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Dicembre 2000 / Speciale Immigrati
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I limiti del buonismo

Ascoltando dal vivo gli interventi di questo convegno, ho provato (ed espresso) un certo senso di disagio per il tono un po' troppo idilliaco della trattazione. Provo a riassumere il mio pensiero: visto che, oltre al direttore, sono anche un collaboratore dello Specchio, e neanche tra i più assidui. Sempre pronto, naturalmente, a dar voce a tutte le opinioni su questo o su altri temi, come è nello stile di questo giornale.

Credo che il problema dell'immigrazione selvaggia nel nostro Paese, cui stiamo assistendo in questi anni, sia molto più serio di quanto prospettato dai relatori. Il professor Bertinetti ha parlato di 150 mila clandestini in tutto (anche se questa frase non figura nel testo ufficiale, di cui riportiamo ampi stralci), citando non meglio identificate fonti sindacali: credo che sia rimasto l'unico in Italia a prendere per buona questa stima. Purtroppo questo è un Paese colabrodo, sia per la conformazione geografica, sia per l'inefficienza dei nostri governanti e dei nostri amministratori di ogni colore e tendenza. Non si può gestire il Ministero degli Interni come la Caritas, secondo una battuta che circolava ai tempi di Rosa Russo Jervolino. I giornali hanno riportato recentemente che, in un controllo eseguito presso un centro di accoglienza di Milano, oltre metà degli ospiti risultavano irregolari: molti di loro erano già stati colpiti da decreti di espulsione, mai eseguiti. Comunque la maggior parte degli immigrati non sono purtroppo gli ingegneri elettronici di cui parla Bertinetti, ma sono povera gente in cerca di cibo (venditori di accendini, lavavetri e accattoni) che in qualche modo deve campare.

Non c'è dubbio che la presenza degli immigrati può essere utile per garantire ai Paesi europei nuove risorse di lavoro, soprattutto in quei settori dove scarseggia la disponibilità di manodopera. Ma qui sta il punto. In un Paese vero, il flusso di ingresso è pianificato e contingentato secondo le necessità e le possibilità di accoglienza; non subìto quasi passivamente, come la grandine, perché questi disperati vadano ad accrescere l'esercito della prostituzione e della delinquenza.

Un secondo punto riguarda la tolleranza verso civiltà e culture diverse. Tutto bello e giusto, ma con un limite: il rigoroso rispetto da parte degli ospiti delle leggi e della cultura del Paese ospitante. Se alla cultura (e alle leggi) italiane ripugnano pratiche come la macellazione del bestiame all'arma bianca, o l'infibulazione delle donne, non c'è spazio per esercizi di tolleranza. Qui non si fa! Se l'uso del chador fosse di ostacolo all'identificazione dei cittadini, o alla riconoscibilità delle foto nelle carte d'identità, qui il chador non si porta. Se il nostro giorno di riposo è la domenica, non si fa festa in fabbrica il venerdì, neanche per esprimere legittime esigenze religiose. Potrebbero sembrare considerazioni ovvie, ma spesso non lo sono affatto per tanti militanti del "buonismo" a tutti i costi, che è cosa diversa dalla solidarietà e dalla tolleranza civile.

Un'ultima considerazione sulla posizione espressa dal cardinale Biffi, circa i pericoli che potrebbero derivare da una massiccia presenza islamica nel nostro Paese. Biffi, come ha spiegato, non metteva in guardia solo i cattolici ma anche i laici dello Stato italiano che si ispirano a concezioni e a principi liberali che sono agli antipodi di quelli teorizzati da altre civiltà. Qualora, nell'Italia del futuro, diventassero maggioranza i rappresentanti del fondamentalismo islamico (quelli provenienti dai Paesi in cui Stato e Religione coincidono), la situazione dei nostri nipoti, rimasti in minoranza, sarebbe assai meno rosea di quella che descrive il dottor Dachan. Al confronto lo Stato della Chiesa di Pio IX, contro cui si batteva Cavour, sarebbe ricordato come un paradiso liberale.

A.A.


 
 
 
 
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