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Dicembre 2001 / Lettere e Arti
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Vivere per scrivere

Probabilmente chiunque si immaginerebbe che la vita dello scrittore è uno spasso. Un concentrato di emozioni, creatività, avventura, solitarie meditazioni. Be', in parte è così. Ma solo in parte. Chi scrive, posso dirvi subito, ha cognizione di causa. Dato che egli stesso è uno scrittore. Non di quelli famosi, di quelli che guadagnano, e bene, scrivendo le loro storielle. Ma bensì è della categoria di quelli che ben difficilmente vedrete in televisione, o pubblicizzati in qualche modo, dal sistema dell'editoria. O se lo vedrete, sarà il segno, che dopo una vita di travagli, sta anche lui per avere successo, in qualche modo, e qualche riconoscimento. E sarebbe anche ora. Dato che faccio lo scrittore da anni, e per il momento ho avuto solo i travagli e le difficoltà. E una vita di massacri da far invidia a Charles Bukowski, il simpatico sbevazzone di Los Angeles.
Credo che dovrò cominciare con un certo ordine. Come si diventa scrittori? Non c'è un vero e proprio percorso stabilito. Generalmente lo scrittore è stato sempre, fin da giovane, un tipo chiuso, con delle difficoltà a comunicare apertamente le proprio emozioni agli altri. Una cosa un po' al confine coll'autismo. Penso di potermi riconoscere in questo quadro. Effettivamente io sono stato così. Un ragazzo difficile, appartato.
Sono andato al liceo, nella mia città, Pesaro. Il liceo classico è un'istituzione già di per sé abbastanza in disfacimento. E il liceo classico di Pesaro, nei primi anni '80, era una cosa ormai ben al di là del disfacimento. Era in cancrena. Un ambiente che non sembrava neanche reale, sembrava caduto lì da un altro mondo, o un'altra epoca. Solo in parte poteva ricordare il liceo di Fellini, in Amarcord. Si, c'erano degli spunti comici. Gli insegnanti sembravano dei marziani. Gli studenti dei poveri disgraziati rincoglioniti. L'ambiente era un po' deprimente. Mi ricordo che prima della maturità non partecipai alla gita scolastica di commiato. Ci andarono diversi miei compagni e amici. Io non sopportavo più la vicinanza di insegnanti e anche di diversi compagni, per cui pensai bene di astenermi. La cosa che mi fa un po' ridere, a posteriori, è pensare ai commenti della gente, gli albergatori che potevano vedere o avere a che fare con questo gruppo di gente, insegnanti vestiti da commissario Maigrèt, degli anni '50, e ragazzi che potevano sembrare usciti da qualche istituto per persone down. Forse sono un po' crudele nel dire queste cose, ma penso che comunque, in assoluto, il più strano probabilmente ero io, con una voluminosissima capigliatura, che ancora porto, a 34 anni. C'è di buono che mi dicono tutti che sembro molto più giovane. E ci credo. Non ho fatto lo stronzo tutta la vita io. Ho fatto lo scrittore, che è molto, ma molto peggio dello stronzo. Almeno il secondo campa con una certa serenità ambientale. Lo scrittore come niente si ritrova a scrivere frammenti da suicidi, come “Il libro dell'inquietudine”, di Pessoa. Una cosa da stare allegri.
Va be'. Una volta buttato fuori dal liceo, con una sorprendente votazione di 46/60, che poteva essere fin troppo per i miei trascorsi da pecora nera dell'istituto, mi buttai all'Università. L'Università fu il secondo trauma della mia vita. La prima fu il liceo. Ogni tanto incontro qualche vecchio compagno. Sembriamo dei “desaparecidos”. Io forse un deportato. All'Università, in compenso, andò tutto molto peggio. Perché all'Università non c'erano regole. Al liceo potevi divertirti ad infrangere quelle che c'erano. Io ad esempio scappavo durante la ricreazione col pallone da basket, per andare a giocare a pallacanestro. All'Università non c'era neanche quel tipo di divertimento. Poteva sembrare una struttura di tipo maledettamente meritocratico, per cui ottenevi ciò che meritavi. Il primo anno andai ad Ancona. Tutte le mattine in treno, alle 7. Con lo stomaco in disordine, gli occhi cisposi, per seguire qualche lezione di matematica o ragioneria, di cui non sapevo proprio che farmene. Una cosa terribile. Così pensai di evadere dal contesto deprimente di Ancona e delle vecchie abitudini familiari, e me ne andai un po' a zonzo. Mi trasferii a Bologna. E lì iniziò veramente l'avventura dello scrittore.

Roberto Labate


 
 
 
 
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