro: evidentemente non era arrivata la mia ora. Recentemente ho provato e riprovato a dipingere tutto questo. Inutilmente. Poi il risveglio: ero vivo ma senza un rene e, soprattutto, senza la vista! Due anni di continui ricoveri ospedalieri passando attraverso una decina di interventi chirurgici e terribili sofferenze. Fra le esperienze a cui ho fatto riferimento per dare forza alla mia nuova vita devo ricordare ciò che mi accadde durante il servizio militare, quando venni assegnato come accompagnatore di un grande invalido di guerra non vedente. Ezio Tamburini, persona eccezionale, insegnava musica nelle Scuole Medie e io lo accompagnavo ovunque. Restammo insieme per oltre un anno ed entrai in contatto con altri non vedenti: li portavo a sciare, sott’acqua… Quanto si sono divertiti con me!”.
Lele sa che la vista non tornerà, eppure, dopo aver conosciuto la disperazione, ha cominciato a percepire dentro di sé la volontà di dare voce alle proprie sensazioni. E’ stato l’inizio della rinascita. Ha inventato la pittura tattile, utilizzando una tecnica da lui stesso denominata Scratch (graffio, incisione). Ricopre la tela con uno strato di intonaco fresco, poi con un punteruolo traccia le linee che ha in mente, lascia asciugare ed infine va a cercare i contorni delle immagini per colmarli con il colore. Per la preparazione dei colori, utilizza materiali differenti in modo tale che i colori freddi, quelli che si avvicinano all’acqua, siano lisci al tatto e quelli caldi, che si avvicinano al sole, siano ruvidi. I suoi quadri si possono vedere anche con le mani: qualsiasi non vedente, facendo scorrere le dita sulle incisioni, potrà provare a sentire le immagini rappresentate e magari intuirne le tinte. Il Museo Tattile Statale Omero di Ancona, unico in Italia nel panorama dei servizi culturali per non vedenti, dà la possibilità di toccare l’arte anche a chi non può misurarsi con la luce e l’immagine. Fra tante sculture, l’unica opera pittorica appartiene proprio a Bartoletti; inoltre, la scorsa estate, il Museo anconetano ha dedicato al pittore ipovedente pesarese una mostra, “Immagini dal buio”.
Bartoletti dipinge i suoi ricordi e le sue emozioni che acquisiscono, sulla tela, un’enorme forza espressiva. Vengono ritratti corpi di donna, personaggi circensi, biciclette storiche, piazze di piccoli paesi, combattimenti fra galli, persino i pensieri del guardiano del faro che volano sull’aquilone. Ogni quadro ha una sua storia e Lele la scrive di suo pugno sul retro della tela: “Non posso più leggere, ma so ancora scrivere”.
La forza della vita ha riacceso il fuoco delle antiche passioni: Lele, con l’aiuto di amici, ha ripreso a cavalcare e a condurre la barca a vela. “Ma la mia seconda vita ha avuto inizio quando ho ripreso in mano la tavolozza dei colori. La pittura mi aiuta a trascorrere il tempo, a vivere; arriva la sera che neanche me ne accorgo. La noia non so nemmeno cosa sia!”.
Qualcuno ha detto che l’arte restituisce la luce negli occhi e nell’anima di chi la frequenta.

Lamberto Bettini


 
 
 
 
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