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Le glorie dei cavalieri italiani

Dicembre 1998

I primi nuclei di associati sorgono nell'Italia settentrionale, in particolare a Torino e Milano, nei primi anni del secolo. Nel 1921, anno in cui si può far risalire l'unificazione ufficiale dell'Associazione, questi nuclei si rafforzano coi reduci del primo conflitto mondiale; sorgono gruppi e sezioni un po' dovunque in Italia, anche per ricordare i 18 reggimenti disciolti negli anni 1918-20. Scopo dell'associazione era, quindi, quello di raccogliere, nel ricordo dei colleghi caduti, tutti coloro che avevano servito nei gloriosi reggimenti dell'Arma, facendo appello ai sacrifici compiuti insieme durante la guerra ed alle nobili tradizioni della Cavalleria italiana, affinché tale eredità spirituale non andasse dispersa. Il 20 maggio 1922, a Milano, l'associazione riceve la sua solenne consacrazione col dono, offerto dai dodici reggimenti superstiti dell'arma e dalla Scuola di Cavalleria, dello Stendardo sociale, uguale a quello dei reggimenti combattenti, simbolo di legittima, diretta discendenza e rappresentanza. Nella nuova sede di Milano si erige il tempio per custodirvi la memoria dell'Arma e le colonnelle dell'associazione. Viene, inoltre, iniziata la raccolta di cimeli per il museo. Attorno allo stendardo dell'associazione, ormai nazionale, si raccolgono i cavalieri di tutta Italia e nel 1924 la Presidenza dell'associazione viene trasferita a Roma. Nel 1925 vengono assegnati, stemma e motto araldico: il primo incentrato sulla figura di San Giorgio, che diviene patrono dei cavalieri italiani, con bolla papale del 1937; il secondo è coniato dal bianco Lanciere (Medaglia d'oro al valor militare) Gabriele d'Annunzio in "Ut velocius, ut vehementius". Nel 1934, auspice l'associazione, viene ripresa la pubblicazione dell'antica Rivista di Cavalleria (nata nel 1886), divenuta organo ufficiale del sodalizio, anche se già edita dal 1922 come notiziario.

Lo spirito dell'arma

Il più recente statuto sociale, riporta gli scopi che l'Associazione Nazionale Arma di Cavalleria (A.N.A.C.) si prefigge: l'amore e la fedeltà alla patria; il culto delle glorie dell'arma e dei cavalieri caduti nell'adempimento del dovere; il ricordo dei cavalieri scomparsi; l'esaltazione dello spirito e delle tradizioni del cavaliere, espressione questa di un modo di vita e di un atteggiamento spirituale che hanno per unica meta l'Italia; l'assistenza morale, e nei limiti del possibile, materiale dei soci e dei loro familiari; l'aggiornamento dei soci per quanto interessa l'attività dell'Arma; il collegamento con le Forze Armate, mediante continuo, fraterno contatto con unità ed enti dell'arma. Il primo presidente nazionale dell'Associazione fu S.A.R. Vittorio Emanuele di Savoia-Aosta, conte di Torino, già ispettore e comandante generale della cavalleria durante la prima guerra mondiale. Il 15 agosto 1897, allora tenente colonnello di cavalleria, il conte di Torino si batté a duello col principe Enrico d'Orléans, al Bois des Marichaux di Parigi, per tutelare il buon nome dell'esercito italiano, offeso dall'Orléans per i fatti di Adua del 1° marzo 1896. Il duello durò 25 minuti, con cinque assalti. Nell'ultimo scontro l'Orléans venne ferito all'addome e fermato per comprovata inferiorità.

La festa dell'associazione è fissata al 23 aprile, commemorazione di San Giorgio, patrono della cavalleria. La cavalleria in armi viene festeggiata il 30 ottobre, ricorrenza dei combattimenti di Pozzuolo del Friuli (1917), dove due reggimenti di cavalleria: il 4° Genova ed il 5° Lancieri di Novara, lasciando sul campo oltre il 50% degli effettivi, ritardarono l'avanzata austriaca dopo il disastro di Caporetto. Attualmente l'Arma di Cavalleria è composta da 1 brigata (Pozzuolo del Friuli con sede a Palmanova); 8 reggimenti di Cavalleria (4 rgt. di Cavalleria + 3 rgt. di Lancieri più 1 rgt. Guide, quest'ultimo totalmente composto da volontari); dalla Scuola di Cavalleria a Montelibretti-Passo Corese; dal Museo storico della Cavalleria di Pinerolo; dal Tempio Sacrario della Cavalleria a Voghera. Lo stendardo si fregia di 138 Ordini Militari di Savoia; di ben 106 Medaglie d'oro al valor militare meritate dai cavalieri in tutte le guerre, compresa la medaglia d'oro del sottotenente Andrea Millevoi caduto a Mogadiscio (Somalia) il 2 luglio 1993.

I cavalieri delle Marche

Nella regione Marche esistono 5 sezioni: Ancona, Fano, Jesi, Macerata, Pesaro. La prima sezione delle Marche fu costituita a Pesaro il 17 giugno 1956. Il marchese Alessandro Baldassini, alla presenza dell'allora presidente nazionale gen. Elia Rossi Passavanti (due volte Medaglia d'oro al valor militare), iniziò l'attività della sezione con un centinaio di soci, comprendendo anche i nuclei di Cagli e Carpegna. La sezione è intitolata al gen. conte Rodolfo Gabrielli di Montevecchio, nato a Fano e gloriosamente caduto nel fatto d'arme della Cernaia il 16 agosto 1855, commemorato da questa sezione il 15 marzo 1996. I componenti dell'associazione sono i reduci delle ultime guerre, i quali hanno servito la patria nei 30 reggimenti di cavalleria; sono i cavalieri, in congedo, che hanno svolto gli obblighi di leva nella rinnovata arma di cavalleria; sono i familiari di ogni cavaliere defunto; sono i simpatizzanti che intendono continuare le nobili tradizioni della cavalleria.

Ancora viventi, e appartenenti alla sezione di Pesaro, due reduci dell'ultima carica della cavalleria italiana, avvenuta a Poloy, in Croazia il 17 ottobre 1942. Sono i cavalleggeri: Ciro Baldi e Ottavio Costantini, entrambi classe 1919 ed in forza al 14° reggimento "Cavalleggeri Alessandria". La sera del 17 ottobre 1942, per evitare un tentativo di accerchiamento effettuato dai partigiani di Tito, il comandante del reggimento, col. Ajmone Cat ordinò la carica. La carica fu effettuata in tre tempi, successivi ma ravvicinati, per superare tre sbarramenti di uomini ed artiglieria. Evitato l'accerchiamento e messo in rotta l'avversario, si contarono le perdite: 70 morti e 61 feriti su di una forza effettiva di 760 uomini; 130 cavalli uccisi e 60 feriti. I nostri, Costantini e Baldi, si salvarono perché durante la carica, persi i cavalli, furono sommersi da altri cavalli feriti o uccisi. Solamente durante la ricognizione della zona di combattimento, avvenuta il giorno dopo, si resero conto di quanto

era successo. Lo stesso Ajmone Cat, solito a soggiornare nei pressi di Ginestreto, ricordando la prova di eroismo del suo reggimento, sentiva il cuore colmo di tristezza e di dolore per la perdita di tanti suoi soldati. Affermava che il suo valore personale non valeva certo quello del suo più piccolo cavalleggero che andava incontro al nemico ed alla quasi sicura morte. Per questo rifiutò anche la medaglia d'argento al valore militare, che gli era stata proposta.

E' tradizione, al termine di ogni cerimonia di Cavalleria, anche la più semplice, "chiamare la carica". Attualmente la carica non è altro che la ripetizione degli ordini impartiti, dall'allora comandante di reparto in armi, prima dell'assalto al nemico e culminava col grido di guerra "Savoia". Dopo la proclamazione della Repubblica e l'esilio dell'ultimo Re d'Italia, al comando "Caricat!" si grida il nome del reggimento di appartenenza.

Michele Merlin
Presidente
Sezione A.N.A.C. di Pesaro

La carica di Isbuschenskij

Russia, agosto 1942. Ansa del fiume Don dove il fiume scende da nord verso sud-est e piega decisamente verso sud. Area affidata alle truppe dell'A.R.M.I.R.. Dalla riva sinistra i russi attaccavano ripetutamente le nostre truppe schierate sulla riva destra. In questo settore operava la div. Fanteria "Sforzesca". Verso la metà di agosto il fronte della "Sforzesca" venne sfondato e i reparti russi dilagarono con l'obiettivo di alleggerire la pressione su Stalingrado. Il 23 agosto "Savoia Cavalleria" si trovava a quota 213,5 vicino ad Isbuschenskij ed insieme ai "Lancieri di Novara" e a due gruppi di batterie a cavallo "Voloire" avevano il compito di fronteggiare i russi su di un fronte dell'ampiezza di circa 30 chilometri. Alle prime luci del 24, il

nemico fu scoperto da una pattuglia. Il reggimento "Savoia" fu investito da un violento fuoco di artiglieria e il comandante si accorse che "Savoia" era semicircondato. In questa occasione "Savoia" scriverà le pagine più gloriose della sua storia.

Lo scontro fu deciso dalla fulmineità della reazione dei nostri cavalieri che eseguirono tutti gli ordini con tale slancio e determinazione da lasciare sbigottito la stesso avversario. La battaglia passerà alla storia come "la carica di Isbuschenskij". Schierata l'artiglieria, il col. Bettoni mandò alla carica il 2° squadrone che, effettuando una perfetta conversione dal fiume verso gli avversari, caricò le linee delle artiglierie e dei mortai che, messe sottosopra, cessarono il fuoco, anche perché dopo la prima carica lo squadrone caricò una seconda volta. Sulle linee dei fucilieri, il comandante mandò alla carica il 3° squadrone ed il comando di gruppo; infine il 4° squadrone, appiedato, del cap. Silvano Abba, fu inviato sul terreno del combattimento per un'azione definitiva di rastrellamento di soldati russi sparsi nelle buche del terreno. La carica degli squadroni impegnati fu così violenta e veloce che i plotoni mitragliere caricarono con le mitragliatrici sul basto.

"Savoia" con una forza di poco superiore ai 600 cavalieri ed un gruppo di "Voloire" aveva sbaragliato tre battaglioni di soldati siberiani (2 mila uomini) ed era riuscito a fermare l'avanzata in atto. Il sacrificio di "Savoia" fu assai doloroso: 33 morti e 53 feriti. La carica di "Savoia" destò subito l'ammirazione e l'entusiasmo anche fra i tedeschi, non facili a riconoscere il valore militare altrui, specialmente quello italiano!

Dopo la battaglia il col. Bettoni ordinò ai suoi: "A cavallo!" ed i superstiti di "Savoia" resero gli onori a tutti i caduti. Una pattuglia appiedata della cavalleria tedesca, presente sul campo di battaglia, rese anch'essa gli onori. Si diressero, quindi, verso i luoghi dove avevano visto cadere i loro commilitoni. Trovarono anche il cap. Silvano Abba, con il volto abbellito dal suo caratteristico sorriso e sul petto la macchina fotografica. Aveva smesso di fotografare prima d'entrare in azione. Silvano Abba fu valoroso soldato quanto sportivo di classe. Volontario in Spagna, combatté sul fronte alpino occidentale, nei Balcani ed in Russia. Fu uno degli atleti più completi dello sport italiano, partecipando anche alle Olimpiadi di Berlino del 1936, nel pentathlon moderno.


 
 
 
 
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