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Personaggi allo Specchio: Arnaldo Pomodoro

Dicembre 2001
L'ARCHITETTO DEI GIOIELLI URBANI

La scultura ha un senso se riesce a trasformare il luogo in cui è posta: allora ha veramente una valenza testimoniale del proprio tempo.
(Friedrich Hegel, 1770-1831)

Potrebbe essere andata così. Nello stanzone pieno di computer dello studio grafico, un sedicente copywriter chiede ad alta voce: “Come si dice, in inglese, Palla di pomodoro?”. Il poliglotta dello studio risponde con sicurezza: “Tomato's ball”. E fu così che questa traduzione, con un impeccabile genitivo sassone, finì qualche anno fa sulle cartoline illustrate di Pesaro con vista sul lungomare.
In effetti la “Sfera Grande” è sempre stata vissuta da queste parti in modo anche troppo confidenziale: forse anche a causa di quel nome falsamente evocativo che chissà a quanta gente fa venire in mente una polpetta o un supplì, piuttosto che una struttura artistica di fama mondiale. Siamo abituati a vederla davanti al mare dal 1971, quando è rimasta qui dopo la memorabile esposizione “Sculture nella città”. Per ventisette anni ha conservato il suo aspetto virginale in poliestere bianco: un colore ideale per essere costantemente istoriata di scritte, di cuori trafitti col pennarello, di graffiti disegnati nottetempo con le bombolette spray. I turisti, gli sposi, i soldati nel giorno del giuramento, dopo la fotografia di rito, facevano a gara nel lasciare la loro testimonianza imperitura (fino al successivo lavaggio). Qualche idiota è riuscito persino a farla rotolare come un pallone lungo i viali del mare, in segno di gioia per una vittoria sportiva. Ma forse questo fa parte del destino delle opere di Pomodoro, opere da toccare, da maneggiare, da vivere: come il “Grande Disco” di Piazza Meda a Milano (un omaggio al sole) che, attraverso un sistema di cuscinetti a sfera, ruota su se stesso sotto la spinta di una mano, o semplicemente per l'azione del vento. Non dimentichiamo che i primi oggetti di questo scultore nascono come gioielli: e i gioielli sono fatti per essere accarezzati.
Oggi, dopo la fusione in bronzo, è collocata al centro di una grande superficie d'acqua che la protegge dagli appassionati come il fossato di un castello medievale. Ma già da una considerevole distanza, all'inizio di Via Rossini, basta aguzzare un po' lo sguardo e ci appaiono in fondo al viale i suoi bagliori corruschi, mentre galleggia fra i vapori dell'Adriatico (come ha detto una volta Giulio Carlo Argan, lo spazio migliore per la scultura di Pomodoro è il cielo). La mia generazione diceva: ci vediamo al Kursaal. Oggi i ragazzi si danno appuntamento alla Palla di Pomodoro. Probabilmente non sanno che cos'era il Kursaal e magari neanche chi è Arnaldo Pomodoro: ma forse è meglio non dirglielo, se no la prossima volta qualcuno la chiamerà “Harnold's ball”, per assonanza con l'omonima paninoteca del Trebbio.

La punta dell'iceberg. La “Sfera Grande” è un'opera fondamentale nella sua produzione artistica, perché segna il passaggio dagli oggetti in miniatura alle strutture di grandi dimensioni. Il prototipo è stato realizzato nel 1967 per il padiglione italiano all'EXPO di Montreal; poi collocato davanti alla Farnesina, il nostro Ministero degli Esteri, per volontà dell'allora ministro Fanfani. Un terzo esemplare è incastonato in una grande piazza di New York, davanti al Palazzo di vetro dell'ONU. L'ha voluto, per il 50° anniversario delle Nazioni Unite, l'ex Segretario generale Boutros Ghali; colpito, durante una sua visita al Papa, dalla visione della “Sfera con Sfera” nel cortile della Pigna in Vaticano: un duetto a distanza con l'analogo globo della cupola di San Pietro. Dopo la tragedia dell'11 Settembre, hanno chiesto a Pomodoro come rifarebbe oggi una scultura da collocare davanti a quel tempio delle inquietudini mondiali. Ha risposto che la rifarebbe nello stesso modo, perché l'opera contiene già tutti i simboli necessari per esprimere la drammaticità del nostro tempo.
In effetti c'è qualcosa di magico in questa forma apparentemente semplice ed essenziale, riprodotta in fogge e contesti diversi, e analizzata da mille angolazioni dai critici d'arte e dallo stesso autore. Come uno specchio dorato, la sfera riflette tutto quello che c'è attorno, assorbendone la luce e le immagini; può essere vista come il globo terrestre, ma anche come un protettivo ventre materno con le sue fermentazioni interne. Le corrosioni acuminate nelle sue viscere possono essere l'opera distruttiva di una termìte febbricitante di odio, o i segni di morsi rabbiosi inflitti a una mela, o gli ingranaggi dentati di una macchina, prodotta da una folle tecnologia che implode su se stessa. Può essere una mina bitorzoluta che sta per esplodere, come quella collocata a San Leo; può evocare una tela squarciata da Lucio Fontana per volare in un altro spazio, o le ferite secolari di una sequoia della California, oppure le fenditure antiche della terra del Montefeltro.
Ma, oltre alla sfera, lo scultore ha rivisitato nel corso degli anni tutte le altre forme geometriche: il cilindro, la piramide, il cubo, il disco, la ruota. Fuse nel bronzo, le sue sculture non vogliono piedistalli: emergono dalla terra, dall'acqua, dall'erba o dalla pietra come la punta di un iceberg che nasconde la sua verità sotto la superficie inaccessibile. I grandi padiglioni della “Fondazione Pomodoro” a Rozzano ospitano un'antologia di opere o di modelli in formato ridotto: perché le opere nascono tutte piccole, poi vengono dimensionate in armonia con lo spazio destinato ad accoglierle. Vedo i pannelli delle scenografie teatrali, con l'alfabeto misterioso dei geroglifici di ispirazione orientale; le sculture frastagliate di endorilievi, simili agli ugelli di un motore a turbina; il monumento funebre per Federico Fellini, che a Rimini taglia lo spazio come la prua gigantesca di una nave che procede verso il nulla; il “Papiro”, un nastro di ventiquattro metri che entra ed esce dal suolo in una strada di Darmstadt; una moderna colonna traiana di ventuno metri per sette, avvitata a spirale, commissionata dall'allora sindaco di Roma Rutelli a testimonianza di improbabili conquiste imperiali, che l'anno prossimo sarà collocata sul Gianicolo.

Il luogo del silenzio. Arnaldo Pomodoro non è una persona cortese. E' una persona gentile: che è tutt'altra cosa, anche se i due termini sono spesso usati come sinonimi. La gentilezza contiene tratti di generosità, di solidarietà, di simpatia umana, ma purtroppo anche una certa dose di sofferenza e di vulnerabilità personale. Nei rapporti col prossimo assume talvolta un atteggiamento impaziente (soprattutto se viene contraddetto), che può esplodere in veri e propri accessi di collera. Una decina di anni fa, al Palazzo ducale di Urbino, lo ricordo addirittura furente contro il soprintendente Paolo Dal Poggetto, alquanto terrorizzato, per l'allestimento della mostra di Piero della Francesca. A suo parere la scenografia in cui erano collocati i quadri (“i teatrini”, come li definì con sdegno) snaturavano la luce dei paesaggi di Piero: lo chiamava proprio così, Piero, come se parlasse di un amico, o di un fratello, tradito dai posteri. Rievoco questo episodio, durante il nostro incontro, anche per farmi spiegare meglio i motivi del contendere; e rischio di fare la stessa fine di Dal Poggetto perché il Maestro sente rimontare la sua irritazione, a distanza di anni, visto che anch'io non ho capito subito la sua posizione. E' un uomo robusto e vigoroso, di media statura, sguardo penetrante, una bella testa evidenziata dalla calvizie, abbigliamento casual. A settantacinque anni compiuti, sprigiona una notevole energia fisica, necessaria per battere, limare, forgiare la materia: perché quello dello scultore è un mestiere artigianale che si fa con le mani e con i muscoli. Quando è a Milano, lavora almeno dieci ore al giorno in un grande studio sui Navigli, circondato dalle vecchie case popolari “di ringhiera” col ballatoio esterno. Lo aiuta un piccolo team di fedelissimi, fra cui le segretarie/manager, Luisella, Bitta e Laura, l'assistente Dialmo (Mirko), l'orafo Luigi e il “formatore” Secondo, che realizza i modelli in grande scala. Tra le opere esposte nello studio, c'è anche il plastico del cimitero di Urbino: simile a una necropoli etrusca, scolpita tra le pieghe di una collina tagliata in due. Doveva chiamarsi “il luogo del silenzio”, ma il progetto è abortito, dopo infinite polemiche, perché considerato troppo invasivo dagli amministratori locali e dalle associazioni ambientaliste; la considera ancora una ferita aperta, un'umiliazione subìta in patria. Verrà realizzato, in dimensioni ridotte, nel grande parco di un collezionista d'arte americano (il Frederik Meijer Gardens) a Grand Rapids nel Michigan.

Gli ossi di seppia. La famiglia paterna è originaria di Molfetta e vanta illustri parentele di medici e magistrati. Lo stesso nome sembra che non derivi dall'omonimo ortaggio ma dal pomo d'oro del bastone di un facoltoso antenato. Il ramo materno proviene da Orciano, dove il bambino si è trasferito dalla natìa Morciano di Romagna e dove è nato suo fratello Giò, compagno di un lungo tratto di strada anche nella carriera artistica. Hanno cominciato insieme a costruire e a vendere oggetti di “arte applicata”, come li definisce, e i sofisticati gioielli (collane, spille, bracciali) indossati da “donne bellissime e coraggiose, forse anche un po' sado-masochiste”, considerando la severità del design e gli spigoli vivi del metallo. Arnaldo, come Giò, si era diplomato geometra a Pesaro e lavorava al Genio Civile sognando gli spazi e le scenografie della sua città ideale. Si accosta alla cesellatura degli oggetti osservando gli orefici che impreziosivano gli ossi di seppia: con quelle misteriose trame naturali che valorizzano anche i segni successivi dell'uomo, e che poi riaffioreranno in tante opere della sua produzione. Ma è risucchiato ben presto dal fascino della Milano degli anni '50 che lievita nella ricostruzione del dopoguerra intorno a un gruppo irripetibile di artisti e di intellettuali.
In mezzo secolo di lavoro ha lasciato segni importanti, oltre che nel suo Paese, in tanti crocevia del mondo: da Copenaghen a Mosca, da Los Angeles a Honolulu, da Caracas a San Paolo, da Tokyo a Melbourne. Ha insegnato, come “visiting professor” in prestigiose università americane; ha avuto una laurea in Lettere dall'università di Dublino e il Praemium Imperiale della “Japan Art Association”, che è considerato il Nobel dell'arte. L'ultimo alloro l'ha ricevuto in questi giorni nella sua terra, con la laurea honoris causa in Ingegneria edile e Architettura dell'università di Ancona. Ma la sua anima è rimasta nel Montefeltro, la terra che percorreva in bicicletta da ragazzo, cercando le impronte di Bramante e di Francesco di Giorgio Martini. Non a caso, dieci anni fa ha scelto Pietrarubbia come sede del “Centro TAM” (Trattamento artistico dei metalli), dopo aver acquistato e ristrutturato alcuni edifici storici del borgo, con l'aiuto di Enzo e Franca Mancini, di Milena Ugolini e dell'ex sindaco Maria Assunta Paci. Da allora il Centro (che ora è diretto da Eliseo Mattiacci e si avvale di collaboratori “storici”, come Gianni Gentiletti) ha ospitato più di 200 giovani diplomati, che progettano e costruiscono i loro oggetti in rame, argento, ottone e un po' di oro, lasciando una testimonianza del loro percorso artistico.
Eppure quando parla del nostro territorio traspare un po' di amarezza, un rapporto di odio-amore che forse va al di là della profonda delusione del cimitero di Urbino. “Le Marche mi accettano perché sono ormai una figura riconosciuta sul piano internazionale, ma penso che siano pochi a capire il vero senso del mio lavoro. Torno lì ogni tanto, e ogni tanto mi ferisco, riesco ad avere nuovi dispiaceri. Non le dico quali sono. Chi sa di darmi questi dispiaceri, lo capirà”.

Alberto Angelucci


 
 
 
 
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