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Il motore a idrogeno
contro l'inquinamento

Le interviste con Franco Foresta Martin

Le città, grandi e piccole, soffocano nel crescente inquinamento da traffico veicolare. E, finora, né marmitte catalitiche né domeniche a piedi sono valse ad allentare la morsa dello smog. Ma, da qualche tempo, tecnici e scienziati lasciano intravedere la speranza di un nuovo combustibile privo di emissioni nocive: l'idrogeno. Nell'ultimo rapporto sulla situazione energetica italiana, il professor Carlo Rubbia, premio Nobel per la fisica e presidente dell'Enea, ha scritto testualmente: "Esistono solide e realistiche basi scientifiche e tecnologiche per prevedere, nel breve e medio periodo, l'introduzione sul mercato energetico italiano di nuovi sistemi basati sull'idrogeno, prodotto a partire da materie prime abbondanti come il metano e il carbone, e in grado di ridurre pressoché a zero sia l'inquinamento atmosferico sia i gas a effetto serra".

A Franco Foresta Martin, giornalista scientifico del Corriere della Sera, che ha avuto occasione di intervistare il professor Rubbia su questo argomento, seguendo anche un seminario tenuto dallo stesso premio Nobel a Bruxelles per conto dell'Unione Europea, chiediamo cosa c'è di concreto dietro questa prospettiva energetica che si propone di coniugare sviluppo e ambiente.

"In tutto il mondo industrializzato, l'idrogeno appare oggi fra le alternative energetiche più promettenti. Questo gas, infatti, può essere utilizzato in una duplice maniera: sia bruciandolo in camere di combustione per riscaldare fluidi che azionano turbine e producono energia elettrica, sia immettendolo in speciali pile, chiamate "celle a combustibile", che trasformano energia chimica in energia elettrica. Mentre la prima applicazione è, attualmente, allo stadio di progetto sulla carta, la seconda, cioè le celle a combustibile, sono già una realtà. In entrambi i casi, non c'è rilascio né degli inquinanti tradizionali oggi prodotti dai combustibili fossili (monossido di carbonio, ossidi di zolfo e di azoto, eccetera), né di gas serra come l'anidride carbonica. Il sottoprodotto della combustione dell'idrogeno, infatti, è l'acqua. Acqua tanto pura che il professor Rubbia ama ricordare che nelle missioni spaziali in cui sono state impiegate celle a combustibile, gli astronauti hanno anche bevuto l'acqua da esse scaricata".

Ma come fare, in concreto, per passare dall'economia del petrolio, del metano, del carbone a quella dell'idrogeno?

"Sarebbe necessario creare una rete di produzione e di distribuzione dell'idrogeno paragonabile a quella degli attuali combustibili fossili. Il modo più semplice e immediato di ottenere abbondanti quantitativi di idrogeno è di partire dal metano, sottoponendolo a un processo di reforming. In pratica, si fa passare un flusso di metano e vapor d'acqua in un tubo contenente catalizzatori di nickel a temperatura di circa 650 gradi centigradi, arrivando, dopo alcuni passaggi, a idrogeno e anidride carbonica. Quest'ultima andrebbe eliminata pompandola all'interno di cavità geologiche, come i numerosi pozzi esauriti di metano, oppure sotto il livello del mare, a 1.000 metri e oltre di profondità".

Che cosa si sta facendo per giungere a questo obiettivo?

"Esistono già diversi modelli sperimentali di automobili e di autobus che funzionano a celle a combustibile, oppure con un motore alimentato a idrogeno contenuto in bombole. L'Enea, in collaborazione con alcune industrie, sta sperimentando entrambe le soluzioni. Per quanto riguarda gli impianti fissi, si stanno anche sperimentando moduli di celle a combustibile da utilizzare per il riscaldamento domestico, al posto della tradizionale caldaia a metano. Ancora l'Enea sta lavorando a un impianto sperimentale di centrale elettrica a idrogeno presso l'azienda energetica Aem di Milano, dove esiste già un piccolo impianto dimostrativo con celle a combustibile. Insomma, secondo il professor Rubbia, entro un quinquennio la rete energetica a idrogeno potrebbe decollare anche nel nostro Paese".

Rita Cesaretti Fusco

 

 

 

 


 
 
 
 
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