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La bellezza femminile attraverso i secoli

I consigli del medico estetico

Chiedete ad un rospo che cos'è la bellezza, il vero Bello, il "to kalòn". Vi risponderà che consiste nella sua femmina, coi suoi begli occhioni rotondi che sporgono dalla piccola testa, la gola larga e piatta, il ventre giallo e la schiena bruna.
(Voltaire)

L'immagine corporea, quella che ci restituisce lo specchio, non è un dato oggettivo, ma soggettivo. Anche se possiamo misurare altezza, peso e lunghezza del naso o circonferenza del petto, oppure con strumenti sofisticati dosare la "massa grassa" e fare una mappa della cellulite e delle rughe, ognuno di noi vive la propria "immagine" in modo personale, sulla base del suo "vissuto", delle proprie sicurezze, dell'educazione ricevuta. A questi dati "interiori" si aggiungono i "condizionamenti esterni", quello che c'è proposto o imposto dalla moda, dai mass-media, dal giudizio degli altri. Come è noto, i concetti di bello e di brutto sono relativi all'epoca storica, alla zona geografica e al micro ambiente nel quale si vive. Una serie di tatuaggi o di piercing "abbellisce" in un dato contesto sociale e "imbruttisce" in un altro; una donna formosa, persino cellulitica, è apprezzata in ambiente medio-orientale e compatita in ambiente yuppy.

L'uomo del paleolitico aveva per ideale estetico le Veneri steatopige (alla lettera: dalle "grasse natiche"), di cui sono rimaste numerose statuette e graffiti rupestri. Le civiltà preistoriche del Mediterraneo coltivavano pure un ideale di donna opulenta, incarnata nelle statuette della Gea Mater, della Madre Terra, fertile e nutrice, con ampio bacino e adipe accentuato nelle natiche e nel seno. La dea Giunone dei Latini, protettrice anch'essa della fertilità dei campi e della donna, era pure prosperosa, tanto che anch'oggi le cosiddette forme giunoniche rammentano questo ideale di bellezza, tutto casa e figli.

Nell'Egitto le pitture murali delle tombe, le statue e le maschere funerarie dei sarcofagi ci propongono un ideale di bellezza sofisticato, con uso abbondante di bistro e belletto per accentuare le linee degli occhi e della bocca, con corpi slanciati e appena coperti di veli. Gli uomini invece preferirono esaltare, piuttosto che la bellezza, la potenza e la ricchezza, che deriva loro dagli abiti sontuosi e dalle insegne del comando.

Atleti e vergini della Grecia, nella statuaria e nelle pitture vascolari, ci appaiono snelli e muscolosi, in perfetta forma fisica diremmo oggi, come d'altronde è immaginabile in un Paese dove si celebravano la ginnastica (gymnos, da cui ginnastica, in greco significa nudo) e i giochi olimpici. Il corpo è rappresentato prevalentemente nudo, per esaltare proprio la perfezione delle forme.

In ambito romano l'arte divenne molto realistica, e pregi o difetti delle persone furono rappresentati con precisione, come vediamo sia nelle statue commemorative sia nelle pitture tombali del Fayum. La bellezza greca continuò comunque a fare scuola, infatti, l'impero fu inondato di copie di statue greche di Veneri (donne "da letto" e pertanto piuttosto grassocce per i gusti attuali), di Diane (la dea della caccia, sportivissima, è invece snella e agile), di ninfe aggraziate. La villa tardoromana di Piazza Armerina, non per niente, presenta nei suoi mosaici uno stuolo di splendide ragazze in bikini, intente a vari giochi sportivi.

Tutto terminò con le invasioni barbariche e la conversione al Cristianesimo dei Romani e dell'intero Occidente medievale. I corpi furono vestiti e il realismo cedette il passo all'idealismo. Santi e Madonne sono, infatti, i soggetti preferiti dell'arte bizantina, romanica e gotica, quando la cura del corpo e il culto della bellezza fisica cedettero il passo alla cura dell'anima e della beltà interiore. La bellezza divenne disprezzata, occasione di peccato e di dannazione e la stessa igiene del corpo, che i Romani avevano esaltato con le Terme, fu tanto trascurata che bagni e cambi d'abito divennero l'eccezione, anche tra le classi abbienti. I due modelli di donna, quella carnale, procace, spesso abbondante nelle forme e nella loro esibizione, e quella celestiale, eterea, castigata da pesanti abiti, coesistono per tutto il Medioevo assieme all'eterno contrasto, tipico dell'Occidente, tra l'Amor sacro e l'Amor profano, l'amore per la filosofia e la religione da una parte e quello per la donna di carne, il "riposo del guerriero" dall'altra. Contraddizioni inevitabili anche in Dante, che s'innamora platonicamente della donna angelicata, della simbolica Beatrice, ma esalta la sensuale Francesca e va a letto con le tante donne incontrate nelle sue peregrinazioni.
In epoca rinascimentale la filosofia dell'Umanesimo recuperò il corpo fisico e trovò un migliore equilibrio tra anima e corpo. La bellezza, ispirata ai ritrovati canoni estetici greco-romani, fu rivalutata, come provano i ritratti profani di Leonardo, Botticelli, Lippi, Raffaello e Tiziano, tanto per citarne alcuni.

Nel Seicento, mentre la Controriforma imponeva nella vita di tutti i giorni una cappa di moralismo, in buona parte di facciata, nell'arte emergeva la bellezza sensuale di Veneri e altri soggetti mitologici, ma a volte anche di Sante, le cui forme prosperose e provocanti si intravedono, nei dipinti dell'epoca, attraverso tonache e veli monacali.
Il Settecento, secolo di frivole parrucche, ciprie e nei artificiali, diede molta importanza alle galanterie e agli amoreggiamenti celati da ventagli e maschere, almeno negli ambienti della ricca nobiltà. La bellezza ritornò allora alla piena "carnalità", come descritto nelle memorie di Casanova e dei tanti libertini, miscredenti e trasgressivi, impersonati, per tutti, dal mito di Don Giovanni e dagli scritti, in massima parte fantasiosi, del marchese De Sade. Nell'Ottocento, secolo puritano e borghese, l'immagine imperante della donna fu grigia e austera, "angelo del focolare" senza sesso, o meglio con gli attributi della femminilità strizzati da corsetti e nascosti da pesanti sottane. Rossetti e ciprie furono appannaggio esclusivo delle donne di malaffare, delle cocotte e delle ballerine dei pittori bohemien.
Con l'inizio del Novecento le donne, e gli uomini, tornarono a scoprirsi. La moda dei bagni termali e quella dei bagni di mare fecero tornare alla luce la pelle femminile e le sue rotondità. Sole, mare, ginnastica, ballo moderno, le profonde modificazioni sociali ed economiche del 20° secolo, pur travagliato da due guerre mondiali, portarono alla piena ribalta il corpo, fino ad un vero e proprio culto del "fisico". Nacquero i bikini, il culturismo (culto dei muscoli, ovviamente, non dei libri), il fitness, l'aerobica e le tante mode e manie collettive che sembrano volere esorcizzare, allontanare e sconfiggere, la vecchiaia e la morte. Il benessere e i progressi della medicina fanno oggi pensare a molti che la giovinezza e la bellezza si comprino al supermercato. Ma cultura e buon senso non devono esasperare il mito dell'eterna giovinezza, ma piuttosto devono insegnare a rendere belle tutte le età della vita.
Oggi la durata dell'esistenza umana è raddoppiata in Occidente, rispetto a due secoli fa, e il corpo di una cinquantenne equivale (o è persino meglio) a quello di una trentenne dell'Ottocento, mortificata da dieci gravidanze e da un lavoro di 12 ore in fabbrica o in miniera. I difetti principali del corpo sono oggi corretti dall'ortopedia, dalla ortodonzia, dalla chirurgia estetica, persino gli occhiali si possono buttare dopo un intervento alla cornea. Non ci sono più sciancati o gobbi, gozzi triplici come quelli di Bertoldo e i nasi alla Dante Alighieri si vedono ormai solo alla simpatica Festa dei Brutti di Apecchio. I difetti del viso (denti, mascelle, naso, occhi, orecchi) si eliminano con relativamente poca spesa. Anche piccoli problemi come rughe, smagliature, cellulite, peli in eccesso, macchie della pelle ... possono essere ridotti o cancellati. È importante però che chi vuole migliorare la propria "immagine", migliori prima l'immagine che ha di sé nella propria mente, altrimenti ci saranno sempre persone scontente e inappagate, perché pensano troppo a "quello che non sono" più che a "quello che sono".

Luciano Baffioni Venturi


 
 
 
 
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