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La rivincita di Pearl Harbour

Tutti conoscono le vicende dell'attacco giapponese alla flotta statunitense a Pearl Harbour, il 7 dicembre 1941. L'ideatore e pianificatore di questa straordinaria impresa aereo navale fu l'ammiraglio Isoroku Yamamoto, che entrò nella leggenda: tanto che ancora oggi si studia ogni aspetto di quell'azione che decimò la flotta statunitense, colta totalmente di sorpresa, non solo per la ritardata dichiarazione ufficiale di guerra da parte del Giappone.
Successivamente, la Flotta Imperiale, sempre al comando dell'ammiraglio Yamamoto, si spinse a Guam, Singapore, Giava, Hong Kong, Filippine, Malacca, Nuova Guinea, Salomone e Guadalcanal. Tuttavia, in quegli anni, gli statunitensi non si sentivano nello spirito per apprezzare l'artefice della loro umiliazione; e quando si presentò l'occasione non ebbero alcuna remora per pareggiare i conti con l'uomo che era ammirato e rispettato dai giapponesi più di ogni altro. L'occasione si presentò il 18 aprile del 1943, quando Yamamoto si sarebbe recato nelle isole Salomone per un giro d'ispezione alle basi aereo navali giapponesi, incominciando dall'isola di Bougainville. Il radio messaggio da Tokyo era stato intercettato e decifrato dal Servizio Informazioni statunitense, che disponeva del cifrario nemico già dal 1941. Gli statunitensi non persero tempo ed organizzarono un'impresa che era al limite dell'impossibile, autorizzata dallo stesso Presidente: ben conscio dell'effetto psicologico che avrebbe avuto sui giapponesi se fosse andata a buon fine. Così 18 aerei P-38, alle 7.10 del 18 aprile, decollarono dall'aeroporto di Henderson Field, Guadalcanal, pilotati dai migliori aviatori USA. La loro missione era stata pianificata al minuto, con i P-38, dotati per l'occasione di serbatoi di carburante ausiliari speciali, che avrebbero dovuto sorvolare a bassa quota il Pacifico per 880 chilometri, in assoluto silenzio radio, e intercettare l'aereo da trasporto scortato su cui volava l'ammiraglio Yamamoto. Uno scarto di soli cinque minuti avrebbe compromesso l'azione e la loro preda sarebbe sfuggita all'agguato.
Sin dall'inizio le difficoltà ridussero a 16 gli aerei in volo, ma la missione proseguì; e puntualmente, alle 9.34, sulla verticale di Bougainville, i P-38 intercettarono a quota superiore la squadra giapponese, composta da due G4M Betty e dalla scorta di A6M3 Zero Sen. Gli aerei statunitensi guadagnarono rapidamente quota e poi attaccarono la scorta dei caccia giapponesi, mentre due P-38 si lanciarono sui due aerei che trasportavano Yamamoto ed il vice ammiraglio Ugaki, abbattendoli. L'aereo su cui viaggiava Yamamoto precipitò in fiamme sull'isola, dove i suoi resti furono recuperati dai giapponesi ed in seguito, a Tokyo, ebbero solenni esequie, seguite da un milione di persone.
Gli statunitensi rientrarono alla loro base con i serbatoi quasi a secco, lamentando un solo aereo perso in combattimento. La scomparsa del cinquantanovenne ammiraglio Yamamoto lasciò un vuoto incolmabile e fu un segnale chiarissimo che le possibilità di vittoria, se mai ce ne fossero state, erano definitivamente svanite.
Per gli statunitensi la sua eliminazione fu un'impresa epica, ma da molti storici viene considerata sotto una luce diversa. Yamamoto non era un fanatico e fin dall'inizio era contrario all'entrata in guerra contro gli Stati Uniti, che conosceva molto bene avendo trascorso tre anni come addetto navale negli USA; tanto che a Tokyo nel 1940, in un colloquio con un componente del Consiglio Imperiale, aveva dichiarato: “Se mi affermate che è necessario combattere, allora mi scatenerò nei primi sei mesi di guerra contro gli Stati Uniti e prometto una serie ininterrotta di vittorie. Vi avverto però, che se le ostilità si prolungassero per due o tre anni, non avrei alcuna fiducia nella nostra vittoria finale”. L'enorme rispetto che riscuoteva sull'Alto Comando Imperiale, sui suoi uomini e sulla gente, avrebbe potuto giocare un ruolo determinante per evitare la carneficina che portò il Giappone alla distruzione quasi totale ed alla terribile esperienza nucleare nel 1945.

Riccardo Merloni


 
 
 
 
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