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Dicembre 1998 / Lettere e Arti
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La donna e il gabbiano

Tutte le sere al tramonto, nuotando, la donna vedeva il vecchio gabbiano sull'ultimo scoglio. Erano sere d'estate e la colonia dei gabbiani, come ogni sera, si ritirava dietro le colline in capi pianeggianti e riparati. Ma il vecchio crocale no, si attardava a lungo sullo scoglio, sempre lo stesso.

La donna aveva preso l'abitudine di nuotare silenziosamente attorno allo scoglio. Lo aspettava. Si ripeteva ogni sera: il vecchio, perché era vecchio, con le ali grigie immense, ma sfrangiate dalle tante tempeste vissute, si posava, controvento, con il lungo becco tagliente sembrava fissare il Nord. Puntava a bora. Ma l'occhio era triste. La donna si chiedeva perché non vivesse più con gli orari e la compagnia e la socialità dei gabbiani. Sapeva che i vecchi istruivano i giovani alla pesca in volo. Con il tempo buono le colonie riposavano sulle scogliere e quando presagivano la buriana di vento, riparavano vicino alle discariche, dove c'era nutrimento e maggior calma.

Nuotava e lo guardava. Il vecchio sembrava guardare lontano, ma lei sentiva che anche lui l'aspettava, ogni sera, e si accorgeva di ogni suo movimento. Lei lo amava. Le ricordava suo padre il vecchio. Anche lui amava la bora, amava il mare, amava la solitudine, amava la natura. Anche lui era un maestro. Non per sé, poiché aveva sofferto tanto, ma ai giovani aveva regalato la bontà del suo cuore, il suo sorriso, la sua saggezza e il suo credo in Dio.

La donna, galleggiando nell'acqua, con le sole forze dell'amore e del pensiero diceva al vecchio gabbiano: "Io non so se sia possibile, ma se troverai mio padre, vecchio gabbiano anche lui, portagli il mio amore e che abbiate per questo amore, tu e lui, pace nell'animo e tutte le vostre ferite e stanchezze e malinconie vi siano curate e lenite da chi vi ha creato e l'amore di chi vi ha amato vi sia di conforto e finalmente di libertà. Vola libero babbo, vola libero vecchio amico del mare, libero da queste povere penne sfrangiate dai venti e dal dolore".

La donna, quando era piccola, veniva chiamata dal nonno crocalina. Perché era ingenua, era allegra e sventata, contenta di vivere, si era salvata nella immensa solitudine in cui era cresciuta, proprio per la sua grande innocenza. Ma questa solitudine se la portava dentro assieme a tutto il suo dolore e al dolore di chi l'aveva preceduta. Stentava a liberarsene, perché non voleva liberarsene, avrebbe voluto che tutto ciò fosse tramutato per amore in un benefico concime, in un benefico terreno per i suoi giovani crocali: erano nove e li voleva liberi di volare sopra le onde, con il respiro stesso del mare, in armonia di chi li aveva creati. A lei erano stati affidati. Grande pretesa per una povera crocala stanca e trafitta, buttata sullo scoglio dalle mareggiate. Le penne si staccavano sfrangiate: colpo su onda, stanca risacca della vita. Ma andava bene così...tornava al mare!

Maria Tombari


 
 
 
 
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