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Dicembre 2001 / Lettere e Arti
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Benelli: la 'rossa' di Pesaro

Un mito che dovrebbe vivere in un museo
Avevo una dozzina d'anni e abitavo oltre la Piazza Carducci. I miei voti, alle scuole medie, non erano proprio esaltanti. Condizione incresciosa in una famiglia dove il fratello più grande, invece, si distingueva per diligenza. Dopo una pagella piuttosto discutibile, una sera all'imbrunire mia mamma, senza darmi spiegazioni, mi fece attraversare assieme a lei tutta la città. Una situazione umiliante, perché a dodici anni andare ancora stretto alla mano della mamma…
Ci fermammo di fronte ad un grande cancello sulle cui colonne di sostegno erano accucciati due leoni. Noi eravamo dall'altra parte della strada e aspettavamo. Non sapevo cosa. Da dietro quel cancello si sentiva arrivare il clangore delle presse, lo sgretolio d'ingranaggi. I vetri, sul muro che correva lungo la parete sulla quale s'apriva il cancello, s'inondavano di vivide scintille. Fischiò una sirena a superare tutti i rumori. E questi s'arresero affievolendosi. Da quel cancello, a gruppi, cominciarono ad uscire uomini in tuta blu. A piedi o in bici, affumicati e unti. Una ressa. Poi lentamente, sciamati loro, il cancello venne richiuso e s'aprì una porta attaccata alla colonna. Anche da lì uscivano uomini. Ma il leone guardava dall'altra parte. Questi avevano la camicia, la cravatta, la giacca e i calzoni stirati. Così mi è stata presentata la Benelli.
“Lo vedi? I primi, gli operai, quelli che non hanno potuto studiare. Gli altri sono gli impiegati. Adesso scegli tu”.
Non ottenne grande risultato, la mamma. Anche perché il mio gioco preferito era il meccano, e pensavo che quegli uomini con la tuta ne facessero uno simile, sebbene con un meccano più grande.
La Benelli. L'industria di Pesaro che ne portava il nome in ogni punto del mondo. Padri, fratelli, parenti… in ogni famiglia c'era qualcuno che, direttamente o indirettamente, aveva a che fare con essa. Ma la Benelli oltre che nel portafogli era nel cuore e nell'anima di ciascun pesarese. Tonino Benelli, Saarinen, Pasolini, Grassetti. Ci davano le stesse gioie che oggi ci dà Schumacher. Ma con qualcosa in più. Quelle macchine erano nostre. Proprio nostre. Non c'era la televisione, certo. Le notizie sportive alla radio, specialmente quelle riguardanti il motociclismo, erano piuttosto rare. Ma noi le inseguivamo. E ad ogni vittoria il nostro orgoglio di pesaresi saliva in cielo. Perché noi eravamo tutti partecipi in prima persona, come se quelle motociclette rosse le avessimo costruite un poco tutti noi.
Oggi là dov'era la fabbrica col cancello sormontato dai leoni accucciati, c'è uno squallido palazzo che fa rabbrividire soltanto a vederlo. E sì che quello dovrebbe dare il benvenuto a chi viene da fuori, e rappresentarci.
Qualche settimana fa alcuni appassionati hanno raggruppato nella sala Laurana, un certo numero di motociclette Benelli. Di quelle storiche. Di quelle che hanno rappresentato il vanto della nostra città e di noi tutti, che hanno portato per il mondo il nome di Pesaro. Le ho osservate tutte, una per una, cercando di ricordare i giorni dell'entusiasmo e dell'esaltazione. Quella mostra era il risultato di privati appassionati e memori d'una gloria passata. Mi sono chiesto: perché qualcuno non si prende l'incarico e l'onere di realizzare a Pesaro un museo della Benelli? Ma a chi rivolgersi? Una ditta… una fondazione… forse. Inutile chiederlo all'amministrazione comunale. Ha già mandato alla malora, o quasi, la raccolta museale della contessa Toschi Mosca. Cosa volete che gliene freghi della Benelli? Avremmo avuto qualche speranza se qualcuno avesse letto, come dovrebbe aver fatto, Antonio Gramsci: “Una generazione che deprime la generazione precedente, che non riesce a vederne le grandezze e il significato necessario, non può che essere meschina e senza fiducia in se stessa… Nella svalutazione del passato è implicita una giustificazione della nullità del presente”.

Valentino Rocchi


 
 
 
 
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