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Lo Specchio dei piccoli

Il governo degli asini

di Pierpaolo Corrina

Quando Noè imbarcò gli animali sull'Arca per salvarli dal diluvio universale, il problema non fu quello di tener separati gli erbivori dai carnivori, perché a quell'epoca gli animali erano tutti erbivori e si volevano bene tra di loro; il problema serio e preoccupante invece fu quello di come far trascorrere le lunghe e noiose giornate. La sera non arrivava mai, fuori continuava a piovere e gli animali si spazientivano. Fu allora che a Noè venne in mente di mandarli a scuola da un insegnante che, di straforo, era salito a bordo. Tutti accettarono di buon grado la proposta del patriarca all'infuori dell'asino che, testardo com'era, non ne volle assolutamente sapere.

Passato il diluvio e ritiratesi le acque, gli animali ritornarono nella foresta, e, mettendo in pratica gli insegnamenti ricevuti, si organizzarono tra di loro stabilendo una gerarchia, in modo tale da evitare conflitti e vivere in armonia. Il leone, l'animale che aveva studiato di più, fu nominato "re della foresta"; l'aquila, per il profitto ottenuto, divenne "la regina dei cieli" e via di seguito. Inutile dire che all'asino, il quale di scuola non ne volle sapere, toccò il posto più umile. A lui furono affidati tutti i lavori più pesanti e mortificanti, quei lavori che gli altri animali non avrebbero mai fatto.

Non sappiamo come si comportò l'aquila in cielo tra i volatili; sta di fatto invece che, in terra, il leone iniziò subito a governare. Forte della sua cultura scolastica, prese la calcolatrice e divise il territorio della foresta in parti proporzionali al numero ed alla mole degli animali ed a ciascuna razza assegnò un suo territorio. E così tutti gli animali per un lungo periodo di tempo vissero felici e contenti. Fino a quando, un giorno una volpe, il cui territorio confinava con quello dell'asino, più per attaccar bottone che per convinzione, si avvicinò a questi e gli disse: "Perché non fai tu il re della foresta? Del resto che cosa ti manca? Hai quattro zampe come il leone, hai la coda come il leone, sei di corporatura un po' più piccola ma in compenso hai le orecchie molto più lunghe delle sue. Fare il re - continuò la volpe - non è difficile, basta solamente alzare il tono della voce".

L'asino lì per lì rimase un po' perplesso, ma l'idea di diventare re era talmente lusinghiera che volle provare a metterla in atto.

Si avvicinò ad un branco di pecore che se ne stavano pacificamente a brucare l'erba e, a squarciagola, incominciò a ragliare. D'un tratto tutte le pecore fuggirono e lui in men che non si dica restò padrone incontrastato del territorio. Visto che la cosa funzionava, si autonominò re della foresta e con molta ingordigia incominciò ad invadere, come aveva fatto con le pecore, altri territori: invase il territorio delle zebre, quello degli scoiattoli, quello dei cervi, ma quando stava per invadere il territorio del leone questi gli saltò addosso e lo sbranò. Assaggiato così per la prima volta il sapore della carne e trovatolo di suo gradimento se lo mangiò tutto.

Sparsasi la voce che il sapore della carne era buono, altri animali la vollero assaggiare; ed il bosco, da pacifico che era, divenne un territorio infido, una guerra continua tra chi scappava e si nascondeva per non essere mangiato, e chi inseguiva per poter mangiare e gustare quelli che fuggivano. Ed ancor oggi è rimasto tutto così, per colpa di un asino, un animale che non ha voluto studiare.

Il paese senza soldi

di Paolo Cappelloni

Antonio, un mio amico, mi ha raccontato che una volta, durante un lunghissimo viaggio, capitò in un paese in cui non conoscevano i soldi. Antonio se ne accorse subito perché appena entrato in un bar di questo paese per prendere un caffè lo pagò con una carta da mille lire e il barista gli disse: "Cosa vuole che me ne faccia di questo pezzo di carta? Il caffè costa un carciofo".

Proprio così, una cosa si pagava con un'altra cosa; per esempio Antonio scoprì che l'ingresso al cinema si doveva pagare con mezzo chilo di pesce oppure con una bottiglietta di dopobarba, ma ti davano una lametta di resto. La cosa che più divertì Antonio fu che invece di tenere un portafogli in tasca ognuno girava con una grossa borsa piena di oggetti di ogni specie: bandierine, mele, figurine dei calciatori, libri, rotoli di nastro adesivo, penne, ecc. I ricchi giravano anche con zaini carichi di pellicce, quadri e televisori portatili ma c'erano anche i poveri che avevano solo un sacchettino con qualche spillo e qualche nastrino.

Antonio se ne andò un po' amareggiato da questo paese che credeva felice, prese il treno e lo pagò con una cravatta.

Sposarsi è bene, non sposarsi è meglio ancora

Classe II G, Scuola Media "A. Manzoni" di Pesaro, Anno Scolastico 1985-1986

Un giorno, mentre Roberto Scardova guardava la TV, arrivò suo cugino Filippo Scarpigo tutto preso dai suoi pensieri che, anziché sedersi, si diresse subito verso la televisione e la spense.

- Perché l'hai spenta?

- Perché ti devo dire una cosa. Hai sentito della famosa principessa dei Caraibi? Ha deciso che sposerà l'uomo che riuscirà a vincere un torneo; io ho intenzione di partecipare.

- Ma non fare il ridicolo, ci parteciperanno tanti uomini grandi e grossi, tu perderai subito.

- Io ci partecipo e se poi morirò non m'interessa.

Filippo partì, ma Roberto lo seguì per tenerlo sotto controllo. Durante il cammino, prima di arrivare a Genova, la città in cui si sarebbero imbarcati, i due caddero in un pozzo buio e profondo.

- Lascia il mio piede - diceva Roberto.

- Come faccio a lasciare il tuo piede se questa è la mia mano? - rispose Filippo.

- Se questa è la tua mano, perché mi metti il piede in testa?

- No, non è il mio piede è la mia gamba.

I due, dopo tanto discutere e tanto girarsi, finalmente ce la fecero ad uscire dal pozzo. Appena fuori proseguirono la loro strada. Arrivati a Genova si imbarcarono. Mentre erano sulla nave Roberto disse a Filippo: - Per vincere dovrai difenderti molto bene e non credo che ci riuscirai.

- Non dire queste stupide cose, so io come fare per vincere.

Quando furono alla corte della principessa dei Caraibi lei spiegò subito loro il regolamento del torneo che poco dopo iniziò, dal momento che i contendenti erano tutti arrivati. Il torneo fu molto lungo perché i partecipanti erano molto numerosi. Alla finale arrivarono il russo Pietro e l'italiano Filippo. La prova finale ebbe inizio. Al suono del gong Filippo in men che non si dica si ritrovò a terra privo di sensi. Fu così che Pietro, il russo, venne proclamato vincitore. I diecimila spettatori che assistevano alla finale erano molto curiosi di vedere in faccia la bella principessa che era tutta ricoperta di veli. Pietro, che aveva vinto, non stava più in sé dalla gioia. Nel momento in cui la principessa tolse il velo che le ricopriva il viso si sentì gridare: - Ma...ma...è un uomo, aiutooo!

Gli spettatori scapparono tutti.

- Per fortuna che hai perso, disse Roberto a Filippo.

Nel frattempo Pietro fuggì, ma fu ripreso dalla principessa ...ehm,,,dal principe e..., povero Pietro, fu costretto a sposarla, pardon, a sposarlo.

(Segnalata da Anna Maria Rinaldini)


 
 
 
 
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