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Pillole di storia: Il terremoto di Messina


Le feste di Natale erano in pieno svolgimento e la domenica 28 dicembre del 1908 era passata in allegria anche a Messina, a Reggio di Calabria e in tutti i paesi che si affacciano sullo Stretto. A Messina si era svolta la prima della “Aida”, a Reggio la gente era accorsa per godere della grande novità della illuminazione stradale elettrica, inaugurata il giorno precedente. Nessuno poteva mai pensare cosa sarebbe successo alle 5.21, prima dell'alba del 29 dicembre: uno degli eventi più catastrofici del ventesimo secolo. L'osservatorio Ximeniano di Firenze registrò “una impressionante straordinaria scossa, tanto che le ampiezze dei tracciati dei sismografi sono state così grandi che non sono entrate nei cilindri. Misurano oltre 40 cm. Da qualche parte sta succedendo qualcosa di grave”. Così è scritto nei registri. Quella parte era l'area dello Stretto, dove per 37 interminabili secondi la terra tremò e sussultò. In piena oscurità e con gli abitanti immersi nel sonno, il terremoto raggiunse il 10° grado della scala Mercalli, seguito da un maremoto, e rase al suolo la gran parte delle città costiere. Nella nuvola di polvere che si alzò al cielo, sotto una pioggia torrenziale ed al buio, i sopravvissuti inebetiti dalla paura e dalla perdita dei riferimenti, semivestiti, non riuscirono a realizzare immediatamente l'accaduto. Alcuni iniziarono subito a ricercare sotto le macerie i propri familiari e qui vennero colti dalle esplosioni e dagli incendi causati dal gas che si sprigionò dalle tubature divelte. Tra voragini e montagne di macerie, gli incendi si estesero, i crolli sembravano non finire mai, continuando a seppellire ricchi e poveri. Venne ai più quasi istintivo riversarsi verso il mare ma improvvisamente le acque si ritirarono e dopo pochi minuti almeno tre enormi ondate, alte oltre 10 metri, si abbatterono in successione sui litorali, spazzando tutto e risucchiando barche e persone. Gravissimo il primo bilancio delle vittime, difficile ancor oggi da confermare per la perdita dei registri anagrafici e per la esistenza di popolazione non censita, specie nelle fasce povere. La stima parla di 80 mila morti nella sola Messina, che ne contava 140 mila, e 15 mila su 45 mila a Reggio Calabria; ma le vittime, ad operazioni di soccorso concluse, saranno molte di più.

Il soccorso con le navi

A Messina aveva sede la 1^ Squadriglia Torpediniere della Regia Marina, composta dalle navi “Saffo”, “Serpente”, “Scorpione”, “Spica” e dall'Incrociatore “Piemonte” il cui comandante, Francesco Passino, era a terra e scomparve così fra le macerie delle abitazioni. Furono proprio i marinai di queste navi che sbarcarono e diedero inizio alle prime opere di soccorso. Fu a bordo del “Piemonte” che alcuni ufficiali dell'Esercito, sopravvissuti al disastro, raccolsero il personale disponibile con cui furono attuati i primi provvedimenti di emergenza. Lo “Spica”, al comando del tenente di vascello Belleni, riuscì a farsi largo fra i relitti e le macerie che ostruivano il porto e, malgrado le pessime condizioni del mare, prese a risalire la costa calabra alla ricerca di una stazione telegrafica efficiente. Solamente alle 17.25, cioè dodici ore dopo il sisma, utilizzando il telegrafo di Marina di Nicotera, riuscì ad informare le autorità di governo. Subito si riunì il Consiglio dei ministri per emanare le prime direttive. Il ministro dei Lavori Pubblici fu incaricato del coordinamento degli interventi e partì per Napoli per prendere imbarco sulla nave “Coatit”. Il ministro della Marina ordinò alla divisione navale, composta dalle corazzate “Regina Margherita”, “Regina Elena”, “Vittorio Emanuele” e dall'Incrociatore “Napoli” in crociera nelle acque della Sardegna, di dirigere su Messina. Re e Regina partirono per Napoli dove il 29 presero imbarco sul “Vittorio Emanuele”, colà giunto per caricare materiali sanitari, viveri, generi di conforto e di prima necessità. L'unità con i Reali a bordo giunse dinnanzi a Messina già il 30 e trovò la rada affollata di navi. Erano infatti giunte le unità della squadra navale russa, composta da sei navi al comando della corazzata “Makaroff”, proveniente da Augusta dove si trovava in visita e che, appreso del disastro, salpò d'iniziativa le ancore per recarsi a prestare soccorso; così come le sei unità della flotta inglese che incrociavano nel Canale di Sicilia. I marinai che scendevano a terra venivano inquadrati in squadre di lavoro e trasferivano superstiti e feriti a bordo delle navi trasformate in ospedali ed ostelli. Man mano che le navi si saturavano, salpavano per Napoli e Palermo, porti identificati come idonei alla raccolta e trattamento sanitario dei sopravvissuti. La situazione risentì ovviamente della assenza di un sistema di intervento pre-organizzato ma la determinazione dei soccorritori e la loro tenacia fece sì che furono tratte dalle macerie decine di migliaia di persone rimaste intrappolate. Furono instradati treni-ospedale fino al limite della linea ferrata rimasta efficiente, furono fatti affluire reparti dell'Esercito, della Guardia di Finanza, della Sanità Militare e dei Carabinieri, si distinse il neo costituito Corpo delle infermiere volontarie della Croce Rossa. Nei giorni successivi giunsero anche navi francesi, tedesche, spagnole, danesi, austroungariche, portoghesi, statunitensi e greche. Il comandante del “Napoli”, Umberto Cagni, assunse il comando delle operazioni a Reggio Calabria e nelle zone peninsulari colpite dal disastro.
Non mancarono le polemiche sulla stampa italiana, che attaccò pesantemente i militari (e soprattutto la Marina) accusandoli di ritardo nei soccorsi. La novità della situazione e soprattutto la sua gravità straordinaria non solo videro uno slancio ed una generosità encomiabili ma – grazie alle lezioni apprese da quegli avvenimenti – lo Stato italiano poté organizzare su base permanente un efficiente sistema di soccorso in caso di calamità, che vede sempre in prima linea le Forze Armate essendo l'apparato più organizzato e permanentemente pronto ad intervenire. Non va dimenticato che la Marina e l'Esercito pagarono un tributo di oltre 1.000 uomini morti nelle azioni di soccorso alle popolazioni. In totale, furono impiegati 55 reggimenti di fanteria, 4 di bersaglieri, 7 di alpini, 5 del genio per oltre 20 mila uomini. Deve essere ricordata l'azione straordinaria dei medici militari, che per primi compresero come disastri di tal fatta richiedessero innanzi tutto l'ausilio di psichiatri, trovandosi ad affrontare persone uscite di senno prima che ferite o mutilate.

Gli aiuti internazionali

L'assenza di mezzi idonei ad eseguire grandi rimozioni, e la oggettiva difficoltà di penetrare fino alle più recondite borgate, fecero sì che dopo settimane di scavi fu deciso di sospendere le operazioni e spargere calce viva sulle macerie per evitare il sorgere di epidemie. Il mondo intero si mobilitò, con generose donazioni, per contribuire ad alleviare le sofferenze e quindi per la ricostruzione delle città distrutte. Sorsero interi quartieri di baracche di legno per dare un tetto provvisorio alla gente e fu loro dato il nome di americano, lombardo, svizzero, tedesco ecc. in segno di riconoscenza verso i paesi sottoscrittori. Il Kaiser incaricò il suo medico personale di organizzare la costruzione, a Palermo, di un intero quartiere di casette in legno prefabbricate, moderne e dotate di ogni comfort, come “alberghi per i profughi” (casette che tanti palermitani si recarono a visitare con invidia per la loro bellezza). Il duca Alexander Nelson, che si trovava a Taormina, segnalò con tale accoramento la situazione da convincere il sindaco di Londra a stanziare ben 160 mila sterline dell'epoca per aiuti umanitari.
Oggi, oltre che per il doveroso ricordo dell'evento a cent'anni di distanza, si è tornato a parlare delle conseguenze di quel sisma perché alcuni ricercatori hanno rilevato una mutazione genetica nel Dna degli abitanti della fascia costiera dello Stretto e ciò potrebbe essere attribuibile al gas radon emesso dal sottosuolo prima e durante le scosse sismiche. Per verificare la validità della tesi, gli studiosi hanno chiesto di riesumare almeno 250 vittime del terremoto per confrontarne il Dna con quello degli attuali abitanti di Messina e di Reggio Calabria.

Paolo Pagnottella


 
 
 
 
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